Wall

The killer awoke before the dawn
he put his boots on
he took a face from the ancient gallery
and he walked on down the hall

 La superficie levigata è ricoperta di microscopiche gocce sporche, grigio su nero, particelle di polvere fradicia.
Forse lacrime.
La pioggia tiepida della costa Est è come un velo nascosto, si rivela tra le dita per quello che è in realtà, angoscia pura, cristallizzata.
La lunga linea nera confina con una collinetta erbosa, il parco è curato oltre ogni limite, prati levigati come tavoli da biliardo, fiori ordinati, precisi come soldati schierati, soldati.
La visione d’insieme è però asimmetrica, a renderla tale una sequenza di oggetti depositati, abbandonati. Scarponi da jungla consunti, piccole bandiere di plastica rovinata, fiori dalle corolle ripiegate, vasi sbeccati, medaglie, lettere sgualcite.
Il sudario umido ricopre tutto, il vialetto di cemento che fronteggia il muro, le vedove, i figli ventenni che non capiscono perché sono lì.
I reduci.
All’inizio del muro c’è un altro monumento, più tradizionale, tre uomini con lo sguardo spento cappelli da foresta, salvietta sulle spalle, calzoni impastati di fango.
Spenti, come il bronzo di cui sono fatti, eppure tutti passando si fermano e sfiorano quella superficie fredda, le donne con la mano alla bocca, gli uomini con gli occhi lucidi, tutti.
Mi sveglio dal leggero torpore e muovo qualche passo verso il serpente nero adagiato, lo scricchiolio dei piccoli sassi bianchi sotto la suola degli anfibi è perfettamente udibile nel silenzio assoluto, rotto solo da poche parole sussurrate e da qualche uccellino impertinente.
È la prima volta che vengo al muro, sono stato in servizio attivo per trentacinque anni e mi sono sempre rifiutato di incontrare i fantasmi, ieri mi sono congedato per sempre e sono venuto qui.
Appena dopo gli uomini di metallo c’è un grosso leggio con un marine in alta uniforme, ti aiuta a trovare il nome, una semplice scritta incisa sul marmo, un piccolo sfregio della pietra nera.
Mi avvicino lentamente al ragazzo piantato rigido di fronte al librone, come spesso avviene nota prima le mostrine sul petto, appena un secondo dopo la cicatrice che mi separa il volto appena sotto l’occhio sinistro.
-Buongiorno caporale.
Rigido, nel suo saluto da marinaio.
-Buongiorno signore, posso esserle d’aiuto?
Le mani mi si stringono all’interno dei guanti, una piccola lingua ghiacciata giù per la schiena.
-Primo capo John Miller SEAL team six 1967 Dak-To.
S’immerge nella ricerca, basta un attimo.
-Terzo pannello quarta fila da sinistra, buona visita signore.
Ha gli occhi verdi, lentiggini, naso all’insù, venti, venticinque anni.
-Hai già prestato servizio attivo caporale?
S’irrigidisce.
-Signore, sì signore, due turni operativi in Afghanistan.
Rimane col naso puntato verso il cielo, soddisfatto.
-Felice che tu sia qui ancora intero caporale.
Mi allontano per non causare una fila, gli scarponi scricchiolano, piccole gocce ora scivolano sull’impermeabile verde.
Terzo pannello.
I nomi sono leggermente incavati, i caratteri austeri, squadrati.
Johnny boy, sono qui uomo.
La pioggia rinforza leggermente, il giovane mi osserva, rigido, una mano appoggiata aperta contro al muro.
Conosco la tensione, annuso il suo astio.
Vuole una cosa sola, tutti quanti vogliono una cosa sola, dopo gli anni, dopo i giorni, dopo i minuti. Alla fine vogliono la risposta.
Mi tolgo il basco fradicio di pioggia, lascio che l’acqua scivoli sulle guance, che rivoli lungo il collo, sulle mostrine.
Prende il coraggio a quattro mani e si avvicina, è così, è sempre così.
-Mi scusi.
Mani contratte, dita che si muovono a scatti, i denti stretti, stretti. Spalle che non hanno mai abbracciato, guance che non hanno mai sentito il profumo aspro di un dopobarba la domenica mattina.
E tutte quelle domande.
-Dimmi ragazzo.
Per un attimo capisce che forse la sua somiglia tanto ad un’intrusione non giustificata, sembra fermarsi, ma la sete è troppa, è troppa.
-Mi domandavo se.
Mi alzo, sembra leggermente intimorito, il mio metro e novanta abbondante, gli anfibi, il verde militare, i nastrini colorati, l’aquila d’oro sul petto, la pistola da bucaniere tra le zampe.
Riprende dopo un bel respiro.
-Mi domandavo se potesse aiutarmi, io…io ho bisogno di risposte.
Lo guardo, jeans, scarponcini da trekking, cerata inglese sulle spalle, un ragazzo.
-Lo so, lo so.
Torno a chinare la testa.
-Cammina con me, ieri è stato il mio ultimo giorno in servizio, ho tutto il tempo che vuoi.
Annuisce con un gesto secco, i piccoli sassi scricchiolano.
C’è un gruppo di bambini che saltella in mezzo all’erba, incuranti dell’umido, dell’umido che si respira in questo luogo, che si respirava in quel luogo. Quelli della terza generazione.
-E’ venuto per un amico?
Il suo imbarazzo è quasi palpabile.
-Senta io non vorrei davvero disturbarla e.
Lo fermo con un gesto leggero.
-Sono qui perché la guerra rende fratelli gli uomini. Allo stesso tempo ti rende orfano dei fratelli che hai appena conosciuto. La cosa peggiore in una guerra è affezionarsi alle persone, lo capisci?
Si passa le mani dietro alla nuca e stira la schiena mentre camminiamo, un gesto strano, molto spontaneo.
-Lo capisco, quello che faccio fatica ad accettare è il perché.
Eccola la domanda, perché.
-Il comandante in capo delle forze americane in Vietnam, il generale Westmoreland, una volta disse che l’America doveva ergersi a baluardo contro il proliferare del comunismo nel mondo.
Questo era il suo perché, il suo. Ma il vero perché, quello vero, cessa di esistere quando sei lì. Ho passato cinque turni di servizio nel sud est asiatico, sette anni. Tutte le volte firmavo per capire il senso di questa domanda, tutte le volte le risposte cambiavano colore.
Il verde della foresta, l’azzurro del cielo, il bianco latte del sole offuscato dall’umidità, il viola non il rosso come nei film, il viola del sangue e delle cicatrici.
I colori sono la chiave.
Mi guarda senza capire.
-Mi scusi, temo, temo che.
-Non preoccuparti, hai perso tuo padre nel Nam?
-Sì anche se non lo ricordo ero troppo piccolo.
Sposta lo sguardo sul vialetto.
-Piccolo.
Gli appoggio una mano sulla spalla fradicia.
-Dove?
Si scuote leggermente.
-E’ morto a Huè, hanno detto che è stato ucciso da un cecchino, di notte.
Ho dei flash di case diroccate, voragini aperte nei muri dall’artiglieria, finestre come orbite, canne di fucile che spuntano dalle fessure dei muri. Huè.
-Sai, chiunque abbia sentito l’odore della morte così da vicino, chiunque abbia respirato l’odio di un nemico tanto deciso nei suoi ideali da farti vacillare di paura, chiunque abbia fatto la guerra sa profondamente quanto sia devastante e sbagliata.
Mi fermo e lo guardo negli occhi.
-Tuo padre è morto contornato da uomini che lo amavano e lo consideravano un fratello, sangue del loro sangue. Stessa carne, ossa, anima. Non ci sono perché, ragazzo, non ce ne saranno mai ad ogni guerra.
Ci saranno solo uomini uniti per farsi coraggio contro la morte.
Questa è una risposta.
Non gli basterà ma forse è un inizio, mi guarda provando a capire e mi porge la mano, gliela stringo poi, meccanicamente, lo saluto militarmente.
Sorride.
-Lei si è congedato, non è più tempo di saluti al berretto.
Si allontana e mi lascia solo, sotto la pioggia.
I bambini scivolano ancora sul prato bagnato, il serpente nero li osserva immutato.

Canzoni (dedicato II)

Ci sono canzoni, gruppi, a cui spesso tributi poca attenzione.
Forse perchè in quel periodo stai ascoltando altro, forse perchè in quel determinato periodo la tua mente, il tuo cuore necessita di qualcos’altro.
Poi le canzoni evaporano per rinascere anni dopo, per rivivere, farti sbattere la testa a ritmo, stringerti le viscere e costringerti a cercarne il testo per assaporarle al meglio.
E spesso, quando ne scopri le parole beh, quasi sempre è una sorpresa.
Voglio dedicare questa canzone a tutti quelli che, come me, ancora adesso vivono di rock, si aggrappano alle emozioni, ai ricordi che una canzone come questa può scatenare come un maledetto nuke nell’anima.
Soprattutto a quelli che, come me, hanno un bisogno potente di vita e di accordi precisi scagliati nell’aria con forza.
E di credere sempre in un futuro che vibra.

Hello
I’ve waited here for you
Everlong
Tonight I throw myself into
And out of the red
Out of her head she sang

Come down
And waste away with me
Down with me
Slow how, You wanted it to be
I’m over my head
Out of her head she sang

 And I wonder
When I sing along with you
If everything could ever feel this real forever
If anything could ever be this good again
The only thing I’ll ever ask of you
You’ve got to promise not to stop when I say when
She sang

Breathe out so I can breathe you in
Hold you in
And now I know you’ve always been
Out of your head
Out of my head I sang

And I wonder
When I sing along with you
If everything could ever feel this real forever
If anything could ever be this good again
The only thing I’ll ever ask of you
You’ve got to promise not to stop when I say when
She sang

And I wonder
When I sing along with you
If everything could ever feel this real forever
If anything could ever be this good again
The only thing I’ll ever ask of you
You’ve got to promise not to stop when I say when
She sang

Everything could ever feel this real forever
Anything could ever be this good again
The only thing I’ll ever ask of you
You’ve got to promise not to stop when I say when

Aggiornamento domenica 23/9

Sbattendo la testa e urlando come urlano tutti quelli che ascoltano rock in cuffia
Papà guarda ha i capelli come Thor!
– Ma chi?
– Lui, che canta, DAVIDE!

Checcazzo son soddisfe.

 

Questo è il mio fucile

L’uomo sfoggiava un’abbronzatura imbarazzante per Gennaio.
Si avvicinò lentamente, le mani affondate nei tasconi della mimetica tigerstriped, una paio di Adidas rosso fuoco, soprattutto i capelli e la barba più lunga che mi fosse mai capitato d’incontrare sotto le armi.
Mi osservò a lungo, esaminò con precisione il cranio rasato, il basco verde nella giusta posizione, gli spruzzi verdegrigio ad aerografo per spezzare i contorni del viso, l’immacolata precisione del PSG1.
Sapevo che da loro ci si poteva aspettare di tutto, mi regalò un perfetto francese, appena venato di un accento arrotato.

Passammo il confine con la Namibia in quattro, due tiratori, due spotter.
L’ufficiale Afrikaan parlò fitto con le due sentinelle alla sbarra malconcia, il profilo affilato, la canna di Ebano che batteva ritmicamente sui bermuda kaki della divisa Selous.
Discussero animatamente per qualche secondo poi l’ufficiale fece un cenno con la mano.
Bucammo il buio della savana in jeans e t-shirt, valigie di metallo e zaini sulle spalle.
Uno dei due neri mi guardò dritto negli occhi.
– Passport?
Poi scoppiò in una risata fragorosa.
Rimasi impassibile, alzò la sbarra, lasciammo ufficialmente il Sudafrica.

 – I mangiarane! Vi aspettavamo.
Sputò per terra.
Sorrisi, in fondo eravamo parigrado.
– Le faccio notare che sono italiano.
Inevitabile.
– Cristo santo, mangiaspaghetti!
Allungò una mano.
– Il fucile.
Strinsi le fibre del calcio ritraendomi.
– Non credo che.
Girò semplicemente la testa, la voce dal nulla.
– Consegni la sua arma, sergente.
Il tenente colonnello Blanc rimase nell’ombra, fissai il puntino della sigaretta, ricordavo ancora le sue parole prima della partenza dalla base.
Assassini di un livello superiore.
Tornai a girarmi verso l’inglese, lentamente feci scattare il caricatore verso il basso, agii sulla leva di armamento ed estrassi il proiettile in canna, poi gli porsi il tutto.

Ci attestammo a una decina di chilometri, due tende per noi, niente per le quattro guide namibiane. Accesero un fuoco obbligatorio per tenere lontani gli animali, ridendo come matti e facendo finta di sbranarsi a vicenda, leoni dal sorriso bianchissimo nel riverbero delle fiamme.
Intorno, il bush intonò il consueto canto, ansimi leggeri e grida laceranti a squarciare la notte africana.
Aprimmo le valigie per controllare i fucili, si azzittirono di colpo, qualcuno gli aveva sicuramente spiegato che non eravamo turisti, ma la vista di un PSG1 fa questo effetto, su tutti.
Lo spotter di Vassili, un serbo di Pale, si mise ad armeggiare con l’antenna satellitare e il sistema criptato per le comunicazioni, estrassi la fiaschetta piena fino all’orlo di cognac e feci fare un giro.
Le guide tossirono.
Sorrisi.

 Parlò tra sé e sé.
– Castomizzato in quattro pollici, silenziatore Vortex, culatta immacolata, calcio ridotto all’osso.
Mi fissò attento.
– Cos’hai imparato soldato.
Non seppi rispondere, balbettai osservando alla mia destra nel buio, il puntino luminoso era sparito.
– Io.
Fece un mezzo passo in avanti.
– E’ una domanda semplice no? Cosa hai imparato?
Mi rifugiai nel manuale.
– Per effettuare un corretto tiro dalla lunga distanza, il soggetto deve tener presente tre fattori primari.
Sembrò che gli avessi mollato un calcio nelle palle, disgusto, puro disgusto.
– No, no, NO!
Mi rimise tra le mani il fucile, poi appoggiò un avambraccio sulla mia clavicola e abbassò la testa, deluso.
– La risposta corretta è, non hai imparato un cazzo finora, soldato.
Ultima notte dell’ultima settimana, corso di addestramento sniper/infiltrazione, base di Hereford – Galles, 22° reggimento SAS.
Assassini di un livello superiore.
Percepii un fiato gelido lungo il collo, nessuno di noi sapeva esattamente cosa ci aspettava durante quell’ultima sessione.
Dopo settimane passate a studiare mappe, balistica, fisica dei metalli, dopo interminabili sedute di tiro in cui venivamo paracadutati in piena notte con devastanti lanci HALO sulle montagne ghiacciate, preda dei cani del reggimento, dopo che le truppe speciali di Sua Maestà avevano fatto in modo di spingerci ben oltre il limite umano di sopportazione fisica.
Sapevo che al compimento della mia personale scalata alla vetta del dolore, mancava qualcosa di vago e impreciso, un’ombra raccontata, mai completamente definita.
Non ci sarebbero stati spari attutiti, non quella notte, nessun bersaglio coperto, nessuna conferma dallo spotter e il suo binocolo al mio fianco.
Niente di tutto questo.
Solo sofferenza, acuta, terminale.

Chiunque abbia vissuto un’alba nella savana sa esattamente cosa s’intende per “mal d’Africa”.
Ero senza fiato, in cima al piccolo rilievo accarezzavo con lo sguardo a perdita d’occhio mandrie di animali di ogni tipo, il sole più grosso che avessi mai visto, poi l’odore, penetrante, lucido di selvaggina in corsa.
Vassili mi toccò la spalla, sussultai.
– E’ ora.
Sospirai, le guide avevano già smontato il campo e, rapidamente, stavano caricando la Land Rover.
– Già.
Faticavo a staccarmi da quello spettacolo, il satellitare emise un Bip leggero, pulsazioni alle tempie in progressione sistematica.

 Parlò ancora.
– Diciamo che sei nella merda più completa, hai il tuo bel fucilino certo, ma sei oltre le linee nemiche, un’intera muta di figli di puttana alle costole e informazioni basilari da consegnare al comando.
Diciamo che l’unica via di fuga per arrivare all’appuntamento con lo stronzo elicottero prevede un passaggio per così dire “problematico”.
Il soffio ghiacciato si tramutò in un lezzo di morte violenta, malsana, rabbrividii forte e non di freddo.
Si avvicinò a una spanna dalla mia faccia.
– Cosa sei disposto a fare, soldatino?
M’imbarcarono su un Lynx che atterrò nel piazzale, i rotori che mitragliavano fango e sassi, due fantasmi mi accolsero nel buio del vano carico, visori starlight sugli occhi, mimetiche e facce nere come la notte, insetti dal cranio allungato.
Un attimo prima ero fermo sugli attenti, la caserma del reggimento bene in vista, cose tangibili a portata di mano.
Un attimo dopo ero sospeso in un buio spesso, fatto di sensazioni ghiacciate e led in penetrazione sistematica.
Tentai di mettermi comodo, il pavimento era ingombro di una quantità di attrezzature militari, in un angolo, la luce verde delle batterie di un defibrillatore portatile mi parve l’occhio del diavolo, puntato direttamente in mezzo alla mia faccia.
Uno dei due fantasmi mi toccò il braccio, attirò la mia attenzione sul suo dito indice guantato e sempre senza emettere un fiato lo puntò lentamente oltre il portellone spalancato.
Riuscii appena a distinguere qualcosa che poteva sembrare una struttura allungata al centro di un canalone tra due colline irte di filo spinato, poi il pilota decise di averne avuto abbastanza del giro turistico e si concesse una cabrata che mi lasciò senza fiato.
Fantasma numero due alzò indice, medio, e anulare partendo con il conto alla rovescia mentre l’elicottero imbardava violentemente, quando fummo qualche metro sopra la LZ i due balzarono a terra senza emettere un suono.

Strisciammo nella polvere.
Il
Gillie che raccoglieva sassi, fango secco, insetti che zampettavano veloci lungo i corpi sudati oltre ogni limite.
Strisciammo attraverso tendaggi di calore assoluto, due vettori speculari di distruzione a chiudere la distanza.
In fondo, giù in fondo, le costruzioni intonacate in un bianco accecante parevano il simbolo di una purezza dimenticata, qualcosa di vero, tangibile.
Qualcosa che eravamo venuti a violare per sempre.
Racchiusi lo spirito nella consueta cassaforte blindata, Wayan al mio fianco fece lo stesso, orme indistinte di un passaggio evanescente, tracce cancellate, dimenticate.
Aspettammo, ancora e ancora, come solo un cecchino è in grado di fare.
Svanimmo in una dimensione parallela fatta di scatti sottili delle iridi, governata dai sussurri elettronici di un macchinario preciso, unico collegamento con l’universo conosciuto.
Poi, all’improvviso, balenò il momento.

Li seguii compiendo la consueta capriola al tocco degli anfibi sul terreno erboso, il Lynx si allontanò velocemente, rimasi accucciato, la canna del fucile a percorrere archi precisi nell’oscurità.
Sbucarono dal nulla, tre istruttori in tenuta nera e alle loro spalle i due fantasmi.
– Consegna tutti i proiettili, anche quelli di riserva, consegna la pistola, tieni il fucile.
L’ordine non ammetteva repliche.
– E’ tutto molto semplice, loro ti seguiranno a distanza, ma non è una caccia, lo scopo è controllare che porti a termine il percorso assegnato. Niente visore notturno, dovrai orientarti al buio, tempo stabilito trenta minuti. Se non finisci la prova sei fuori, se chiedi aiuto via radio sei fuori, se aggiri l’ostacolo sei fuori.
Uno scorpione zampettante si piazzò sulla nuca in cerca di un punto preciso dove colpire.
– Al termine della prova avrai il brevetto SAS. La coordinata di partenza è tre punto due, da ora.
Fece scattare il cronometro digitale che portava al collo, schizzai via.
Corsi verso gli alberi respirando con regolarità, estrassi il telo mimetico dal bergen e mi rintanai sotto accendendo la piccola torcia schermata sulla topografica.
Il defibrillatore, non è una caccia.
Il pensiero esplose come una folgore, provai a scacciarlo ma rimase lì, inchiodato in fondo al cervello.
Memorizzai il percorso e spensi la torcia, attesi un paio di minuti per consentire agli occhi di riabituarsi all’oscurità e ripresi a correre.
I movimenti nacquero fluidi, essenziali, sbalzi controllati, respiro preciso, mi concessi un paio di pause per verificare la presenza dei due fantasmi alle spalle, nessun riscontro fisico.
Assassini di un livello superiore.
Il tunnel mi si parò di fronte come un serpente adagiato tra gli alberi.
L’immagine dall’elicottero era precisa, pareva incastonato tra due alte colline, unico soluzione di penetrazione, l’attraversamento.
Mi avvicinai lentamente, qualcosa, c’era qualcosa che ancora non riuscivo a distinguere con precisione.
L’ingresso era poco più basso di me, granito posato a mano, avessi allargato le braccia avrei toccato le pareti.
Il sospetto nacque direttamente con l’urto sensoriale.
Avrei dovuto strisciare, avrei dovuto strisciare all’interno.
Fu come essere colpito dal calcio di un cavallo, mentre mi avvicinavo all’imboccatura l’odore si arrampicò direttamente nelle sinapsi, sventrò ogni piccola parvenza di lucidità, alto esplosivo in una stanza chiusa.
L’odore, quell’odore.
Di morte.

Le due Mercedes procedettero all’interno di una colonna delineata, ad aprire il corteo e a chiuderlo due Defender blindati, sul tetto un mitragliere in copertura, Browning da venti millimetri in presa sicura.
Gli autisti inchiodarono le ruote davanti all’ingresso del gruppo di case, un tornado di polvere rossa andò ad offuscare la visuale per qualche secondo.
Spostai di qualche grado il viso verso il mio spotter, Wayan era già in osservazione della zona, completamente invisibile sotto la combinazione mimetica.
Tornai ad appoggiare l’occhio destro alla focale Hensoldt/Wetzlar, la testuggine di guardie del corpo esplose dalle berline e dai fuoristrada in un solo attimo sincronizzato.
Copertura totale.
Appena qualche secondo dopo comunicarono tra di loro via intercom l’ok e l’ultima portiera della seconda Mercedes venne spalancata di colpo.
– Contatto.
Wayan, in un soffio animale, sempre e comunque il primo sul target.
L’uomo di colore scese con eleganza dall’auto, una spanna più degli altri, elegantissimo in completo doppiopetto color crema chiaro, RayBan a specchio calati sugli occhi, cranio rasato.
– Confermo target. Distanza.
Raphael Danjuma, astro nascente della politica namibiana, riformista convinto, nemico giurato dei latifondisti, delle corporazioni europee e della gloriosa nazione sudafricana.
Prossimo candidato alle elezioni presidenziali in cerca di voti, in cerca di consensi.
Si avvicinò a grandi passi alla prima palazzina, poi fu il caos.

 Tolsi lo zaino dalle spalle, estrassi uno straccio mimetico, ci vuotai sopra mezza borraccia d’acqua e lo legai sulla bocca, poi fissai alle cinghie il fucile e mi rimisi il tutto sulla schiena.
Entrai.
Il puzzo mi fece barcollare, non riuscivo a capire cosa potesse rilasciare un simile odore.
Poi realizzai, un paio di secondi dopo fui scosso dai conati.
L’interno, tutto quanto il tunnel era stato riempito d’interiora di animale, carcasse, zampe di bovini, stomaci strappati, crani spaccati di pecora, sangue a fiumi, tronchi di maiale spappolati.
Caddi in ginocchio, mi resi conto che mi ero completamente imbrattato la divisa, il basco verde era caduto chissà dove.
Caddi in ginocchi, mi piegai in avanti e le braccia sprofondarono fino al gomito nella morchia putrefatta.
Non respiravo, non respiravo più, percepivo il cervello in allontanamento rapido, come se la mente avesse deciso in piena autonomia di staccare da tutto.
Costrinsi le gambe a sorreggermi di nuovo, picchiai la testa sulla volta, il soffitto si era abbassato, il tunnel era in effetti un lungo tronco di cono.
Lo sapevo, l’avevo sempre saputo.
Avrei dovuto strisciare.

Lo sapevo, l’avevo sempre saputo.
Il gruppo di edifici faceva parte di una missione, ospedale, dormitori e una scuola.
I bambini esplosero come un’onda in piena, invasero il campo del tiro, sciamarono impazziti di allegria attorno alle auto.
L’uomo allargò le braccia, era impossibile ma mi ritrovai ad ascoltare la sua risata fragorosa salire nell’aria tersa.
Sembrò volerli abbracciare tutti, tutti.
Loro saltavano, si arrampicavano sulla Mercedes, sulle gambe delle guardie del corpo incredule, si tenevano per le mani ossute cantando, le camicie bianche, i piedi nudi che battevano nella polvere.
Deglutii a fatica.
Wayan era già chino sui tasti del comunicatore criptato.
Invasione del campo di tiro, richiediamo conferma.
Immaginai Vassili e l’altro uomo sulla collina di fronte a noi, li immaginai fare le stesse cose, deglutire la stessa terra rossa, rovente di dubbi.
Aspettare il via per il tiro incrociato.
“Fenice nera a squadra uno e due, estremo pregiudizio, avete luce verde”.

 Li avevo ovunque.
Gomito destro avanti, ginocchio sinistro avanti.
Alternare.
Ostacolo.
Li avevo ovunque, strisciavano impazziti, drogati di sangue e carne, scarafaggi grossi come palle da tennis, topi, insetti venuti da chissà dove spinti dall’odore della morchia devastata.
Braccio sinistro avanti, polso in presa nella blasfemia corrotta, conato improvviso, straccio bagnato rotolato via, viso imbevuto di odore, anima schiacciata dal dolore, dalla paura di rimanere per sempre sepolto vivo nell’inferno del massacro.
Sezioni viscide in penetrazione nella mimetica, sul collo sulla schiena, in bocca, occhi ricolmi di liquidi infetti, orecchie turate dai brandelli.
Gomito sinistro avanti, ginocchio destro avanti.
Urlai il panico, persi il controllo della vescica, vomitai ancora, ancora.
Rotolai nel liquame ridendo la follia, frantumando tutte le barriere della logica.
Avanzai.
Avanzai.
La mano mi afferrò gli spallacci. Rigida, sicura.
Mi estrassero in due, istruttori SAS.
Assassini di un livello superiore, traghettatori dell’orrido, creatori dell’ultimo degli incubi.
Rimasi in ginocchio senza alzare il viso su di loro, tossendo, sputando, scosso ancora dai conati.
Rimasi in quella posizione non so per quanto, mi sembrò un secolo.
Mi venne offerto uno straccio bagnato, una bottiglia d’acqua, alzai lo sguardo, l’anima frantumata e ricostruita con una nuova consapevolezza.
Avevo staccato, ero riemerso.
Uomo nuovo.
– Sezione ultimata.
Mi porse i proiettili e un basco color kaki, sul fianco un fregio con un gladio alato.
Scoppiai a piangere.

 – Quattrocento metri, vento sette  nodi da sud ovest, due tacche a destra, una tacca nell’alzo.
Wayan, un respiro preciso.
Mano sinistra sull’oculare, due tacche a destra una tacca nell’alzo.
Bambini che ridono, cantano, suore cattoliche che stringono mani che offrono acqua pulita.
Click.
– Squadra uno pronta, squadra due al tiro per seconda.
Inspirai.
Espirai.
Bambini nel campo del tiro.
Inspirai.
Raphael si contorse nell’aria secca, nessun rumore, nessun lampo, barcollò, un pupazzo senza più fili di ferro.
Petto squarciato, emulsione rossa in evaporazione.
Le guardie del corpo capirono, le guardie del corpo estrassero le armi, qualcuno si avventò su di lui.
Inspirai.
Thud.
Il cranio di Raphael si scoperchiò all’indietro, doppio vettore di distruzione speculare, tiro incrociato.
Bambini in fuga, bambini fuori dal campo del tiro.
– Copertura target, disimpegno.
Strisciammo.
Meccanismi perfetti, plasmati in una notte di buio dolore, strisciammo all’interno della dimensione parallela.
Assassini di un livello superiore.

Lontano.

 

Ricapitoliamo

– Dicono che somigli a Brad Pitt
– Dicono che hai un’intelligenza sopra la media
– In effetti i primi due anni te li sei bevuti come non avrei mai sperato
– In aggiunta hai una memoria spettacolare
– Innegabilmente sei un preciso
– Compiti a casa non ti hanno mai spaventato di qualsiasi mole fossero, anzi
– Non ho fatto fatica a farti capire quale fosse l’unica squadra di calcio a Milano
– Hai capito velocemente che non abbiamo cugini
– Pratichi uno sport in cui la passione è tutto e, grazie a dio, non è il calcio
– Possiedi una giusta dose di stronzaggine il che, nella vita di oggi, non guasta per niente
– Insomma se vai avanti così prometti bene

Quindi da domani vedi di muovere il culo
In bocca al lupo cucciolo

Estratto III

Stretto di Hormuz
Anno 2025

Einar Ragnarssonn ama la sua nave.
Spesso gli uomini in coperta osservano i polpastrelli che danzano sui braccioli della poltrona di comando, carezze sottili, quasi passionali.
Einar, come la sua nave, è un gigante che solca i mari fin da bambino, conosce le acque del Nord e le coste scandinave come le sue tasche, come ogni finlandese che vada per mare è in grado di dribblare gli iceberg alla deriva, studia le rotte delle balene e se ne tiene alla larga.
Respira la neve e ne legge i misteriosi percorsi nel cielo.
Per questo odia ferocemente quel posto.
Essendo un gigante, come la sua nave, non sopporta gli spazi angusti e quel maledetto gomito bollente lo innervosisce non poco.
Il primo ufficiale sa che il carico di greggio e di gas dalle stazioni di pompaggio e il successivo attraversamento dello stretto di Hormuz sono momenti estremamente delicati nella vita del comandante, per questo sa di doverlo lasciare in pace, di non dovergli ricordare che deve riposare e non ingoiare litri di caffè tiepido nella penombra illuminata dai led dell’ampia plancia di comando.
Anche lui è finlandese, così come tutti gli ufficiali della Suuri Kuningatar, la Grande Regina, quasi settecentomila tonnellate di dislocamento a pieno carico, quattrocentosettanta metri di serbatoi ad altissima pressione, il gigante dei giganti, la nave più grossa mai costruita dall’uomo.
La nave di Einar.
– Troppo traffico oggi, cosa dice il computer Sveinn?
Einar si eleva in tutto il suo metro e novantadue per centodieci chili cercando lo sguardo del primo ufficiale, l’aria condizionata riesce a mitigare in minima parte la tremenda calura che li circonda, inevitabilmente la folta barba bionda inizia a prudere.
– Abbiamo la Kingfishdue miglia a tribordo, a pruanave entro le tre miglia la Carrier Express, poi ovviamente, lei.
Sveinn Kristjanssonn, primo ufficiale, gira leggermente la testa verso l’ampia vetrata di babordo, un brivido nero sale dalla colonna vertebrale, la massa imponente è sempre lì, l’incrociatore americano da diecimila tonnellate USS Philadelphia è vicino, davvero troppo vicino, anche per il sangue freddo del finlandese.
Einar soffoca un’imprecazione, stringe l’enorme pugno attorno al gotto di ceramica che emette uno scricchiolio minaccioso.
– Il diavolo se li porti, loro e il maledetto pattugliamento operativo di scorta. Un aggeggio da guerra strapieno di missili infilato su per il culo dell’Iran, poi parlano di provocazioni. Le distanze Sveinn.
Il primo ufficiale si avvicina al touch screen del computer che regola l’intero sistema di navigazione della petroliera.
– Ttrecento metri, assetto costante.
Il comandante è un ringhio gutturale.
– Troppo vicini, sono troppo vicini.
È un marinaio di prima classe, è uno sguardo trasparente, la voce appena tremolante tenuta a bada a fatica dall’addestramento.
– Comandante, comunicazione d’urgenza dal Philadelphia, il capitano di vascello Voight alla radio.
Einar lo sa, si è preparato tutta la vita per affrontare emergenze, per vivere il mare e trasportare petrolio con la sua nave, Einar percepisce all’istante che niente sarà più uguale dopo quella voce sulle corte.
Non si è mai pronti a tutto, mai.
– Passalo sull’altoparlante.
– Può parlare signore.
La voce di Einar è un tuono represso di furia.
– Qui Suuri sono Ragnarssonn, avanti capitano.
Rumori soffocati, voci di sottofondo, suoni elettronici in rapida successione, l’allarme traspare perfettamente dalle parole dell’ufficiale.
– Comandante mi ascolti bene, temo che non avrò il tempo di ripeterglielo.
Il finlandese è un riflesso di ghiaccio stemperato dalle luci dei pannelli di comando.
– Subiamo un attacco informatico su vasta scala, i computer dell’AEGIS sono compromessi, ripeto i computer dell’intero sistema di contrattacco sono compromessi. Abbiamo una stima attendibile di quattro forse cinque minuti prima della resa totale dei firewall. Dopodichè avremo perso completamente il controllo dei sistemi d’arma. Ragnarssonn ha capito cosa le sto dicendo?
Einar è un urlo strozzato.
– Macchine avanti a tutta forza! Manovrare per tre zero zero!.
Lo sa.
Vuole mettere mare tra lui e quel maledetto aggeggio pronto ad esplodere, l’istinto gli ordina di farlo, ma in fondo al cuore lo sa che è inutile, che non ci sono distanze possibili con una nave da guerra, persino tra le braccia delle acque aperte.
La regina ci prova.
In pochi secondi i settantamila cavalli delle due turbine vapore Sumito Stal-Laval scaricano sull’elica da nove metri di diametro una potenza ruggente, scatenando una tempesta di schiuma in mezzo allo stretto; la virata è cattiva, repentina, un angolo impossibile, tutti i cinquanta uomini dell’equipaggio devono reggersi per non cadere.
Einar si attacca alla radio.
– Capitano ho bisogno di tempo, deve darmi altro tempo.
La sentenza non ammette repliche.
– Comandante ci stiamo allontanando a tutta velocità ma temo di non aver più il controllo delle armi di bordo, se ne vada di lì, se ne vada ora.
La tazza di ceramica esplode tra le dita.
– Rotta, dammi una distanza ragazzo.
– Settecento metri signore, in allontanamento.
È tutto inutile, tutto inutile, le due torri, le due torri in mezzo al Golfo Persico.
Prende con calma il microfono tra le mani,
– A tutto l’equipaggio, parla il comandante, nei prossimi minuti subiremo un attacco da parte dell’incrociatore americano a causa di un atto di sabotaggio, state ai vostri posti e mettete in atto le procedure di emergenza come vi è stato insegnato.
Einar osserva dalla vetrata del ponte di comando una giornata tranquilla, quasi pigra, cielo azzurro, acque calme e gabbiani nel cielo.
Poi siede di nuovo al suo posto in attesa della fine.
Il trojan cavalca la potenza del cyberspazio, esige un tributo di sottomissione e come una bestia feroce attacca le ultime difese di ridondanza del complesso sistema AEGIS.
Sull’incrociatore il panico è evidente, palpabile, le voci si susseguono, le urla interrotte, le comunicazioni febbrili con il NCDOC, il quartier generale di difesa informatica.
Uomini osservano impotenti, paralizzati lungo le paratie, sui ponti corazzati, nella pancia del mostro d’acciaio.
Uomini osservano con il fiato sospeso l’orrendo spettacolo che si prepara.
I lanciatori Harpoon, dotati di vita propria, liberi dai comandi, liberi da tutto e da tutti, il meccanismo si anima, segue una traccia precisa, i missili puntano l’oceano.
Una salva di quattro in rapida successione, quattro sagome da quasi cinque metri l’una scalano l’atmosfera limpida, regalano un lampo di luce combusta.
Il propellente solido li spinge verso il basso, li manda a radere il pelo dell’acqua in un solo, gelido istante.
Poi il sistema computerizzato di guida imbarda una traiettoria popup, i vettori piegano i flap, le carlinghe virano verso il cielo arrampicandosi verso le pochissime nuvole.
Esattamente sulla verticale della Suuri Kuningatar.
E cadono.
Einar Ragnarssonn ama la sua nave, mentre attorno a lui si scatena la follia si costringe a respirare piano, con una lentezza spasmodica, si costringe a chiudere gli occhi e tornare ai fiordi, lungo le ripide pareti di roccia taglienti come lame.
La primavera gelida e l’odore di muschio, i prati ancora innevati attorno alla casa, i figli che lo guardano.
Poi la prima testata Destex ad alto potenziale impatta sul ponte
La configurazione da penetrazione spinge i quattro vettori in fondo, a sfondare la tripla paratia con cui sono costruiti i serbatoi.
Giù, dritto al cuore della Regina.
Il sole sul mare.
L’ultimo pensiero di Einar, ma si sbaglia, perché quello che prende vita in pochi decimi di secondi non è un’alba tranquilla di salsedine, è l’inferno.
I gas in pressione prendono vita assieme al tritolo delle testate, la pancia del gigante si gonfia preda della spinta e del calore, la detonazione simultanea disintegra la maggior parte dei ponti, tutti gli uomini spariscono semivaporizzati dalla palla di fuoco.
Einar non si sbaglia del tutto, un lampo terminale fiorisce sul mare, qualcosa di molto simile al fungo nucleare di un’atomica di piccole dimensioni. La luce è visibile a molti chilometri dalle coste dello stretto, istantaneamente i comandi militari di Iran, Oman ed Emirati Arabi vengono messi in stato di massima allerta, telefonate febbrili si susseguono.
Il presidente degli Stati Uniti si presenta in televisione per confermare la completa paternità del tragico incidente, giura che se esistono dei colpevoli saranno perseguiti con tutti i mezzi poi lentamente invoca un minuto di silenzio per le vittime della sciagura.
Il mare inghiotte.
Le navi attorno, la carcassa della Regina, il Philadelphia che si rovescia a causa della mostruosa onda anomala creata dall’esplosione.
Il mare inghiotte.
I corpi, i perfetti meccanismi a prova d’errore, i computer, il singolo impulso elettronico generato da un pc a  migliaia di chilometri di distanza.
La piccola cassaforte nell’alloggio di Einar e il suo contenuto.
Tutto e tutti.
La morte è ovunque, la distruzione è ovunque, il mare inghiotte e ricopre i segreti.

La genesi e la nemesi, da sempre, di tutti noi.

Estratto II

Una cintura di soldati racchiude il massacro, ragazzi tesi, espressioni dure sui volti tirati, dita nervose sui grilletti dei fucili d’assalto. Attorno a loro a rendere assurda la scena d’insieme la medesima ballerina olografica dell’insegna attorciglia la sua danza senza posa, il risultato è di nuovo grottesco, corrotto.
– Ne hanno viste troppo.
L’uomo scava a fondo, ufficiale di livello superiore, repentino.
Azzardo due passi avanti, barcollo appoggiandomi allo schienale di una sedia, osservo il palmo della mano imbrattato di rosso.
Alzo lo sguardo verso il soffitto, un enorme lampadario in stile Liberty, una luce fredda, accecante.
La parte inferiore è completamente schizzata di sangue spruzzato, particelle sospese al nulla polveroso in attesa che la gravità reclami il proprio tributo.
I corpi.
Una fila precisa, quasi ordinata, li hanno schierati, osservati attentamente, studiato le facce stravolte dalla paura.
Hanno dato la parola alle armi automatiche, proiettili hollow point massima devastazione, un’orgia di sangue e cordite.
Buio solido.
I corpi.
Accatastati, storpiati dagli impatti, sventrati, vecchie immagini che si materializzano, foto sbiadite di altri tempi, guerre lontane, Terrasini conferma un pallore etereo.
– Tommaso, il motivo di tutto questo.
Il mio lavoro in zona di guerra è osservare, valutare, sputare una sentenza inappellabile.
– Forse una rapina, un regolamento di conti. Forse.
Gli occhi si rifiutano di abbandonare la carneficina, troppe incognite e le certezze vanno a farsi un giro molto lontano da qui.
– Lei sa dove dobbiamo cercare.
Di Falco non ha domande, solo risposte.
– Il border.
Annuisce, rughe contratte ai lati lambiscono le tempie.
Molto lentamente sposto lo sguardo sul perimetro della sala, i muri sono ricoperti da una superficie satinata lucida che riflette le nostre figure, le restituisce deformate, mostri senza speranza irti di strumenti da distruzione sistematica.
– Usciamo da qui.
Fuori è una palude in movimento, uno scroscio tiepido costante, senza una fine apparente, qualcuno ha spento l’insegna del locale e con lei la vita della ballerina.
– Abbiamo i documenti dei cadaveri.
Il sergente porge a Di Falco una pila accartocciata, imbrattata di sangue fresco.
– Continui Sarigu.
Analisi precisa, professionale.
– Venticinque morti, compresi i due all’ingresso, tredici di loro sono pregiudicati della zona, pesci piccoli, sette civili inermi frequentatori abituali del locale. I dipendenti sono quattro.
La pausa, un leggero esitare, due, tre decimi di secondo di troppo.
– Ci parli dell’ultimo, sergente.
La nota quasi impercettibile del comando.
– Una donna, sessantadue anni, tre fori d’entrata al petto, ugualmente in uscita, direi morta sul colpo.
Alza con calma un documento straniero rosso scuro, un simbolo dorato.
– Vlada Ivanovna Zarkovskaja, console russo a Milano.
Il frastuono della tempesta in avvicinamento, la percezione che istantaneamente scala un livello superiore di attenzione, l’istinto, la reazione rapida di una mente analitica.
Non riesco in alcun modo a trattenere le parole.
– L’unica vera vittima, l’obbiettivo della strage.
È un alito velenoso, che sa di corridoi bui e stanze che non vanno aperte per nessuna ragione al mondo. Di Falco impassibile.
– Supposizione azzardata, ma in linea di massima sono d’accordo con lei.
Senza staccarmi gli occhi di dosso parla ancora al sottufficiale.
– Sarigu mi rendo conto che è prematuro, ho bisogno di una valutazione su calibri e armi.
L’uomo pare soffocare un singulto strano.
– JHP di sicuro, a giudicare dai fori d’uscita.
Alza lo sguardo.
– A giudicare dalla devastazione, azzarderei una camiciatura morbida, carburo di tungsteno o qualcosa di simile, sicuramente una palla cava, un fucile d’assalto europeo.
Terrasini quasi sottovoce.
– Cazzo un’arma da guerra, proiettili da unità speciale, è un esecuzione.
Aria satura di elettricità, nitide saette bluastre si perdono all’orizzonte, una vera e propria tempesta equatoriale.
Ancora il militare più alto in grado.
– Ipotesi sul cosa ci facesse un diplomatico russo in questo cesso?
Con la coda dell’occhio osservo i furgoni del RIS in arrivo, i lampeggianti che proiettano ombre sinistre sui palazzi, il pallore dei soldati in tuta nera, le facce nervose.
– Un personaggio del genere non viene qui per giocare, su questo siamo d’accordo tutti, considerato il tipo non azzarderei un acquisto di droga, restano in piedi un incontro clandestino per sesso. Oppure.
– Oppure uno scambio, merce talmente pericolosa da far gola a qualcun altro, quel qualcun altro che ha ordinato la strage.
Ho un’immagine chiara di pezzi squadrati a scendere, incastro preciso, tagliente.
– Spionaggio.
La martellata decisiva è di Terrasini.
Forse quello che attraversa lo sguardo del Colonnello è qualcosa di simile a un sorriso.
– Un’operazione coperta in mano a una passacarte sessantenne? Andiamo signori.
L’incastro si sgretola mentre torrenti d’acqua martellano la strada e i pochi passanti che ancora si avventurano sui marciapiedi ridotti a un lercio acquitrino.
Attraverso il muro d’acqua osservo l’equipaggio del blindato immobile sotto l’uragano, divise fradice, guanti in presa decisa sulle armi.
– Questa non è zona di reclutamento sessuale maschile, inoltre un console straniero non se ne va in giro per queste cose, incarica qualcuno. Qual è l’unico buon motivo per affrettare un’operazione allo spasimo, per coinvolgere personale poco esperto e bucare la notte senza scorta; l’unico vero motivo impellente per la Federazione Russa, per i paesi satelliti.
La stoccata decisiva è ancora appannaggio del siciliano.
– I soldi, tanti, tanti soldi.
Espiro lentamente.
– Già, i soldi.
I soldati annuiscono, ho la mia personale conferma.
– Colonnello, signore.
Un ragazzo biondo si avvicina, dietro di lui una ragazza slava, troppo truccata, troppo svestita, troppo giovane.
Il ragazzo gira sulla schiena il Beretta ARX 200 e le fa cenno di raggiungere il gruppo.
– Dica tenente.
– Colonnello lei è Marjia qualcosa, dice di aver visto la donna vestita bene parlare con due uomini prima che succedesse, prima che.
– Va bene Rizzo, sentiamo cos’ha da dire.
Una voce già sporca di tabacco e altro.
– Voglio cinquanta nuovi euro.
Il tenente scatta.
– Ascoltami bene, è già tanto se non ti faccio arrestare.
Non è questo il modo, impongo il grado.
– Tenente lasci fare, questo è campo mio.
Si allontana poco convinto borbottando un signorsì.
La guardo negli occhi viola, leggo furia e ostinazione, non ne caveremo niente se non alle sue condizioni. Estraggo il biglietto arancio, lo faccio ondeggiare con calma.
– Ecco i cinquanta, ma te li devi guadagnare, avanti.
Sorride appena.
– La donna è al bar, beve, si vede che nervosa, io sono a ingresso e mi chiedo cosa ci fa in questo posto una vestita così. Dopo un po’ arrivano in due, alti, giacche larghe, scuri.
Il mio collega interviene.
– Come scuri, neri di pelle?
Lo guarda come un marziano.
– Negri? No qui negri non entrano, scuri come arabi, baffi, barba.
Due arabi e un diplomatico russo, i guai si avvicinano come sciami di locuste. Lei prosegue imperterrita.
– Discutono in italiano, ma capisco poco, quelli fa troppo casino.
Indica col mento gli slavi.
– Poi escono assieme, sempre discutono, lei fa un gesto e dalla città arriva un macchina che si ferma più o meno dove sta quel coso lì.
Indica il blindo sotto al diluvio, la ragazza è una vera e propria rivelazione di particolari, sono quasi tentato di offrirle di più, allo stesso tempo il brivido ghiacciato che si arrampica su per la spina dorsale non mi dà tregua.
– Dalla macchina passano alla donna un cassa di legno, non troppo grande, sembra una cosa bătrân, come dice in italiano? Molto vecchia.
Di Falco le si rivolge per la prima volta, la scruta, studia ogni minima espressione.
– Antica?
– Antica sì. Legno e metallo giallo su angoli.
Il colonnello mi osserva in silenzio.
– Una cassa antica, bordata in ottone, presumo. Un oggetto d’antiquariato prezioso, un’icona? La Russia svende i musei? Contrabbando d’arte?
– Spada non si fanno venticinque morti per un quadro, è qualcos’altro, un oggetto di potere, niente plutonio o schifezze del genere. Un simbolo.
Di Falco ragiona ad alta voce, le parole suonano oscure, ricolme di minacce svelate, per un attimo ci dimentichiamo della ragazza. Sussulto quando riparte.

– Poi loro apre scatola.