Estratto II

Una cintura di soldati racchiude il massacro, ragazzi tesi, espressioni dure sui volti tirati, dita nervose sui grilletti dei fucili d’assalto. Attorno a loro a rendere assurda la scena d’insieme la medesima ballerina olografica dell’insegna attorciglia la sua danza senza posa, il risultato è di nuovo grottesco, corrotto.
– Ne hanno viste troppo.
L’uomo scava a fondo, ufficiale di livello superiore, repentino.
Azzardo due passi avanti, barcollo appoggiandomi allo schienale di una sedia, osservo il palmo della mano imbrattato di rosso.
Alzo lo sguardo verso il soffitto, un enorme lampadario in stile Liberty, una luce fredda, accecante.
La parte inferiore è completamente schizzata di sangue spruzzato, particelle sospese al nulla polveroso in attesa che la gravità reclami il proprio tributo.
I corpi.
Una fila precisa, quasi ordinata, li hanno schierati, osservati attentamente, studiato le facce stravolte dalla paura.
Hanno dato la parola alle armi automatiche, proiettili hollow point massima devastazione, un’orgia di sangue e cordite.
Buio solido.
I corpi.
Accatastati, storpiati dagli impatti, sventrati, vecchie immagini che si materializzano, foto sbiadite di altri tempi, guerre lontane, Terrasini conferma un pallore etereo.
– Tommaso, il motivo di tutto questo.
Il mio lavoro in zona di guerra è osservare, valutare, sputare una sentenza inappellabile.
– Forse una rapina, un regolamento di conti. Forse.
Gli occhi si rifiutano di abbandonare la carneficina, troppe incognite e le certezze vanno a farsi un giro molto lontano da qui.
– Lei sa dove dobbiamo cercare.
Di Falco non ha domande, solo risposte.
– Il border.
Annuisce, rughe contratte ai lati lambiscono le tempie.
Molto lentamente sposto lo sguardo sul perimetro della sala, i muri sono ricoperti da una superficie satinata lucida che riflette le nostre figure, le restituisce deformate, mostri senza speranza irti di strumenti da distruzione sistematica.
– Usciamo da qui.
Fuori è una palude in movimento, uno scroscio tiepido costante, senza una fine apparente, qualcuno ha spento l’insegna del locale e con lei la vita della ballerina.
– Abbiamo i documenti dei cadaveri.
Il sergente porge a Di Falco una pila accartocciata, imbrattata di sangue fresco.
– Continui Sarigu.
Analisi precisa, professionale.
– Venticinque morti, compresi i due all’ingresso, tredici di loro sono pregiudicati della zona, pesci piccoli, sette civili inermi frequentatori abituali del locale. I dipendenti sono quattro.
La pausa, un leggero esitare, due, tre decimi di secondo di troppo.
– Ci parli dell’ultimo, sergente.
La nota quasi impercettibile del comando.
– Una donna, sessantadue anni, tre fori d’entrata al petto, ugualmente in uscita, direi morta sul colpo.
Alza con calma un documento straniero rosso scuro, un simbolo dorato.
– Vlada Ivanovna Zarkovskaja, console russo a Milano.
Il frastuono della tempesta in avvicinamento, la percezione che istantaneamente scala un livello superiore di attenzione, l’istinto, la reazione rapida di una mente analitica.
Non riesco in alcun modo a trattenere le parole.
– L’unica vera vittima, l’obbiettivo della strage.
È un alito velenoso, che sa di corridoi bui e stanze che non vanno aperte per nessuna ragione al mondo. Di Falco impassibile.
– Supposizione azzardata, ma in linea di massima sono d’accordo con lei.
Senza staccarmi gli occhi di dosso parla ancora al sottufficiale.
– Sarigu mi rendo conto che è prematuro, ho bisogno di una valutazione su calibri e armi.
L’uomo pare soffocare un singulto strano.
– JHP di sicuro, a giudicare dai fori d’uscita.
Alza lo sguardo.
– A giudicare dalla devastazione, azzarderei una camiciatura morbida, carburo di tungsteno o qualcosa di simile, sicuramente una palla cava, un fucile d’assalto europeo.
Terrasini quasi sottovoce.
– Cazzo un’arma da guerra, proiettili da unità speciale, è un esecuzione.
Aria satura di elettricità, nitide saette bluastre si perdono all’orizzonte, una vera e propria tempesta equatoriale.
Ancora il militare più alto in grado.
– Ipotesi sul cosa ci facesse un diplomatico russo in questo cesso?
Con la coda dell’occhio osservo i furgoni del RIS in arrivo, i lampeggianti che proiettano ombre sinistre sui palazzi, il pallore dei soldati in tuta nera, le facce nervose.
– Un personaggio del genere non viene qui per giocare, su questo siamo d’accordo tutti, considerato il tipo non azzarderei un acquisto di droga, restano in piedi un incontro clandestino per sesso. Oppure.
– Oppure uno scambio, merce talmente pericolosa da far gola a qualcun altro, quel qualcun altro che ha ordinato la strage.
Ho un’immagine chiara di pezzi squadrati a scendere, incastro preciso, tagliente.
– Spionaggio.
La martellata decisiva è di Terrasini.
Forse quello che attraversa lo sguardo del Colonnello è qualcosa di simile a un sorriso.
– Un’operazione coperta in mano a una passacarte sessantenne? Andiamo signori.
L’incastro si sgretola mentre torrenti d’acqua martellano la strada e i pochi passanti che ancora si avventurano sui marciapiedi ridotti a un lercio acquitrino.
Attraverso il muro d’acqua osservo l’equipaggio del blindato immobile sotto l’uragano, divise fradice, guanti in presa decisa sulle armi.
– Questa non è zona di reclutamento sessuale maschile, inoltre un console straniero non se ne va in giro per queste cose, incarica qualcuno. Qual è l’unico buon motivo per affrettare un’operazione allo spasimo, per coinvolgere personale poco esperto e bucare la notte senza scorta; l’unico vero motivo impellente per la Federazione Russa, per i paesi satelliti.
La stoccata decisiva è ancora appannaggio del siciliano.
– I soldi, tanti, tanti soldi.
Espiro lentamente.
– Già, i soldi.
I soldati annuiscono, ho la mia personale conferma.
– Colonnello, signore.
Un ragazzo biondo si avvicina, dietro di lui una ragazza slava, troppo truccata, troppo svestita, troppo giovane.
Il ragazzo gira sulla schiena il Beretta ARX 200 e le fa cenno di raggiungere il gruppo.
– Dica tenente.
– Colonnello lei è Marjia qualcosa, dice di aver visto la donna vestita bene parlare con due uomini prima che succedesse, prima che.
– Va bene Rizzo, sentiamo cos’ha da dire.
Una voce già sporca di tabacco e altro.
– Voglio cinquanta nuovi euro.
Il tenente scatta.
– Ascoltami bene, è già tanto se non ti faccio arrestare.
Non è questo il modo, impongo il grado.
– Tenente lasci fare, questo è campo mio.
Si allontana poco convinto borbottando un signorsì.
La guardo negli occhi viola, leggo furia e ostinazione, non ne caveremo niente se non alle sue condizioni. Estraggo il biglietto arancio, lo faccio ondeggiare con calma.
– Ecco i cinquanta, ma te li devi guadagnare, avanti.
Sorride appena.
– La donna è al bar, beve, si vede che nervosa, io sono a ingresso e mi chiedo cosa ci fa in questo posto una vestita così. Dopo un po’ arrivano in due, alti, giacche larghe, scuri.
Il mio collega interviene.
– Come scuri, neri di pelle?
Lo guarda come un marziano.
– Negri? No qui negri non entrano, scuri come arabi, baffi, barba.
Due arabi e un diplomatico russo, i guai si avvicinano come sciami di locuste. Lei prosegue imperterrita.
– Discutono in italiano, ma capisco poco, quelli fa troppo casino.
Indica col mento gli slavi.
– Poi escono assieme, sempre discutono, lei fa un gesto e dalla città arriva un macchina che si ferma più o meno dove sta quel coso lì.
Indica il blindo sotto al diluvio, la ragazza è una vera e propria rivelazione di particolari, sono quasi tentato di offrirle di più, allo stesso tempo il brivido ghiacciato che si arrampica su per la spina dorsale non mi dà tregua.
– Dalla macchina passano alla donna un cassa di legno, non troppo grande, sembra una cosa bătrân, come dice in italiano? Molto vecchia.
Di Falco le si rivolge per la prima volta, la scruta, studia ogni minima espressione.
– Antica?
– Antica sì. Legno e metallo giallo su angoli.
Il colonnello mi osserva in silenzio.
– Una cassa antica, bordata in ottone, presumo. Un oggetto d’antiquariato prezioso, un’icona? La Russia svende i musei? Contrabbando d’arte?
– Spada non si fanno venticinque morti per un quadro, è qualcos’altro, un oggetto di potere, niente plutonio o schifezze del genere. Un simbolo.
Di Falco ragiona ad alta voce, le parole suonano oscure, ricolme di minacce svelate, per un attimo ci dimentichiamo della ragazza. Sussulto quando riparte.

– Poi loro apre scatola.

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13 thoughts on “Estratto II

  1. Gioia Z. ha detto:

    Si fa appassionante! Sapevo che facevo bene ad insistere…. ma dentro la scatola, che cosa c’è????
    Complimenti sinceri.

    • metalupo ha detto:

      Ellamiseria che rapidità!

      Il contenuto della scatola io lo so.
      Almeno credo.

      Ma tutto ruota attorno alla fine del mondo e quella, beh, ancora devo studiarla.
      Considera che ci VOGLIO scrivere un romanzo attorno.
      🙂

  2. autumnfair ha detto:

    e no!
    non ci puoi lasciare così…

    🙂

  3. autumnfair ha detto:

    Prima

  4. U.A. ha detto:

    Loro apre scatola, tu scrivi resto……!!!
    L’apocalisse sarà servita in comode dispense settimanali….U.A.

  5. Gioia Z. ha detto:

    Peccato essersi perse l’aperitivo. Seppur non milanese, è un tasto sensibile. 😉
    Quindi: perse le succulente anticipazioni in anteprimissima, mi accontenterei delle comode dispense settimanali.

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