Ritorno a Kabul

Ci sono racconti a cui sei particolarmente affezionato.
Questo, a mio parere, è l’esempio classico.

Spero che qualcuno abbia la voglia di leggerlo fino in fondo.

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Giusto per chiarezza

Vorrei dirtelo con molta sincerità, molta chiarezza.
Anche se ovviamente non leggerai mai queste frasi.

Questa mattina eri un sogno bagnato vero e proprio, uno spettacolo epocale della natura.

Ecco.

Duality

Fa tutto parte di me, complessità biunivoca di un tutto.
Il mare, gli occhi lucidi a certi abbracci speciali dei bambini, provare sempre a recuperare senza rancore.

Il Metal più fetente, le lame affilate, il 45ACP, le parole scritte che fanno male.

Facce della stessa medaglia e non smettere mai di farsi domande.

 

Il mare negli occhi

Parlami delle acque del tuo pianeta, Usul.

Aveva dodici anni e già allora le mareggiate lo spaventavano poco, di sottecchi osservava il bagnino, in piedi sul pattino rosso, la pancia prominente, lo sguardo severo.
Il mar Ligure chiamava, urlava di potenza, di creste spezzate sulla cima da un Libeccio teso, malvagio. Urlava e quel richiamo pareva agganciargli lo stomaco con una presa sfrontata, definitiva.
Aveva già deciso e prese la rincorsa, ignorando di proposito gli strilli dell’uomo in canottiera che saltellava sulla sabbia umida, i pugni chiusi che manifestavano odio per quell’arroganza fuori controllo. Corse incontro alla prima di una lunga serie di onde gigantesche.
Il mare capì.
Aveva diciotto anni e il crampo lo colse totalmente impreparato, appena sotto i dodici metri. Si ritrovò con la maschera piena d’acqua ad annaspare contro gli scogli tagliandosi le mani, il polpaccio ridotto a un nodo pulsante di dolore bianco, aria inesorabilmente finita, lo Sten Cressi che compiva grossi cerchi allungati verso il basso, trascinato dall’arpione.
Alzò la testa verso il sole lontano e in quel momento fu davvero sicuro che il fondo del Tirreno sarebbe stata la sua ultima casa. Prima di abbandonarsi ebbe un semplice, rapido pensiero, sul fatto che era davvero un peccato perdersi così tante cose a venire.
Le mani forti di suo padre lo artigliarono sotto le ascelle fasciate dalla muta nera. Appena dopo la prima splendida boccata d’aria, scoprì che le preoccupazioni di un genitore spesso sfociano in una furia a malapena repressa.
Osservò giù in fondo il fucile subacqueo adagiato sulla sabbia e si rese conto che sarebbe stata dura recuperarlo, iniziò a iperventilare.
Il mare capì.
Aveva più di trent’anni e si ritrovò cullato dai flutti, scivolato in un blu talmente scuro da mettere paura. Aveva scelto di regalarsi ancora il mare e sebbene da solo, dopo aver conquistato una fine, non ci aveva rinunciato.
Si era lasciato convincere e ora indossava l’attrezzatura necessaria per muoversi e sopravvivere nel profondo, era già successo ma il tutto gli aveva regalato uno strascico impuro, era sempre sceso unicamente con la forza dell’aria centellinata e quell’ingombro compresso sulle spalle pareva un’offesa, un imbroglio.
Ma si era fatto convincere e si piegò in avanti puntando deciso verso la parete d’acqua buia.
Scendendo assaporò la carezza delle bolle in emersione veloce lungo le guance, la sensazione di potenza dovuta alla possibilità di sgombrare dalla mente il pensiero del fiato finito.
A meno venti si fermarono, lui e l’istruttore, avrebbe potuto osservare la danza delle creature multicolori, seguire i gesti misurati dell’uomo che pretendeva chissà quali esercizi per migliorare la sicurezza in profondità. Avrebbe potuto, ma scelse di chiudere gli occhi, proprio lì in fondo.
Chiuse gli occhi e domandò a sé stesso e al mare se la vita aveva ancora in serbo per lui qualcosa di vero, di tangibile, qualcosa che avrebbe mutato per sempre i suoi passi, il suo sentiero.
Il mare capì.
Aveva poco più di quarant’anni e stavolta stentava a riconoscere quel vociare confuso, quella marea di corpi distesi, accaldati, denudati.
Con espressione più corrucciata del solito si avvicinò all’acqua e la rabbia montò dentro come un vulcano pronto a esplodere.
La superficie era disseminata da macchie oleose, cartacce abbandonate, pezzi di plastica in sospensione. Prese a odiare ferocemente la sua razza, iniziò a maledire il genere umano e la stupidità senza fondo cresciuta come un tumore maligno.
Poi un tocco leggero lo fece sussultare, il piccolo appoggiò la mano sulla sua gamba, lo sguardo perso verso l’orizzonte, la bocca piena di stupore. Osservò quegli occhi azzurri sbalorditi e sorrise, lo prese in braccio delicatamente e si incamminò nell’acqua bassa.
Distese l’espressione, minuscole dita si agganciarono saldamente alle sue spalle, mentre si immergeva fino alla vita vide nascere una risata fragorosa sul volto di suo figlio e fu consapevole che dopo tutto, quello poteva essere un buon inizio.
Il mare li accolse.

“Sei uno stronzo”

Litigare con qualcuno che si stima profondamente e suscitare una reazione che difficilmente avrà una soluzione.

Forse aveva ragione la mia ex moglie.
Forse anche quella attuale.

Forse che se ne vadano tutti affanculo.
Anche WP e la sua stella del cazzo del 40esimo post.

Sushi bar

C’è una vetrina.
Attraverso la spessa lastra traslucida, macchiata di gocce scivolose, un locale caldo, accogliente e ben curato.
I tavoli di ciliegio chiaro hanno gambe arrotondate, morbide sedie foderate seta scivolano sul pavimento opaco, un cotto italiano grezzo ma di ottimo gusto.
Pochi coperti, una decina al massimo e il bancone del cuoco al centro del locale, un comandante infaticabile abbarbicato al timone di una nave di successo.
Al bar si deve prenotare parecchie settimane prima, il pesce freschissimo, servito crudo con taglio artigianale è di moda a Milano, i coltelli del cuoco volano nell’aria guizzando sulle scaglie rosse di sangue.
Precipita un temporale velenoso, stasera.
Lungo le linee consunte del parka militare si radunano piccoli fiumi disperati d’acqua sporca, ho i capelli fradici ormai da quasi mezzora, brividi accesi di freddo consumano l’attesa.
Il mio dubbio rivelato.
Sei seduta al tavolo preferito, intrecci le dita nervose implorando con tutto il tuo essere una sigaretta che non verrà, nel bar è vietato fumare.
Dopo due tentativi falliti accendo di riflesso una Camel senza filtro e sorrido, assaporando la sofferenza della necessità.
La tua, la nostra necessità.
Il ragazzo ha un ombrello elegante, quelli enormi per due, un tessuto scozzese, il tartan di un clan dimenticato, niente impermeabile solo un rigoroso completo blu Missoni, calzoni stretti, scarpe lievemente squadrate sulla punta.
Entra e ti illumini.
Un nodo sciolto di furia repressa, le tue mani e le sue mani, il tuo collo vellutato Chanel e la sua barba rigidamente controllata a due giorni, le tue labbra e il suo abbraccio frettoloso, di quelli da uomini nei locali pubblici.
Le gocce scure continuano a discendere le guance scavate, in piedi, le mani affondate nel giaccone, stringo la 92FS, dotazione polizia di stato.
Sono qui amore mio.
Lui ordina un tempura di verdure miste, distolgo lo sguardo dal tuo piatto, il visore notturno telemetrico s’infrange sul vicolo alla destra della parete esterna del locale, esplode un lampo verdastro di profondità corrotte, il paradosso della grande città, i cassonetti che traboccano marciume infetto, appena qualche metro più in là il ristorante di grido.
So già cosa scivola davanti ai tuoi occhi, sashimi di branzino, cernia e tonno.
Il visore sibila mettendo a fuoco il tuo viso perfetto, l’ovale elegante, gli zigomi leggermente ambrati.
Lui ti beve.
È un broker di successo, è bastata una targa e il computer ha sputato un bel curriculum preciso, nitido.
Gran cosa l’informatica.
Penetro.
Alzi lo sguardo e il fastidio crea una barriera di metallo fluido, ho imparato negli anni a valutare le reazioni emotive delle persone associate ai moti corporei.
Rotei gli occhi, accavalli le gambe, incroci le braccia.
Difensiva, pura e semplice trincea emotiva. Lui non capisce e continua a intingere nella soia.
Il passo successivo è portare le mani alle Marlboro, il fumo sale veloce mentre ti appoggi allo schienale, dalla difensiva alla sfida.
Il proprietario scatta blaterando un italiano storpiato, occhiate infastidite degli altri clienti.
Alzo lo scudo metallico verso di lui.
-Polizia, la signora può fumare, per adesso.
Eccola, ancora, la sensazione di essere in grado di cristallizzare il momento, gli sguardi degli avventori che si flettono verso l’alto, lui che sbianca consapevole e colpevole, il tuo sorriso ironico, il giallo che balbetta e si ritira in buon ordine.
-Addirittura un visore notturno, non ti sembra di esagerare?
Mi ricordo all’improvviso del pezzo di plastica dura stretto nella sinistra, lo getto in grembo al damerino, schizzi di fango e pioggia sporca sul Missoni, si ritrae come un attinia, lo starlight cade sul pavimento.
-Stai attento! Idiota!
Si rende conto all’istante della cazzata.
-Mi scusi agente, non volevo…
Seconda cazzata. Sollevo di nuovo lo scudo.
-Commissario capo Andrea Conti, antidroga.
Pare colpito da un locomotore diesel in mezzo alla faccia.
-Antidroga? Amore ma cosa vuole da noi?
-Zitto coglione.
La rapida puntura di uno scorpione, la tua voce, il tono improvviso del comando e il pupo scopre di non avere più un’atmosfera di ossigeno a pressare dai polmoni.
-Veniamo a noi.
Eccola la parte che temevo, quella che nei film è definita lo spartiacque, tra il poliziotto buono e quello marcio.
Ti alzi e tutto il locale sembra prendere vita attorno al tuo odore, fruscio di femmina, rumori indistinti di bacchette lasciate cadere sui piccoli piedistalli di ceramica, inevitabile, quasi cinica la reazione della sponda maschile.
-La domanda è sempre la stessa. Quanto?
Colleghi di una vita infiltrati e fatti a pezzi, famiglie senza padri, medaglie al valore, bambini impasticcati col fegato di un ottantenne e la domanda è sempre una sola.
Quanto vali.
Si aspetta una risposta, ma non riesco ad articolare niente, le parole sembrano svanire nel puzzo nervoso di paura del giovane cazzone che si sbatte l’unico autentico capo del traffico di droga nel nord Italia.
Per lei è un gioco questo è molto, molto chiaro.
-Non hai abbastanza vite per potermi pagare.
Scuoti la testa e una splendida cascata rosso fuoco si agita nell’aria umida.
-Peccato.
Alzi una mano, piccoli braccialetti Pomellato tintinnano sottili, due movimenti bruschi ai lati della percezione, automatiche nere e bocche da fuoco spianate.
I due mastini inchiodano una Weaver composta, posizione di sparo avanzata, due mani, braccia tese e gambe flesse al punto giusto.
Professionisti di un livello superiore, apparsi dall’inferno degli assassini.
-E ora, per chiudere la splendida serata, ho paura di avere l’impellente necessità di conoscere il nome di colui che ha fatto in modo che mi trovassi.
Mentre parli osservo il ragazzo, in questo preciso momento si è reso conto di essere andato a letto con un serpente a sonagli, la cosa sembra non piacergli, sono sicuro che a breve darà pesantemente di stomaco.
Non faccio fatica a sorridere.
-Eppure dovresti saperlo, eppure avresti dovuto capirlo tesoro.
Martello l’ultima frase con certezza assoluta.
-I genitori ne sanno sempre più dei figli.
Il mio gesto è molto meno plateale, basta chiudere la mano sinistra a pugno e riaprirla con uno scatto veloce.
Gli otto commandos NOCS saturano il bar nello spazio di un paio di secondi scarsi, ombre nere, elmetti neri, occhialoni e il resto dell’armamentario da duri.
I due mastini la vedono brutta e decidono all’istante che non li paghi poi COSI’ tanto, si sdraiano in attesa dell’impronta di un anfibio sulla nuca, braccia tese, faccia a terra.
Mi avvicino reggendo i braccialetti nichelati, molto poco Pomellato, molto più efficaci.
-Devo infilarti questi o pensi di poter accettare una cosa civile?
Non sorridi più.
Non ci sono flashback, niente primo giorno di scuola, niente ti voglio bene papà, niente di niente.
Tutto svanito quando ho saputo.
Eppure.
Mentre ti portano fuori devo tentare.
-Bambina.
Ti giri e lo sguardo castano è quello disperato di tua madre.
-E’ stato così difficile amarmi?
La pioggia fitta abbraccia le nostre lacrime.
Insieme, ancora una volta.

Ho scritto poesie, ma non me la sento davvero più

Multinazionale, periferia nord Milano, sul piazzale asfaltato trenta/trentacinque gradi comodi.
Osservo l’effetto Morgana, la calura dal terreno è solida, perfettamente tangibile sotto i denti.
Casco giallo, guanti e scarponi non aiutano.
Il tizio grassottello sudaticcio che agita le mani davanti a me non aiuta.
Da circa mezz’ora provo a spiegargli che stockare QUESTO tipo di gas in QUESTA CAZZO di maniera fatiscente è pericoloso, molto pericoloso.
Non mi fotte niente che tu debba spenderci dei soldi per rendere la cosa più sicura, qui ci lavora della gente, il gas arriva da me, io non ti dò più il gas.
Equazione lineare, molto, molto semplice.
Il tizio sudaticcio prosegue il pistolotto sui costi, sulla crisi del cazzo.
Suda e alza la voce, alza la voce e suda.
Mi viene in mente che vorrei dare un’occhiata all’hard disk del suo pc, a volte si pensa male, ma a volte a pensare male si fa bene.
Dieci minuti dopo lo liquido senza una risposta, deciderò in sede se e quando riaprire i rubinetti.
Sono in macchina pregustando tutte le carte che mi aspettano in ufficio, i casini, il cerchio alla testa che lentamente si fa strada.
Al mio fianco sulla statale rallenta una 500 bianca, attraverso finestrini abbassati una bella ragazza castana canta, butta indietro la testa, coda di cavallo alta come piace a me.
Segue la musica col braccio sinistro fuori dal finestrino, istintivamente provo simpatia e probabilmente altro.
Ripartiamo al semaforo e lei mi sorride, decido di arrivare abbastanza vicino per percepire la musica.

Al semaforo dopo la vedo che si agita ancora, sorrido, il tizio davanti a me si sposta, m’infilo vicinissimo alla 500.
Dall’autoradio, sparato a un volume indecente Gigi D’Alessio miagola nell’aria furibonda.

No, NO.