Mannaro

Che_cosa_significa_sognare_il_buio

Francesco in un angolo della veranda, i muri della piccola villetta verniciati con una tinta improbabile, chiassosa.
Rigetta per la seconda volta, succhi gastrici guidati all’esterno dal principio di esaurimento nervoso, occhi rossi, mani che tremano nel gelo nebbioso della bassa.
-Non ci riesco, non ci riesco più.
Stringo i pugni all’interno dei guanti di pelle leggera, assolutamente inadeguata all’inverno rigido padano.
Non sono in grado di dargli una parvenza di tregua, pacche sulle spalle, abbracci fraterni tra camerati, punto lo sguardo verso l’orizzonte macchiato da una striscia grigia, appena sotto una falce di luna tagliente, minacciosa.
-Se non tu, ci sarà un altro a farlo.
Mi odio per questo, rientro.

Ascolta il richiamo luccicante del desiderio, nuvole leggere di profumo inebriante, sorride nella penombra della stanza illuminata dal riflesso dello schermo, sorride ancora impugnando il tessuto morbido, fibre di cotone lavorato.
Il gemito lo strappa al consueto lavoro di scrematura delle centinaia di mail che gli arrivano da ogni parte del mondo.
Una catena, la sua catena del desiderio.
Prova a resistere per puro divertimento, a concentrarsi sul salvataggio dei file, sulle cartelle criptate, sulle immagini che scorrono davanti ai suoi occhi.
Cede quasi subito, con pochi gesti misurati spegne il computer, si scosta dalla scrivania, percepisce l’eccitazione selvaggia mista a rabbia che gli nasce dentro.
-Arrivo tesoro.

Percorro la griglia.
Il luogo dell’omicidio suddiviso in piccole caselle da esplorare, sviscerare, passare al microscopio.
Attraverso vari strati di stanchezza un leggero capogiro mi fa barcollare in mezzo alla piccola camera.
I colori pastello sono ovunque, sui muri tappezzati con piccole figure di animali sorridenti, sul copriletto rosa di lana intrecciata ad uncinetto, sui mobili laccati verde acqua.
Francesco rimane sulla porta, la valigetta aperta ai suoi piedi, leggero ansimare dietro alla mascherina bianca.
Pallido.
Il corpo giace in una posa violata al centro, sul pavimento moquette azzurra intrisa di macchie rapprese.
Signore iddio fammi passare il tremore alle mani, almeno ora.
Chinandomi tento in tutti i modi di aggrapparmi alle sensazioni fisiche che riesco a racimolare, per non vedere, per non sentire quell’odore di morte cattiva.
Il lento frusciare sulle cosce dei pantaloni con la banda rossa, il pulsare ritmato delle tempie in costante evoluzione veloce, lo sbattere sottile delle palpebre.
Sporgo le mani, palmi guantati lattice verso l’alto.
Spalanco le porte dell’inferno ancora una volta.
Francesco soffoca l’ennesimo singhiozzo scheggiato.

Il corpicino ha un qualcosa di deliziosamente corrotto, gocce di sudore unto gli scivolano sulla schiena mentre si avvicina alla piccola imbavagliata, le mani sottili racchiuse in un complesso intreccio di legacci.
Si agita appena distesa sul letto, le gambe fasciate da un collant rosa delicato, una gonna di velluto beige chiaro sollevata fino al bacino.
L’eccitazione lo colpisce come una fucilata, ansima leggermente mentre si avvicina protendendo le dita.
Si siede facendo cigolare il materasso, godendo dei suoi occhi spaventati, del suo cuore che batte all’impazzata per il panico represso troppo a lungo.
Lacrime iniziano a solcarle le guance arrossate.
-Tutte così voi, puttanelle da quattro soldi.
Sorride.
È cosciente che ha poco tempo, che dovrà abbandonare la villetta in fretta e furia, ha già imballato il computer e la valigia con i cd.
Troppo poco tempo.
Meglio non sprecarlo.
Slaccia la cintura dei pantaloni.

Accendo la sigaretta, appoggiato al muro, i necrofori chiudono il portellone del van del medico legale.
Il cellulare squilla da qualche minuto, spengo con un gesto deciso, ai miei piedi la ventiquattrore con gli appunti da stendere per la relazione al comandante, Francesco si avvicina facendo frusciare l’erba umida.
-Marco.
-Sì Francesco, per rispondere alla domanda che stavi per farmi, sì. Anche questa volta, molto prima che decidesse di accoltellarla.
Forse sono troppo duro con lui.
-Non finirà mai tutto questo.
-Non credo tenente, non credo. Anzi penso che sia destinato a peggiorare.
-Dicono che abbiano coperture che neanche ci sogniamo, alto, altissimo livello.
Getto il mozzicone.
-Il nostro compito è fermarli, ad uno ad uno, con ogni mezzo.
-Credo che dopo tutto non chiederò il trasferimento.
Sorrido appena, nella mano destra stringo con forza fino a spezzarlo un piccolo fermacapelli di plastica colorata.
In lontananza sorge un’alba macchiata di nuvole porpora.

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BDSM

Tutti i modi in cui avresti
voluto essere, quello sono io.

Tyler Durden

 Adesso

 Percezione veloce di stimoli esatti, ricettori in collegamento binario con l’ipotenusa schiacciata dell’ipotalamo.
Comburente e combustibile intrecciano la loro danza azzurrognola, un lampo di soddisfazione luminosa, terminale.

Mugolio sommesso.

Rapida contrazione delle articolazioni sulla superficie di metallo satinato, piccole rughe mi nascono ai lati della bocca, iridi verdegrigio lontane, precise.

Tempo di agire.

Prima

Indossai con calma i guanti di pelle morbida, rapide gocce di sudore precipitarono lungo la schiena seguendo la linea decisa delle vertebre. Alzai lo sguardo al cielo, da un paio di giorni il sole era completamente invisibile, nascosto dietro a una cortina di smog e umidità che fiaccava le anime e i corpi.
La settimana più calda del secolo, così ripetevano i telegiornali in un incessante cicaleggio che non faceva che peggiorare la situazione.
Mi chinai verso la bombola d’Idrogeno da cinquanta litri, con un unico strappo degli addominali e delle braccia la rimisi in piedi provando a dimenticare il chiodo rovente conficcato nella nuca.
Attraverso la cortina di afa distinsi in lontananza un paio di colleghi appoggiati al muro, lo sguardo perso, le camicie fradice di sudore.
L’Audi A8 nera penetrò il piazzale come una tozza pantera, istantaneamente gli sguardi si posarono sulla berlina che parcheggiava vicino alle altre auto, facendole sembrare insetti malnutriti.
Rimisi nella tasca dietro dei jeans i guanti, strizzai gli occhi e attesi la mossa del guidatore.
Mi piantai a gambe larghe e mani sui fianchi, l’asfalto rovente che torturava le suole degli scarponi da lavoro. Non sopportavo i clienti che parcheggiavano e si attaccavano al cellulare, berlina superlusso o no.
Preparai la mia migliore espressione da lupo.
Impeccabile nel vestito grigio frescolana, cranio rasato, pizzetto mefistofelico, vaga traccia di abbronzatura.
Direttore di filiale, piccolo imprenditore, ottima disponibilità finanziaria.
Scese e tese la mano guardandomi negli occhi.

Suonai al videocitofono e il cancello della villa rimandò uno scatto elettrico.
Varcai la soglia e lui mi accolse con un sorriso forzato, sempre impeccabile, mellifluo.

– E’ stato gentile a consegnare lei.
Quel tizio non mi piaceva.

– Aspetti a vedere la fattura prima di ringraziare, sono venuto per farle vedere l’assemblaggio, poi dovrà pensarci da solo. Sono responsabilità che non ci prendiamo, come società.
S’irrigidì e tornò a essere l’uomo dell’Audi A8.

– Perfetto allora, vogliamo cominciare? Ho poco tempo.

Mi guidò attraverso un ampio salone, mobili moderni, acciaio e pelle nera, cassettiere basse sul pavimento di resina verde scuro.
Un cazzo di museo.

– Può appoggiarsi qui.

M’indicò un enorme tavolo di cristallo spesso.

– Senta non vorrei farle dei danni.

Fece guizzare il collo verso destra, come se avesse percepito un ultrasuono improvviso, un gesto da falco.

– Non si preoccupi, la responsabilità è mia.

Posai sul pavimento le due valige di metallo e feci scattare le serrature, mi rialzai osservando il tutto e facendo mentalmente la lista dei materiali, apparentemente non mancava niente.
Presi dalla prima valigia l’occorrente per il montaggio e iniziai.
Percepii l’occhiata sulla schiena, l’ambiente era climatizzato ma il lavoro mi faceva comunque sudare.

– Mi può scusare un attimo?

Non aspettò la replica e si allontanò verso il fondo della sala, dove si aprivano due porte.
Continuai di buona lena, avevo tempo, la giornata lavorativa era finita per me, ma quel posto mi metteva addosso un’ansia strana.
Tonfi attutiti, un gemito soffocato.
Alzai la testa verso la penombra.

Fatti i cazzi tuoi.

Posai gli attrezzi, le mani guantate che sudavano copiosamente. Feci cinque passi, poi ancora un paio verso la stanza al di là della prima porta.
La chiave del ventotto mi cadde con un thud sordo sulla resina.
Il cervello andò alla ricerca di qualcosa di familiare, lo trovò nelle perfette saldature dei tubolari di acciaio inox, cordoni precisi da mano esperta.
Successivamente gli occhi pretesero il loro tributo.
La donna bionda aveva capelli lisci, fradici di sudore, alla vita portava un corpetto di pelle rossa stringato sulla schiena, stretto fino all’inverosimile dato che si capiva che ogni respiro ansimato le causava un dolore acuto al costato.
Era fissata al traliccio ai polsi e alle caviglie, classici “ferri” imbullonati al centro appena sotto le mani, manette cromate appena sopra le caviglie.
Un complicato sistema di carrucole la sollevava a circa un metro da terra, separandole le lunghe gambe affusolate in una posa oscena, un collare borchiato di quelli da pittbull con le punte all’interno le rovesciava all’indietro la testa, contemporaneamente le torturava la pelle del collo, rivoli sottili di sangue segnavano il petto, i seni.

– Grosso errore amico mio.

La voce mi fece sussultare, cranio rasato si mosse verso di me, passando vicino al corpo in sospensione ebbe un attimo di esitazione, si chinò leggermente in avanti e fece partire una gomitata che centrò la donna alla bocca.
La testa incassò di brutto, spruzzi di saliva e sangue impattarono sui tubolari, la donna emise un gemito gutturale, animalesco.
Feci appena in tempo a girarmi di nuovo, mi resi conto che il tizio aveva in mente un attacco.

– Tu non capisci, ora non posso lasciarti andare, nessuno deve sapere, nessuno.

Fece ancora un passo e scattò, nella mano destra un pugnale da combattimento puntato dritto sul mio collo.
L’istinto e il mio vecchio addestramento reagirono all’istante.
Parai in alto a braccia incrociate, gli piazzai il sinistro nell’incavo del gomito e torsi all’indietro la mano armata di coltello.
Il piccolo crack delle ossa del polso lo fece lacrimare di dolore, feci mezzo passo in avanti per fargli spostare il peso sulla gamba destra e lo calciai con forza al fianco della rotula con lo scarpone dalla punta di ferro lasciandolo andare di colpo.
Cadde rovinosamente, precipitò sul pavimento e non si mosse.
Mi chinai e vidi il lago rossastro allargarsi sotto di lui, lo girai con calma ritrovandomi ad osservare un paio di occhi inespressivi, freddi, la lama del pugnale conficcata a fondo nella gola, piccole bollicine rossastre in espansione leggera sospinte dall’aria che velocemente abbandonava la trachea.
Cristo l’avevo ammazzato.
Mi rialzai velocemente avvicinandomi alla donna.

– Stia calma, ora la libero, poi chiameremo un’ambulanza e la polizia.

Mi piantò in faccia uno sguardo tetro, azzurro ghiaccio.

– Fermo.

Rimasi immobile, semiparalizzato.

– Ora, io sono tua.

Adesso

Mi osserva ancora, una supplica silenziosa, rotta dai singhiozzi di dolore.
Sono trascorse ore, tempo in lento scalare che ho utilizzato per finire di montare l’attrezzatura e per confrontarmi con sensazioni nuove, taglienti.
L’alesatore a dischi finisce di aggredire il tungsteno, stacco l’interruttore e osservo la punta dell’elettrodo, acuta, precisa.
Mi chino verso di lei, dai seni carnosi spuntano due coppie di barrette in metallo, conficcate a forza appena sotto la pelle, rendendola simile ad uno strano animale spinoso.
Tocco una delle estremità facendo oscillare la bacchetta nella carne viva, reagisce con un gemito, soddisfatto mi rialzo impugnando la lancia ossidrica appoggiata alla morsa fissata al tavolo di vetro.

Agisco sul rubinetto dell’Ossigeno e la fiamma si allunga di qualche centimetro, poi lentamente indosso la maschera di plastica nera con il vetro oscurato e mi preparo all’odore di bruciato.