“Figa, non ci sentiamo da Natale” (Slovenija)

Corso A.D.R.
In sostanza, un tizio che prova a farti capire come restare vivo se quello che trasporti decide di farti passare un brutto quarto d’ora.
Che sia colpa tua o meno.
In Italia dura qualche mese, tre o quattro ore la settimana, la sera dopo il lavoro, in Slovenija dal venerdì ore 16.00 alla domenica ore 14.00.
Diversa concezione sul valore di una vita umana.
Probabilmente.
Mentre guido oltre il confine lungo strade innevate in mezzo a colline dai colori strappati, riesco solo a pensare che qui sono andati avanti a macellarsi per parecchio, con gusto.
E’ un posto del cazzo, si mangia di merda, la birra è senza senso, bevono una grappaccia fetida che la cameriera del B&B ci propina dopo averne ingollato tre shot.
Gli uomini hanno facce da forca, spesso rapati e grossi, i cattivi dei film sugli slavi cattivi.
Appunto.
Il tempo libero lo passo in camera a guardare il soffitto, metal cattivo nelle orecchie, mi passano di continuo scene di vecchi film davanti agli occhi. Incrocio le mani sotto la nuca e vedo il sergente Will James chiudere da qualche parte il dolore e sfondarsi di guerra in The Hurt Locker.
Chiudere il dolore.
Di ritorno con il mio bel pezzetto di plastica rosa ufficializzato dal glorioso ministero dei trasporti sloveno mi rendo conto che mi sto perdendo.
Non riesco più a scrivere, vivo a stento una tregua armata con l’universo che non durerà, calpesto ogni santo giorno il confine sottile di una DMZ coreana con le focali dei cecchini a grattarmi la schiena.
Mi sento stanco.
Stanco e incazzato.
Per la piega che sta prendendo la mia vita, per il fatto che sento stringere ancora di più i ferri ai polsi, per quello che ingoio e non vomito, per lo schifo che si vede in giro, per tutto quello che stiamo diventando.
Ecco, sto perdendo la voglia e questo mi spaventa, perchè si suppone che fino a quando i tuoi figli non sono autosufficienti, la voglia, tu, la devi AVERE.
Ho storie in testa che non riesco a buttare giù, mi racconto di non avere tempo (cazzo in parte è vero), ma in realtà non trovo più la foga dei tempi andati, quella voglia bruciante di iniziare e finire e far leggere e aspettare un giudizio e…e.
L’ho detto, l’ho urlato, ne ho fatto un mantra, finirò per tatuarmelo.
Io invento trame quando le cose vanno per il verso giusto.
Quando il mio mondo rotola verso la bocca del reattore di Fukushima le mie dita si paralizzano sulla tastiera, mento  a me stesso con la coscienza di farlo, mi dico che prima o poi metterò giù il romanzo, la storia, le parole giuste.
Poi venderò il romanzo, comprerò una macchina sportiva, mi separerò e pagherò gli alimenti, mia moglie e i miei figli saranno felici e ricchi, avrò fidanzate saltuarie e tutto andrà per il meglio (cit.)
No.
Povero coglione, no.
Questo sarà un percorso di lacrime e sangue.
Questo dovrà per forza implicare lo stravolgimento globale della mia vita, ancora una volta.
Questo significherà, dover trovare la forza per fare scelte terminali e definitive, senza se o ma.
Roba che il suddetto reattore sembrerà un cazzo di cerino mosso dal vento di un mare in tempesta.
Sarò capace?
Sarò veramente in grado?
Averne almeno una mezza idea, potrebbe essere un ottimo inizio.

Keith Emerson 02.11.1944 – 10.03.2016

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