Wall

The killer awoke before the dawn
he put his boots on
he took a face from the ancient gallery
and he walked on down the hall

 La superficie levigata è ricoperta di microscopiche gocce sporche, grigio su nero, particelle di polvere fradicia.
Forse lacrime.
La pioggia tiepida della costa Est è come un velo nascosto, si rivela tra le dita per quello che è in realtà, angoscia pura, cristallizzata.
La lunga linea nera confina con una collinetta erbosa, il parco è curato oltre ogni limite, prati levigati come tavoli da biliardo, fiori ordinati, precisi come soldati schierati, soldati.
La visione d’insieme è però asimmetrica, a renderla tale una sequenza di oggetti depositati, abbandonati. Scarponi da jungla consunti, piccole bandiere di plastica rovinata, fiori dalle corolle ripiegate, vasi sbeccati, medaglie, lettere sgualcite.
Il sudario umido ricopre tutto, il vialetto di cemento che fronteggia il muro, le vedove, i figli ventenni che non capiscono perché sono lì.
I reduci.
All’inizio del muro c’è un altro monumento, più tradizionale, tre uomini con lo sguardo spento cappelli da foresta, salvietta sulle spalle, calzoni impastati di fango.
Spenti, come il bronzo di cui sono fatti, eppure tutti passando si fermano e sfiorano quella superficie fredda, le donne con la mano alla bocca, gli uomini con gli occhi lucidi, tutti.
Mi sveglio dal leggero torpore e muovo qualche passo verso il serpente nero adagiato, lo scricchiolio dei piccoli sassi bianchi sotto la suola degli anfibi è perfettamente udibile nel silenzio assoluto, rotto solo da poche parole sussurrate e da qualche uccellino impertinente.
È la prima volta che vengo al muro, sono stato in servizio attivo per trentacinque anni e mi sono sempre rifiutato di incontrare i fantasmi, ieri mi sono congedato per sempre e sono venuto qui.
Appena dopo gli uomini di metallo c’è un grosso leggio con un marine in alta uniforme, ti aiuta a trovare il nome, una semplice scritta incisa sul marmo, un piccolo sfregio della pietra nera.
Mi avvicino lentamente al ragazzo piantato rigido di fronte al librone, come spesso avviene nota prima le mostrine sul petto, appena un secondo dopo la cicatrice che mi separa il volto appena sotto l’occhio sinistro.
-Buongiorno caporale.
Rigido, nel suo saluto da marinaio.
-Buongiorno signore, posso esserle d’aiuto?
Le mani mi si stringono all’interno dei guanti, una piccola lingua ghiacciata giù per la schiena.
-Primo capo John Miller SEAL team six 1967 Dak-To.
S’immerge nella ricerca, basta un attimo.
-Terzo pannello quarta fila da sinistra, buona visita signore.
Ha gli occhi verdi, lentiggini, naso all’insù, venti, venticinque anni.
-Hai già prestato servizio attivo caporale?
S’irrigidisce.
-Signore, sì signore, due turni operativi in Afghanistan.
Rimane col naso puntato verso il cielo, soddisfatto.
-Felice che tu sia qui ancora intero caporale.
Mi allontano per non causare una fila, gli scarponi scricchiolano, piccole gocce ora scivolano sull’impermeabile verde.
Terzo pannello.
I nomi sono leggermente incavati, i caratteri austeri, squadrati.
Johnny boy, sono qui uomo.
La pioggia rinforza leggermente, il giovane mi osserva, rigido, una mano appoggiata aperta contro al muro.
Conosco la tensione, annuso il suo astio.
Vuole una cosa sola, tutti quanti vogliono una cosa sola, dopo gli anni, dopo i giorni, dopo i minuti. Alla fine vogliono la risposta.
Mi tolgo il basco fradicio di pioggia, lascio che l’acqua scivoli sulle guance, che rivoli lungo il collo, sulle mostrine.
Prende il coraggio a quattro mani e si avvicina, è così, è sempre così.
-Mi scusi.
Mani contratte, dita che si muovono a scatti, i denti stretti, stretti. Spalle che non hanno mai abbracciato, guance che non hanno mai sentito il profumo aspro di un dopobarba la domenica mattina.
E tutte quelle domande.
-Dimmi ragazzo.
Per un attimo capisce che forse la sua somiglia tanto ad un’intrusione non giustificata, sembra fermarsi, ma la sete è troppa, è troppa.
-Mi domandavo se.
Mi alzo, sembra leggermente intimorito, il mio metro e novanta abbondante, gli anfibi, il verde militare, i nastrini colorati, l’aquila d’oro sul petto, la pistola da bucaniere tra le zampe.
Riprende dopo un bel respiro.
-Mi domandavo se potesse aiutarmi, io…io ho bisogno di risposte.
Lo guardo, jeans, scarponcini da trekking, cerata inglese sulle spalle, un ragazzo.
-Lo so, lo so.
Torno a chinare la testa.
-Cammina con me, ieri è stato il mio ultimo giorno in servizio, ho tutto il tempo che vuoi.
Annuisce con un gesto secco, i piccoli sassi scricchiolano.
C’è un gruppo di bambini che saltella in mezzo all’erba, incuranti dell’umido, dell’umido che si respira in questo luogo, che si respirava in quel luogo. Quelli della terza generazione.
-E’ venuto per un amico?
Il suo imbarazzo è quasi palpabile.
-Senta io non vorrei davvero disturbarla e.
Lo fermo con un gesto leggero.
-Sono qui perché la guerra rende fratelli gli uomini. Allo stesso tempo ti rende orfano dei fratelli che hai appena conosciuto. La cosa peggiore in una guerra è affezionarsi alle persone, lo capisci?
Si passa le mani dietro alla nuca e stira la schiena mentre camminiamo, un gesto strano, molto spontaneo.
-Lo capisco, quello che faccio fatica ad accettare è il perché.
Eccola la domanda, perché.
-Il comandante in capo delle forze americane in Vietnam, il generale Westmoreland, una volta disse che l’America doveva ergersi a baluardo contro il proliferare del comunismo nel mondo.
Questo era il suo perché, il suo. Ma il vero perché, quello vero, cessa di esistere quando sei lì. Ho passato cinque turni di servizio nel sud est asiatico, sette anni. Tutte le volte firmavo per capire il senso di questa domanda, tutte le volte le risposte cambiavano colore.
Il verde della foresta, l’azzurro del cielo, il bianco latte del sole offuscato dall’umidità, il viola non il rosso come nei film, il viola del sangue e delle cicatrici.
I colori sono la chiave.
Mi guarda senza capire.
-Mi scusi, temo, temo che.
-Non preoccuparti, hai perso tuo padre nel Nam?
-Sì anche se non lo ricordo ero troppo piccolo.
Sposta lo sguardo sul vialetto.
-Piccolo.
Gli appoggio una mano sulla spalla fradicia.
-Dove?
Si scuote leggermente.
-E’ morto a Huè, hanno detto che è stato ucciso da un cecchino, di notte.
Ho dei flash di case diroccate, voragini aperte nei muri dall’artiglieria, finestre come orbite, canne di fucile che spuntano dalle fessure dei muri. Huè.
-Sai, chiunque abbia sentito l’odore della morte così da vicino, chiunque abbia respirato l’odio di un nemico tanto deciso nei suoi ideali da farti vacillare di paura, chiunque abbia fatto la guerra sa profondamente quanto sia devastante e sbagliata.
Mi fermo e lo guardo negli occhi.
-Tuo padre è morto contornato da uomini che lo amavano e lo consideravano un fratello, sangue del loro sangue. Stessa carne, ossa, anima. Non ci sono perché, ragazzo, non ce ne saranno mai ad ogni guerra.
Ci saranno solo uomini uniti per farsi coraggio contro la morte.
Questa è una risposta.
Non gli basterà ma forse è un inizio, mi guarda provando a capire e mi porge la mano, gliela stringo poi, meccanicamente, lo saluto militarmente.
Sorride.
-Lei si è congedato, non è più tempo di saluti al berretto.
Si allontana e mi lascia solo, sotto la pioggia.
I bambini scivolano ancora sul prato bagnato, il serpente nero li osserva immutato.

Annunci

2 thoughts on “Wall

  1. Gioia Zani ha detto:

    Questa volta hai dipinto un quadro. Grigio. Piovoso. C’è tanta solitudine. Tanto “vuoto di senso”.
    Molto bello. Mi ripeto, ma mi emozioni sempre.

  2. metalupo ha detto:

    Inchino Gio, è sempre un piacere.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...