Estratto

 

Milano
Anno 2025

Io sono la legge.
Le sensazioni aggrappate a questo semplice concetto svaniscono sotto l’incedere del nulla piovoso.
Lorenteggio è, prima di tutto, spartiacque climatico, uno sterminato border adagiato sulla schiena sventrata della metropoli.
Villaggio putrido cresciuto all’ombra del disfacimento del grande sogno, ultimo faraglione a guardia dell’oscurità, terra di nessuno, vuoto solido d’incubi realizzati.
La portiera del fuoristrada di pattuglia si lamenta preda della corrosione sistematica, l’umido acido attacca i materiali scadenti, ne fa una preda facile, indifesa; tendaggi pesanti di pioggia nerastra aggrediscono i confini definiti, lambiscono lo sguardo.
Lo skyline sfumato restituisce ombre impossibili, minacciose; i grattacielo delle multinazionali della comunicazione globale svettano imperiosi, violano nell’essenza lo sguardo che si perde attraverso un orizzonte incerto.
Ai piedi dei mostri vetroacciaio la distesa di case è un castello medievale chiuso in sé stesso, un governo autonomo, ritmi scanditi dagli odori, da sapori lontani.
La mia legge, all’interno, non ha alcun senso.
Milano soffoca nell’uragano, svanisce sotto i colpi della recessione sistematica, sotto l’urto costante del clima mutato, sventrato dalle tempeste monsoniche a latitudini impossibili.
Milano agonizza nella miseria nera, nelle baraccopoli sterminate, nel ricordo della “capitale morale”, nell’unica via di salvezza apparente.

Il crimine.

Volto le spalle lentamente, l’ologramma stenta un alito di luce spettrale, viscida; il Bingo si erge come un’isola dimenticata da tutto e tutti, superfici consunte, l’insegna ravvivata dalla patetica danza di una ballerina elettronica seminuda.
Terrasini è un fiato stanco.
– Cristo che squallore, mette paura.
Annuisco, occhi grigi sui marciapiedi, sguardi assenti. Una puttana in latex bianco, tredici, quattordici anni, innesti luminosi nei capezzoli, seni ipertrofici; mediorientali ridono nei comunicatori intercraniali, slavi ringhiosi si spintonano all’ingresso, sibilo sottile dai dispenser ad aria compressa di crack sintetico.
Attraversiamo il Lorenteggio riparandoci sotto i parka militari dalle gocce pesanti che precipitano simili a proiettili; giù in fondo nel buio, verso le campagne, l’uragano tropicale continua la sua cavalcata.
Il cordone mimetico non fa la minima fatica a mantenere l’ordine, la curiosità ha lasciato il posto all’indifferenza; basco amaranto, gradi da colonnello, mi osserva dietro un volto tagliato con l’accetta, pizzetto grigio, automatica di traverso sul petto nella fondina nylon.
Saluta alla fronte.
– Colonnello Di Falco, pessima serata capitano Spada.
Dal duemilaventidue a Milano vige la legge marziale imposta dal governo federale, le continue sommosse delle periferie fomentate dalla criminalità organizzata hanno costretto alla resa il consiglio lombardo; quasi ventimila soldati pattugliano giornalmente le strade del capoluogo.
L’Evento ha lasciato il segno, anche qui, a seicento chilometri di distanza.
Con la coda dell’occhio osservo il blindato Fenice parcheggiato sullo spartitraffico, il cannone a microonde puntato nel nulla.
– Ci conosciamo?
Vago sorriso, il ghigno non raggiunge gli occhi stretti.
– Riunione interforze a Gennaio di tre anni fa, lei fece incazzare di brutto il sindaco.
Ricordo il guazzabuglio di divise nella sala di Palazzo Marino, ricordo l’uomo in piedi a schiumare rabbia, i pugni che si agitavano nell’aria, ricordo la stretta di mano, le parole sintetiche del militare.
E’ un politico, non ci faccia caso.
Erano i primi giorni dell’emergenza e coinvolgere i militari sembrava avrebbe potuto scatenare l’apocalisse.
Semplicemente non avvenne, la gente si abitua, la gente si abitua a tutto.
– Già, noi siamo quelli dell’argine rotto, ma nessuno vuole la responsabilità di veder scaricare sacchi neri dai camion.
Sospira lento, appoggia le mani sui fianchi, un cenno del mento a un enorme sergente.
– Cosa abbiamo qui colonnello?
L’alito condensato si perde nell’aria fradicia.
– Una mattanza.
Trattengo il fiato, una contrazione veloce alla bocca dello stomaco.
– Ci faccia strada.
Di Falco s’incammina, un militare di guardia all’ingresso gli spalanca la porta, un gesto rapido, premuroso.
Non riesco a fare a meno di osservare ancora una volta l’orizzonte verso sinistra, il fronte minaccioso ormai ha raggiunto le porte della città.
Forse non se ne andrà mai più.
L’interno è una caverna buia, rischiarata a tratti da neon azzurrastri, una luce livida, il tutto molto simile all’atrio di un cinema ma completamente spoglio. La scritta day-glo sulla schiena di Terrasini reagisce allo spettro e recita polizia militare, due file di slot machines troneggiano sulla destra.
In fondo il bancone del bar in finto legno.

A sinistra la cassa.

Il bar, la cassa.

Lo specchio elettronico con le mensole in vetro è in frantumi, quasi tutte le bottiglie esplose sotto i colpi dei blindati, liquido cola a terra gocciolando sulle piastrelle unte. Mi avvicino all’apertura sul lato, al di là della mezza porta il cadavere giace in una posa scomposta, una gamba piegata dal lato sbagliato, una scarpa persa chissà dove, il viso del ragazzo affondato in una pozza scura che si va solidificando lentamente.
Forse vomito.
Schizzi di sangue arterioso e frammenti di ossa esplosi dalle ferite un po’ ovunque, una parte della superficie riflettente cantilena la pubblicità di una vodka russa, l’urto dei proiettili non è riuscito a fermare il meccanismo che ripete all’infinito lo slogan, una voce metallica che rimbomba nel vuoto freddo.

Ci si sono accaniti con gusto. L’unico pensiero che prende davvero forma.

La cassa aveva una parvenza di vetrata di protezione corazzata, di quelle antisfondamento, i killer hanno semplicemente sgusciato la spoletta di una granata ad alta frammentazione d’impatto.
L’hanno gettata dall’alto nel gabbiotto.
Ho un’immagine della ragazza che armeggia con la maniglia della porta per uscire, gesti convulsi.
La vetrata è sparsa sul davanti, una decina di metri di devastazione cristallizzata in frammenti minuscoli.
Mi sporgo, carne fresca esposta ricopre ogni singolo interstizio.
– Madre santa.
Terrasini tradisce un’educazione religiosa, di quelle da profondo sud d’Italia.
– Il bello deve ancora venire.
Di Falco, il cinismo del militare in zona di guerra.
Due passi decisi verso le porte tagliafuoco che danno sul salone, siamo dentro e l’inferno è su di noi.

 

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7 thoughts on “Estratto

  1. Gioia Z. ha detto:

    to be continued?

    • metalupo ha detto:

      Ho pezzi sparsi da radunare.
      Devo raccogliere il coraggio a due mani e vedere dove mi porta il tutto.
      Soprattutto trovare il tempo.
      Mi pare di aver capito che ne hai una.
      Io due.
      🙂

  2. Gioia Z. ha detto:

    Una…??? Se ti riferisci alle mani, giuro che ne ho due anche io! 😉
    Se invece alludi a mitologiche creature bipedi mangiatempo… siamo comunque due pari.

    Io sarei curiosa di vederlo questo inferno… se lo presenti, fammi un fischio che passo a farmici un giro.

  3. metalupo ha detto:

    Intendevo le MCBM, dunque complimenti a te, sai di cosa parlo.
    Per vedere l’inferno dal vivo basta fare un salto in Milano ovest.
    Per l’eventuale romanzo, devo scriverlo e trovare un folle che lo pubblichi.

    • Gioia Z. ha detto:

      Cambio la gita a Milano ovest per un nuovo estratto del futuribile romanzo. Accetti lo scambio? 😉

      Scherzi a parte, mi è molto piaciuto l’estratto che hai pubblicato. La prosa è asciutta ma non troppo, e l’azione scorre con rapidità. Sarei davvero curiosa di leggerne il seguito.
      Fa un po’ Blade Runner… e a me Blade Runner piace molto!

  4. U.A. ha detto:

    Ciccio e il resto della mattanza??…non si fa cosi con gli amici….!!U.A.

  5. 321Clic ha detto:

    Se questo è l’inizio, ben venga il resto 🙂

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