Estratto III

Stretto di Hormuz
Anno 2025

Einar Ragnarssonn ama la sua nave.
Spesso gli uomini in coperta osservano i polpastrelli che danzano sui braccioli della poltrona di comando, carezze sottili, quasi passionali.
Einar, come la sua nave, è un gigante che solca i mari fin da bambino, conosce le acque del Nord e le coste scandinave come le sue tasche, come ogni finlandese che vada per mare è in grado di dribblare gli iceberg alla deriva, studia le rotte delle balene e se ne tiene alla larga.
Respira la neve e ne legge i misteriosi percorsi nel cielo.
Per questo odia ferocemente quel posto.
Essendo un gigante, come la sua nave, non sopporta gli spazi angusti e quel maledetto gomito bollente lo innervosisce non poco.
Il primo ufficiale sa che il carico di greggio e di gas dalle stazioni di pompaggio e il successivo attraversamento dello stretto di Hormuz sono momenti estremamente delicati nella vita del comandante, per questo sa di doverlo lasciare in pace, di non dovergli ricordare che deve riposare e non ingoiare litri di caffè tiepido nella penombra illuminata dai led dell’ampia plancia di comando.
Anche lui è finlandese, così come tutti gli ufficiali della Suuri Kuningatar, la Grande Regina, quasi settecentomila tonnellate di dislocamento a pieno carico, quattrocentosettanta metri di serbatoi ad altissima pressione, il gigante dei giganti, la nave più grossa mai costruita dall’uomo.
La nave di Einar.
– Troppo traffico oggi, cosa dice il computer Sveinn?
Einar si eleva in tutto il suo metro e novantadue per centodieci chili cercando lo sguardo del primo ufficiale, l’aria condizionata riesce a mitigare in minima parte la tremenda calura che li circonda, inevitabilmente la folta barba bionda inizia a prudere.
– Abbiamo la Kingfishdue miglia a tribordo, a pruanave entro le tre miglia la Carrier Express, poi ovviamente, lei.
Sveinn Kristjanssonn, primo ufficiale, gira leggermente la testa verso l’ampia vetrata di babordo, un brivido nero sale dalla colonna vertebrale, la massa imponente è sempre lì, l’incrociatore americano da diecimila tonnellate USS Philadelphia è vicino, davvero troppo vicino, anche per il sangue freddo del finlandese.
Einar soffoca un’imprecazione, stringe l’enorme pugno attorno al gotto di ceramica che emette uno scricchiolio minaccioso.
– Il diavolo se li porti, loro e il maledetto pattugliamento operativo di scorta. Un aggeggio da guerra strapieno di missili infilato su per il culo dell’Iran, poi parlano di provocazioni. Le distanze Sveinn.
Il primo ufficiale si avvicina al touch screen del computer che regola l’intero sistema di navigazione della petroliera.
– Ttrecento metri, assetto costante.
Il comandante è un ringhio gutturale.
– Troppo vicini, sono troppo vicini.
È un marinaio di prima classe, è uno sguardo trasparente, la voce appena tremolante tenuta a bada a fatica dall’addestramento.
– Comandante, comunicazione d’urgenza dal Philadelphia, il capitano di vascello Voight alla radio.
Einar lo sa, si è preparato tutta la vita per affrontare emergenze, per vivere il mare e trasportare petrolio con la sua nave, Einar percepisce all’istante che niente sarà più uguale dopo quella voce sulle corte.
Non si è mai pronti a tutto, mai.
– Passalo sull’altoparlante.
– Può parlare signore.
La voce di Einar è un tuono represso di furia.
– Qui Suuri sono Ragnarssonn, avanti capitano.
Rumori soffocati, voci di sottofondo, suoni elettronici in rapida successione, l’allarme traspare perfettamente dalle parole dell’ufficiale.
– Comandante mi ascolti bene, temo che non avrò il tempo di ripeterglielo.
Il finlandese è un riflesso di ghiaccio stemperato dalle luci dei pannelli di comando.
– Subiamo un attacco informatico su vasta scala, i computer dell’AEGIS sono compromessi, ripeto i computer dell’intero sistema di contrattacco sono compromessi. Abbiamo una stima attendibile di quattro forse cinque minuti prima della resa totale dei firewall. Dopodichè avremo perso completamente il controllo dei sistemi d’arma. Ragnarssonn ha capito cosa le sto dicendo?
Einar è un urlo strozzato.
– Macchine avanti a tutta forza! Manovrare per tre zero zero!.
Lo sa.
Vuole mettere mare tra lui e quel maledetto aggeggio pronto ad esplodere, l’istinto gli ordina di farlo, ma in fondo al cuore lo sa che è inutile, che non ci sono distanze possibili con una nave da guerra, persino tra le braccia delle acque aperte.
La regina ci prova.
In pochi secondi i settantamila cavalli delle due turbine vapore Sumito Stal-Laval scaricano sull’elica da nove metri di diametro una potenza ruggente, scatenando una tempesta di schiuma in mezzo allo stretto; la virata è cattiva, repentina, un angolo impossibile, tutti i cinquanta uomini dell’equipaggio devono reggersi per non cadere.
Einar si attacca alla radio.
– Capitano ho bisogno di tempo, deve darmi altro tempo.
La sentenza non ammette repliche.
– Comandante ci stiamo allontanando a tutta velocità ma temo di non aver più il controllo delle armi di bordo, se ne vada di lì, se ne vada ora.
La tazza di ceramica esplode tra le dita.
– Rotta, dammi una distanza ragazzo.
– Settecento metri signore, in allontanamento.
È tutto inutile, tutto inutile, le due torri, le due torri in mezzo al Golfo Persico.
Prende con calma il microfono tra le mani,
– A tutto l’equipaggio, parla il comandante, nei prossimi minuti subiremo un attacco da parte dell’incrociatore americano a causa di un atto di sabotaggio, state ai vostri posti e mettete in atto le procedure di emergenza come vi è stato insegnato.
Einar osserva dalla vetrata del ponte di comando una giornata tranquilla, quasi pigra, cielo azzurro, acque calme e gabbiani nel cielo.
Poi siede di nuovo al suo posto in attesa della fine.
Il trojan cavalca la potenza del cyberspazio, esige un tributo di sottomissione e come una bestia feroce attacca le ultime difese di ridondanza del complesso sistema AEGIS.
Sull’incrociatore il panico è evidente, palpabile, le voci si susseguono, le urla interrotte, le comunicazioni febbrili con il NCDOC, il quartier generale di difesa informatica.
Uomini osservano impotenti, paralizzati lungo le paratie, sui ponti corazzati, nella pancia del mostro d’acciaio.
Uomini osservano con il fiato sospeso l’orrendo spettacolo che si prepara.
I lanciatori Harpoon, dotati di vita propria, liberi dai comandi, liberi da tutto e da tutti, il meccanismo si anima, segue una traccia precisa, i missili puntano l’oceano.
Una salva di quattro in rapida successione, quattro sagome da quasi cinque metri l’una scalano l’atmosfera limpida, regalano un lampo di luce combusta.
Il propellente solido li spinge verso il basso, li manda a radere il pelo dell’acqua in un solo, gelido istante.
Poi il sistema computerizzato di guida imbarda una traiettoria popup, i vettori piegano i flap, le carlinghe virano verso il cielo arrampicandosi verso le pochissime nuvole.
Esattamente sulla verticale della Suuri Kuningatar.
E cadono.
Einar Ragnarssonn ama la sua nave, mentre attorno a lui si scatena la follia si costringe a respirare piano, con una lentezza spasmodica, si costringe a chiudere gli occhi e tornare ai fiordi, lungo le ripide pareti di roccia taglienti come lame.
La primavera gelida e l’odore di muschio, i prati ancora innevati attorno alla casa, i figli che lo guardano.
Poi la prima testata Destex ad alto potenziale impatta sul ponte
La configurazione da penetrazione spinge i quattro vettori in fondo, a sfondare la tripla paratia con cui sono costruiti i serbatoi.
Giù, dritto al cuore della Regina.
Il sole sul mare.
L’ultimo pensiero di Einar, ma si sbaglia, perché quello che prende vita in pochi decimi di secondi non è un’alba tranquilla di salsedine, è l’inferno.
I gas in pressione prendono vita assieme al tritolo delle testate, la pancia del gigante si gonfia preda della spinta e del calore, la detonazione simultanea disintegra la maggior parte dei ponti, tutti gli uomini spariscono semivaporizzati dalla palla di fuoco.
Einar non si sbaglia del tutto, un lampo terminale fiorisce sul mare, qualcosa di molto simile al fungo nucleare di un’atomica di piccole dimensioni. La luce è visibile a molti chilometri dalle coste dello stretto, istantaneamente i comandi militari di Iran, Oman ed Emirati Arabi vengono messi in stato di massima allerta, telefonate febbrili si susseguono.
Il presidente degli Stati Uniti si presenta in televisione per confermare la completa paternità del tragico incidente, giura che se esistono dei colpevoli saranno perseguiti con tutti i mezzi poi lentamente invoca un minuto di silenzio per le vittime della sciagura.
Il mare inghiotte.
Le navi attorno, la carcassa della Regina, il Philadelphia che si rovescia a causa della mostruosa onda anomala creata dall’esplosione.
Il mare inghiotte.
I corpi, i perfetti meccanismi a prova d’errore, i computer, il singolo impulso elettronico generato da un pc a  migliaia di chilometri di distanza.
La piccola cassaforte nell’alloggio di Einar e il suo contenuto.
Tutto e tutti.
La morte è ovunque, la distruzione è ovunque, il mare inghiotte e ricopre i segreti.

La genesi e la nemesi, da sempre, di tutti noi.

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7 thoughts on “Estratto III

  1. Gioia Zani ha detto:

    Emozionante. In genere non amo le storie troppo “grosse” (passami l’aggettivo). Fatico ad entrarci. In genere prediligo le storie che parlano di quotidianità. Sei riuscito a farmi cambiare idea. Complimenti.

  2. metalupo ha detto:

    Ho litigato parecchio con dei veri aspiranti ufficiali di marina per questo pezzo.
    Dopo avermi dato ottimi e soprattutto plausibili consigli sul come farlo sembrare reale ho fatto, ovviamente, di testa mia.
    Ma semmai il tutto dovesse vedere la luce li citerò senz’altro nei ringraziamenti.

    Come voi del resto.

  3. U.A. ha detto:

    Bello, Ciccio…come prologo non mi sembra affatto male!!! Si ma poi cosa c’era nella scatola? U.A.

  4. Gioia Zani ha detto:

    U.A. visto che sono nuova da queste parti, non volevo sembrare l’invadente curiosona che sono… quindi grazie per avermi rubato le parole, e la domanda, di bocca! 😉

  5. U.A. ha detto:

    E’ un piacere averti rubato qualcosa dalla bocca!! U.A.

  6. 321Clic ha detto:

    Cavolo, se prende!

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