Strade Vuote

 


Decido in fretta, lascio ben poche repliche, scivolo attraverso il serpentone d’asfalto, arrivo a Bellaria nel tardo pomeriggio di venerdì.
Bellaria è esattamente come ci si aspetterebbe a stagione non ancora iniziata.
Vuota.
Orbite putrefatte che osservano un mare putrefatto, limaccioso nel suo essere riciclato, ripompato, drenato nell’essenza più profonda.
Dalla finestra della stanza, la distesa cadavere lambisce la sabbia puzzolente, abbraccia il cuore, lo pressa in una morsa d’acciaio.
Sono qui per incontrare scrittori.
No.
Sono qui per incontrare visionari, lucidi figli della follia, surfisti dell’incubo rivelato.
Siamo sempre noi e forse non lo siamo più, innegabilmente siamo alla ricerca di una seconda anima.
La prima ci ha abbandonato parecchio tempo fa.
Scivoliamo attraverso parole e pagine, pixel e memorie virtuali scagliate nell’etere.
Forse ci pervade una sorta di malinconica certezza, forse siamo davvero all’inizio della ripida scala del postumano.
Forse.

Cosa rimane.
Il sorriso sincero di X
La paura che leggo negli occhi di Dario Tonani.
La sterminata consapevolezza musicale di Black M. Attraversa con me un sole possente lungo la Bassa martoriata,  i Tangerine Dream a farci da guida, uomo il libro è praticamente finito e a mio parere è un gran bel libro.
La follia gravida di ombre di Antares con annesso granchio putrescente.
La presenza possente del mio padre spirituale Sergio “Alan D.” Altieri, cazzo uomo diamola NOI una spintarella alla fine di questo marcio mondo.
Zoon, fratello, tu lo sai, essere ammassi biologici pensanti a volte è una fregatura del cazzo. Avere sempre e comunque il grugno nella morchia è una fregatura del cazzo. Ma, mi avete fatto sentire davvero bene.
Il folletto dark senza fissa dimora nell’universo,  baci da lontano con la mano sulle labbra, come si faceva secoli fa, adorabile.

Grazie a tutti, quando vi vedo io sono a casa.


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Job Frame

Qualsiasi cosa sia, lì nella bacinella, sta sanguinando.

Kira

La contatto attraverso i soliti canali, sito specializzato, pixel imbrattati di promesse più o meno svelate, un numero di cellulare.
Al telefono appare roca di sigarette e alcolici, forse semplicemente di sonno in diminuzione esponenziale, fare la puttana non è fondamentalmente un mestiere riposante.
Si sa.
Gentile, leggermente svagata, appeal lucido, deciso. Contrattiamo un hotel del centro, costoso, il mio tempo, il suo tempo. Poche rapide domande su preferenze, modi, esigenze di preparazione del pacco regalo.
Contrattiamo la cifra, qualcosa di molto superiore a uno stipendio medio, il mercato globale del cazzo.
Un appuntamento scarno, memorizzo il viso, non sarà difficile riconoscerla, saluta restituendo false fusa da gatta in calore, professionista di un livello superiore.
Convengo.
Mi appoggio allo schienale della poltrona in pelle, indugio sulla pagina web che la riguarda, un profilo slanciato, magnetico, venticinque ventisette anni, occhi vagamente a mandorla, curva accentuata dal trucco di classe, caschetto scuro, seno acerbo.
Soppeso ancora una volta gli occhi, carne degna di nota.
Il pomeriggio trascorre lento, tra offerte di collaborazione, contratti da analizzare, clausole da sviscerare, attraverso l’ampio finestrone all’ultimo piano del grattacielo un tramonto fuori stagione esplode di colori inaspettati.
Appoggio le dita al gelo dell’antisfondamento, laggiù in fondo nella morchia devastata, l’umanità consuma, distrugge, desidera; assapora odori dimenticati, sogna ricchezza, ottiene una mediocrità senza speranza, spruzzata di piccoli attimi sfaccettati.
Valutare gli istinti, scorporare i lati nascosti della personalità, sezionare un’occhiata, un sorriso nascosto.
Il mio lavoro. Messaggi in transito nella posta, offerte di collaborazione, sempre al vertice della piramide.
Il migliore.
Chiudo il laptop, tempo in chiusura costante, sempre e comunque poco.
La porta dell’ufficio è un sibilo attutito.

L’atmosfera del bar dell’albergo è deliziosamente corrotta.
Il lungo bancone di marmo sbeccato fa da palco a una platea consunta. Ampi drappeggi rosso sangue contornano la sala, lo spazio è costellato da piccole isole composte da poltroncine e divanetti con annesso tavolino, vociare sommesso della clientela abituale, tipico luogo per incontri mercenari o clandestini.
Mi fermo al bancone, lo specchio sulla parete alle spalle dei barman regala uno sguardo alla Jack Torrance in completo scuro.
Le parole nascono con gusto, ne assaporo il suono pieno, scandito.
– Lagavulin, liscio.
L’ombra nera scivola densa di sapori alle spalle, accompagno la prima sorsata di whisky con il profumo dolce della sua presenza.
Lo specchio pare illuminarsi al riflesso nitido.
– Sei splendida.
Sorride come sorridono le donne ai complimenti.
Indossa un tubino nero rigoroso sul davanti, ma colgo un lampo di schiena nuda, qualche occhiata famelica dei presenti. Calze nere velate, un elegante tacco dodici che la solleva fino a un buon metro e settantacinque.
– Grazie, sei gentile.
Aggancio uno sguardo dolce, bambina spaurita cresciuta troppo in fretta.
Ha labbra carnose in rosa leggero, non troppo sfrontate, da baci leggeri, piccole ciocche ribelli che invadono l’ovale sfilato.
– Vuoi bere qualcosa?
Il barman si materializza.
– Martini.
La coppetta del cocktail si gode la carezza delle dita affusolate, i polpastrelli scivolano sul cristallo, domande di rito.
– Che lavoro fai?
– Risorse umane, valuto le potenzialità del prossimo.
Un interesse che pare genuino.
– Come ci si arriva? È una professione che mi ha sempre incuriosito.
Sorso, una piega deliziosa ai lati della bocca.
– Sono laureato in filosofia, ma la scuola è un’altra.
Lampi lucidi di curiosità femminile.
– Sarebbe?
– Sono stato militare di professione, s’impara a prendere decisioni veloci studiando gli sguardi.
– Interessante, cosa ti ha spinto a farlo?
È il mio turno.
– Due vettori primari che ci accomunano.
Finisce il cocktail con cura, studia il riflesso verde delle mie iridi.
– Il denaro, la fuga.
S’irrigidisce, l’occhiata dura si perde alle spalle.
– Saliamo.
Ondeggia leggera sui tacchi, la stanza è enorme, appoggio la tessera magnetica sulla scrivania di mogano.
Sorride di nuovo.
– Temo che mi dovrai pagare in anticipo.
– Nessun  problema.
Appoggio le banconote di fianco al pezzetto di plastica, le fa sparire nella pochette Prada. Mi regala un gesto spontaneo, si tormenta con l’indice il labbro inferiore.
– Vuoi spogliarmi tu?
Professionista di un livello superiore.
– Non ce ne sarà bisogno.
Con un unico movimento fluido indosso i guanti di pelle ed estraggo la Beretta PX4 Storm silenziata.
So riconoscere una faccia da poker quando la vedo, azzarda una domanda.
– Non capisco.
Sento di doverglielo, in fondo è lavoro, nessun bisogno di un ulteriore sfregio.
– Nel tuo settore non è prevista la libera iniziativa.
Sospira.
– Dragomir, bastardo rumeno.
Alzo la canna rigata.
– Il nome è quello.
– Suppongo che.
Le risparmio l’umiliazione d’implorare.
Miro al cuore, faccio fuoco, tonfo ovattato, la mia Weaver rilassata assorbe il rinculo.
Crolla come una bambola strappata.
Mi avvicino, respira ancora, gli occhi neri vagano lontani.
Alzo di nuovo l’automatica, secondo sparo.
Raccolgo i bossoli.

Nell’uscire spengo la luce, la serratura è un click impietoso.

zerozeroquarantacinque

Lo sbirro è uno sbirro, lui lo sa che io lo so che fa un lavoro del cazzo, pagato a cazzo, non abbandona mai con la destra l’impugnatura della 92.

– Ha bevuto?
– Due medie.
– Devo farle il tasso?
– Sempre due medie risulteranno.
– Dove sta andando.
– Casa.
– Non ha l’aria  di uno che va a casa.
– Lei non ha l’aria di uno che si diverte a chiedere certe stronzate.
– Faccia poco lo spiritoso.
– Non offenda il mio cervello.

Si gira verso il collega, due puttane slave dietro la pantera ridacchiano, stivali bianchi mezza coscia la prima, stesso modello ma neri, la seconda.
Bianconero, il colore della puttana per eccellenza.

Che dici.
– Dico che mi sono rotto i coglioni.
– Abituati, siamo in giro fino alle sette di domani.

Sbuffa, abbandona le guance della pistola e si appoggia alla portiera.

– Vada a farsi un bel sonno lei che può.
– Ci conti. Buon lavoro agente.

Fuori è Milano lungo i viali umidi di pioggia, idioti a duecento all’ora, mignotte, trans, spaccia, locali, gocce pesanti come proiettili campali.
Gocce che scendono in fondo, musica che fatica a scacciare un groppo duro.
Fuori qualcuno prepara tre bei GPL con un innesco semplice semplice da far blevare davanti a una scuola e ci sarà stato qualcuno come me che come tutti i giorni le avrà caricate in macchina al tizio, cazziandolo perchè in macchina è pericoloso.
Fuori la terra si prepara a regalare una notte che difficilmente sarà dimenticata.

Fuori è fuori e come sempre la maschera è alta, ma dentro.
Ci sono cose che gli uomini non si dicono, cose riservate a una donna.
Ecco forse quello che mi manca di più è poter parlare con calma a una donna, guardandola negli occhi.

Sicuramente sono le due medie, agente.

Oggi

Oggi.
Che dopo la tempesta il cielo spacca un’aria frizzante che sembra fine ottobre, una delle rare giornate in cui Milano dà il meglio di sè, anche se non è inverno. Una di quelle giornate in cui la musica in cuffia regala echi lontani di chitarre possenti e gli uomini alla barriera riescono persino a darti le giuste indicazioni. Oggi che sono quasi passati un paio d’anni e ogni tanto mi vieni in mente.
Ogni tanto ma non troppo spesso e questo mi fa sorridere, perchè i ricordi che non si guastano sono i migliori.
Oggi che forse, dico forse, sono in grado di regalarmi la forza interiore per creare dal nulla un mondo che muore, con tutta quanta la buia ferocia di cui sono capace.
E portare il tutto a una cieca fine senza speranza.
Oggi, checcazzo, è un’ottima giornata per ricominciare a fumare.

E ‘fanculo a tutto il resto.

Disconnect and self destruct, one bullet at a time.
What’s your hurry?
Everyone will have his day to die.