Questo è il mio fucile

L’uomo sfoggiava un’abbronzatura imbarazzante per Gennaio.
Si avvicinò lentamente, le mani affondate nei tasconi della mimetica tigerstriped, una paio di Adidas rosso fuoco, soprattutto i capelli e la barba più lunga che mi fosse mai capitato d’incontrare sotto le armi.
Mi osservò a lungo, esaminò con precisione il cranio rasato, il basco verde nella giusta posizione, gli spruzzi verdegrigio ad aerografo per spezzare i contorni del viso, l’immacolata precisione del PSG1.
Sapevo che da loro ci si poteva aspettare di tutto, mi regalò un perfetto francese, appena venato di un accento arrotato.

Passammo il confine con la Namibia in quattro, due tiratori, due spotter.
L’ufficiale Afrikaan parlò fitto con le due sentinelle alla sbarra malconcia, il profilo affilato, la canna di Ebano che batteva ritmicamente sui bermuda kaki della divisa Selous.
Discussero animatamente per qualche secondo poi l’ufficiale fece un cenno con la mano.
Bucammo il buio della savana in jeans e t-shirt, valigie di metallo e zaini sulle spalle.
Uno dei due neri mi guardò dritto negli occhi.
– Passport?
Poi scoppiò in una risata fragorosa.
Rimasi impassibile, alzò la sbarra, lasciammo ufficialmente il Sudafrica.

 – I mangiarane! Vi aspettavamo.
Sputò per terra.
Sorrisi, in fondo eravamo parigrado.
– Le faccio notare che sono italiano.
Inevitabile.
– Cristo santo, mangiaspaghetti!
Allungò una mano.
– Il fucile.
Strinsi le fibre del calcio ritraendomi.
– Non credo che.
Girò semplicemente la testa, la voce dal nulla.
– Consegni la sua arma, sergente.
Il tenente colonnello Blanc rimase nell’ombra, fissai il puntino della sigaretta, ricordavo ancora le sue parole prima della partenza dalla base.
Assassini di un livello superiore.
Tornai a girarmi verso l’inglese, lentamente feci scattare il caricatore verso il basso, agii sulla leva di armamento ed estrassi il proiettile in canna, poi gli porsi il tutto.

Ci attestammo a una decina di chilometri, due tende per noi, niente per le quattro guide namibiane. Accesero un fuoco obbligatorio per tenere lontani gli animali, ridendo come matti e facendo finta di sbranarsi a vicenda, leoni dal sorriso bianchissimo nel riverbero delle fiamme.
Intorno, il bush intonò il consueto canto, ansimi leggeri e grida laceranti a squarciare la notte africana.
Aprimmo le valigie per controllare i fucili, si azzittirono di colpo, qualcuno gli aveva sicuramente spiegato che non eravamo turisti, ma la vista di un PSG1 fa questo effetto, su tutti.
Lo spotter di Vassili, un serbo di Pale, si mise ad armeggiare con l’antenna satellitare e il sistema criptato per le comunicazioni, estrassi la fiaschetta piena fino all’orlo di cognac e feci fare un giro.
Le guide tossirono.
Sorrisi.

 Parlò tra sé e sé.
– Castomizzato in quattro pollici, silenziatore Vortex, culatta immacolata, calcio ridotto all’osso.
Mi fissò attento.
– Cos’hai imparato soldato.
Non seppi rispondere, balbettai osservando alla mia destra nel buio, il puntino luminoso era sparito.
– Io.
Fece un mezzo passo in avanti.
– E’ una domanda semplice no? Cosa hai imparato?
Mi rifugiai nel manuale.
– Per effettuare un corretto tiro dalla lunga distanza, il soggetto deve tener presente tre fattori primari.
Sembrò che gli avessi mollato un calcio nelle palle, disgusto, puro disgusto.
– No, no, NO!
Mi rimise tra le mani il fucile, poi appoggiò un avambraccio sulla mia clavicola e abbassò la testa, deluso.
– La risposta corretta è, non hai imparato un cazzo finora, soldato.
Ultima notte dell’ultima settimana, corso di addestramento sniper/infiltrazione, base di Hereford – Galles, 22° reggimento SAS.
Assassini di un livello superiore.
Percepii un fiato gelido lungo il collo, nessuno di noi sapeva esattamente cosa ci aspettava durante quell’ultima sessione.
Dopo settimane passate a studiare mappe, balistica, fisica dei metalli, dopo interminabili sedute di tiro in cui venivamo paracadutati in piena notte con devastanti lanci HALO sulle montagne ghiacciate, preda dei cani del reggimento, dopo che le truppe speciali di Sua Maestà avevano fatto in modo di spingerci ben oltre il limite umano di sopportazione fisica.
Sapevo che al compimento della mia personale scalata alla vetta del dolore, mancava qualcosa di vago e impreciso, un’ombra raccontata, mai completamente definita.
Non ci sarebbero stati spari attutiti, non quella notte, nessun bersaglio coperto, nessuna conferma dallo spotter e il suo binocolo al mio fianco.
Niente di tutto questo.
Solo sofferenza, acuta, terminale.

Chiunque abbia vissuto un’alba nella savana sa esattamente cosa s’intende per “mal d’Africa”.
Ero senza fiato, in cima al piccolo rilievo accarezzavo con lo sguardo a perdita d’occhio mandrie di animali di ogni tipo, il sole più grosso che avessi mai visto, poi l’odore, penetrante, lucido di selvaggina in corsa.
Vassili mi toccò la spalla, sussultai.
– E’ ora.
Sospirai, le guide avevano già smontato il campo e, rapidamente, stavano caricando la Land Rover.
– Già.
Faticavo a staccarmi da quello spettacolo, il satellitare emise un Bip leggero, pulsazioni alle tempie in progressione sistematica.

 Parlò ancora.
– Diciamo che sei nella merda più completa, hai il tuo bel fucilino certo, ma sei oltre le linee nemiche, un’intera muta di figli di puttana alle costole e informazioni basilari da consegnare al comando.
Diciamo che l’unica via di fuga per arrivare all’appuntamento con lo stronzo elicottero prevede un passaggio per così dire “problematico”.
Il soffio ghiacciato si tramutò in un lezzo di morte violenta, malsana, rabbrividii forte e non di freddo.
Si avvicinò a una spanna dalla mia faccia.
– Cosa sei disposto a fare, soldatino?
M’imbarcarono su un Lynx che atterrò nel piazzale, i rotori che mitragliavano fango e sassi, due fantasmi mi accolsero nel buio del vano carico, visori starlight sugli occhi, mimetiche e facce nere come la notte, insetti dal cranio allungato.
Un attimo prima ero fermo sugli attenti, la caserma del reggimento bene in vista, cose tangibili a portata di mano.
Un attimo dopo ero sospeso in un buio spesso, fatto di sensazioni ghiacciate e led in penetrazione sistematica.
Tentai di mettermi comodo, il pavimento era ingombro di una quantità di attrezzature militari, in un angolo, la luce verde delle batterie di un defibrillatore portatile mi parve l’occhio del diavolo, puntato direttamente in mezzo alla mia faccia.
Uno dei due fantasmi mi toccò il braccio, attirò la mia attenzione sul suo dito indice guantato e sempre senza emettere un fiato lo puntò lentamente oltre il portellone spalancato.
Riuscii appena a distinguere qualcosa che poteva sembrare una struttura allungata al centro di un canalone tra due colline irte di filo spinato, poi il pilota decise di averne avuto abbastanza del giro turistico e si concesse una cabrata che mi lasciò senza fiato.
Fantasma numero due alzò indice, medio, e anulare partendo con il conto alla rovescia mentre l’elicottero imbardava violentemente, quando fummo qualche metro sopra la LZ i due balzarono a terra senza emettere un suono.

Strisciammo nella polvere.
Il
Gillie che raccoglieva sassi, fango secco, insetti che zampettavano veloci lungo i corpi sudati oltre ogni limite.
Strisciammo attraverso tendaggi di calore assoluto, due vettori speculari di distruzione a chiudere la distanza.
In fondo, giù in fondo, le costruzioni intonacate in un bianco accecante parevano il simbolo di una purezza dimenticata, qualcosa di vero, tangibile.
Qualcosa che eravamo venuti a violare per sempre.
Racchiusi lo spirito nella consueta cassaforte blindata, Wayan al mio fianco fece lo stesso, orme indistinte di un passaggio evanescente, tracce cancellate, dimenticate.
Aspettammo, ancora e ancora, come solo un cecchino è in grado di fare.
Svanimmo in una dimensione parallela fatta di scatti sottili delle iridi, governata dai sussurri elettronici di un macchinario preciso, unico collegamento con l’universo conosciuto.
Poi, all’improvviso, balenò il momento.

Li seguii compiendo la consueta capriola al tocco degli anfibi sul terreno erboso, il Lynx si allontanò velocemente, rimasi accucciato, la canna del fucile a percorrere archi precisi nell’oscurità.
Sbucarono dal nulla, tre istruttori in tenuta nera e alle loro spalle i due fantasmi.
– Consegna tutti i proiettili, anche quelli di riserva, consegna la pistola, tieni il fucile.
L’ordine non ammetteva repliche.
– E’ tutto molto semplice, loro ti seguiranno a distanza, ma non è una caccia, lo scopo è controllare che porti a termine il percorso assegnato. Niente visore notturno, dovrai orientarti al buio, tempo stabilito trenta minuti. Se non finisci la prova sei fuori, se chiedi aiuto via radio sei fuori, se aggiri l’ostacolo sei fuori.
Uno scorpione zampettante si piazzò sulla nuca in cerca di un punto preciso dove colpire.
– Al termine della prova avrai il brevetto SAS. La coordinata di partenza è tre punto due, da ora.
Fece scattare il cronometro digitale che portava al collo, schizzai via.
Corsi verso gli alberi respirando con regolarità, estrassi il telo mimetico dal bergen e mi rintanai sotto accendendo la piccola torcia schermata sulla topografica.
Il defibrillatore, non è una caccia.
Il pensiero esplose come una folgore, provai a scacciarlo ma rimase lì, inchiodato in fondo al cervello.
Memorizzai il percorso e spensi la torcia, attesi un paio di minuti per consentire agli occhi di riabituarsi all’oscurità e ripresi a correre.
I movimenti nacquero fluidi, essenziali, sbalzi controllati, respiro preciso, mi concessi un paio di pause per verificare la presenza dei due fantasmi alle spalle, nessun riscontro fisico.
Assassini di un livello superiore.
Il tunnel mi si parò di fronte come un serpente adagiato tra gli alberi.
L’immagine dall’elicottero era precisa, pareva incastonato tra due alte colline, unico soluzione di penetrazione, l’attraversamento.
Mi avvicinai lentamente, qualcosa, c’era qualcosa che ancora non riuscivo a distinguere con precisione.
L’ingresso era poco più basso di me, granito posato a mano, avessi allargato le braccia avrei toccato le pareti.
Il sospetto nacque direttamente con l’urto sensoriale.
Avrei dovuto strisciare, avrei dovuto strisciare all’interno.
Fu come essere colpito dal calcio di un cavallo, mentre mi avvicinavo all’imboccatura l’odore si arrampicò direttamente nelle sinapsi, sventrò ogni piccola parvenza di lucidità, alto esplosivo in una stanza chiusa.
L’odore, quell’odore.
Di morte.

Le due Mercedes procedettero all’interno di una colonna delineata, ad aprire il corteo e a chiuderlo due Defender blindati, sul tetto un mitragliere in copertura, Browning da venti millimetri in presa sicura.
Gli autisti inchiodarono le ruote davanti all’ingresso del gruppo di case, un tornado di polvere rossa andò ad offuscare la visuale per qualche secondo.
Spostai di qualche grado il viso verso il mio spotter, Wayan era già in osservazione della zona, completamente invisibile sotto la combinazione mimetica.
Tornai ad appoggiare l’occhio destro alla focale Hensoldt/Wetzlar, la testuggine di guardie del corpo esplose dalle berline e dai fuoristrada in un solo attimo sincronizzato.
Copertura totale.
Appena qualche secondo dopo comunicarono tra di loro via intercom l’ok e l’ultima portiera della seconda Mercedes venne spalancata di colpo.
– Contatto.
Wayan, in un soffio animale, sempre e comunque il primo sul target.
L’uomo di colore scese con eleganza dall’auto, una spanna più degli altri, elegantissimo in completo doppiopetto color crema chiaro, RayBan a specchio calati sugli occhi, cranio rasato.
– Confermo target. Distanza.
Raphael Danjuma, astro nascente della politica namibiana, riformista convinto, nemico giurato dei latifondisti, delle corporazioni europee e della gloriosa nazione sudafricana.
Prossimo candidato alle elezioni presidenziali in cerca di voti, in cerca di consensi.
Si avvicinò a grandi passi alla prima palazzina, poi fu il caos.

 Tolsi lo zaino dalle spalle, estrassi uno straccio mimetico, ci vuotai sopra mezza borraccia d’acqua e lo legai sulla bocca, poi fissai alle cinghie il fucile e mi rimisi il tutto sulla schiena.
Entrai.
Il puzzo mi fece barcollare, non riuscivo a capire cosa potesse rilasciare un simile odore.
Poi realizzai, un paio di secondi dopo fui scosso dai conati.
L’interno, tutto quanto il tunnel era stato riempito d’interiora di animale, carcasse, zampe di bovini, stomaci strappati, crani spaccati di pecora, sangue a fiumi, tronchi di maiale spappolati.
Caddi in ginocchio, mi resi conto che mi ero completamente imbrattato la divisa, il basco verde era caduto chissà dove.
Caddi in ginocchi, mi piegai in avanti e le braccia sprofondarono fino al gomito nella morchia putrefatta.
Non respiravo, non respiravo più, percepivo il cervello in allontanamento rapido, come se la mente avesse deciso in piena autonomia di staccare da tutto.
Costrinsi le gambe a sorreggermi di nuovo, picchiai la testa sulla volta, il soffitto si era abbassato, il tunnel era in effetti un lungo tronco di cono.
Lo sapevo, l’avevo sempre saputo.
Avrei dovuto strisciare.

Lo sapevo, l’avevo sempre saputo.
Il gruppo di edifici faceva parte di una missione, ospedale, dormitori e una scuola.
I bambini esplosero come un’onda in piena, invasero il campo del tiro, sciamarono impazziti di allegria attorno alle auto.
L’uomo allargò le braccia, era impossibile ma mi ritrovai ad ascoltare la sua risata fragorosa salire nell’aria tersa.
Sembrò volerli abbracciare tutti, tutti.
Loro saltavano, si arrampicavano sulla Mercedes, sulle gambe delle guardie del corpo incredule, si tenevano per le mani ossute cantando, le camicie bianche, i piedi nudi che battevano nella polvere.
Deglutii a fatica.
Wayan era già chino sui tasti del comunicatore criptato.
Invasione del campo di tiro, richiediamo conferma.
Immaginai Vassili e l’altro uomo sulla collina di fronte a noi, li immaginai fare le stesse cose, deglutire la stessa terra rossa, rovente di dubbi.
Aspettare il via per il tiro incrociato.
“Fenice nera a squadra uno e due, estremo pregiudizio, avete luce verde”.

 Li avevo ovunque.
Gomito destro avanti, ginocchio sinistro avanti.
Alternare.
Ostacolo.
Li avevo ovunque, strisciavano impazziti, drogati di sangue e carne, scarafaggi grossi come palle da tennis, topi, insetti venuti da chissà dove spinti dall’odore della morchia devastata.
Braccio sinistro avanti, polso in presa nella blasfemia corrotta, conato improvviso, straccio bagnato rotolato via, viso imbevuto di odore, anima schiacciata dal dolore, dalla paura di rimanere per sempre sepolto vivo nell’inferno del massacro.
Sezioni viscide in penetrazione nella mimetica, sul collo sulla schiena, in bocca, occhi ricolmi di liquidi infetti, orecchie turate dai brandelli.
Gomito sinistro avanti, ginocchio destro avanti.
Urlai il panico, persi il controllo della vescica, vomitai ancora, ancora.
Rotolai nel liquame ridendo la follia, frantumando tutte le barriere della logica.
Avanzai.
Avanzai.
La mano mi afferrò gli spallacci. Rigida, sicura.
Mi estrassero in due, istruttori SAS.
Assassini di un livello superiore, traghettatori dell’orrido, creatori dell’ultimo degli incubi.
Rimasi in ginocchio senza alzare il viso su di loro, tossendo, sputando, scosso ancora dai conati.
Rimasi in quella posizione non so per quanto, mi sembrò un secolo.
Mi venne offerto uno straccio bagnato, una bottiglia d’acqua, alzai lo sguardo, l’anima frantumata e ricostruita con una nuova consapevolezza.
Avevo staccato, ero riemerso.
Uomo nuovo.
– Sezione ultimata.
Mi porse i proiettili e un basco color kaki, sul fianco un fregio con un gladio alato.
Scoppiai a piangere.

 – Quattrocento metri, vento sette  nodi da sud ovest, due tacche a destra, una tacca nell’alzo.
Wayan, un respiro preciso.
Mano sinistra sull’oculare, due tacche a destra una tacca nell’alzo.
Bambini che ridono, cantano, suore cattoliche che stringono mani che offrono acqua pulita.
Click.
– Squadra uno pronta, squadra due al tiro per seconda.
Inspirai.
Espirai.
Bambini nel campo del tiro.
Inspirai.
Raphael si contorse nell’aria secca, nessun rumore, nessun lampo, barcollò, un pupazzo senza più fili di ferro.
Petto squarciato, emulsione rossa in evaporazione.
Le guardie del corpo capirono, le guardie del corpo estrassero le armi, qualcuno si avventò su di lui.
Inspirai.
Thud.
Il cranio di Raphael si scoperchiò all’indietro, doppio vettore di distruzione speculare, tiro incrociato.
Bambini in fuga, bambini fuori dal campo del tiro.
– Copertura target, disimpegno.
Strisciammo.
Meccanismi perfetti, plasmati in una notte di buio dolore, strisciammo all’interno della dimensione parallela.
Assassini di un livello superiore.

Lontano.

 

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13 thoughts on “Questo è il mio fucile

  1. zoon ha detto:

    tu avrai incubi per le prossimo 4-5 vite…

  2. zoon ha detto:

    scusami, non parlavo del brano lettario in sé, facevo riferimento proprio riferimento agli stati vissuti nel racconto…

  3. metalupo ha detto:

    In realtà è un pò la stessa cosa, plasmare un soldato in quel modo, attraverso un addestramento che realmente sfocia in un’esperienza di quel tipo, crea esseri nuovi.
    Con un dIiverso tipo di autocoscienza.
    Individui che faticano a reintegrarsi, macchine che non si spengono più.

  4. Gioia Zani ha detto:

    Raccapricciante. Un viaggio alla scoperta di quel che c’è, o non c’è, oltre il limite dell’umanamente accettabile.
    Uno scritto magnetico. Complimenti.

    • metalupo ha detto:

      Gioia tu stai rapidamente scalando la vetta del mio ego smisurato.
      Inventa un modo per ricambiare.

      • Gioia Zani ha detto:

        L’ego di uno scrittore è smisurato per definizione. 😉 Io do solo qualche conferma in più. Meritatissima, tra l’altro.

        Se poi consideri che io non amo il genere che scrivi tu, e non so nemmeno come mi sono trovata a leggere, e rileggere il tuo blog… ecco… questo sì che dovrebbe alimentare il tuo ego. 🙂

        Quando finirò il mio racconto (bestioline bipedi permettendo), ricambierai con un parere sincero. Saprò apprezzare.

      • metalupo ha detto:

        Non so quanto usi la posta registrata su WP ma, ti ho scritto

      • Gioia Zani ha detto:

        La mail ed io siamo gemelle siamesi. Lo stesso non posso dire del “mio” tempo. A breve rispondo.
        Anticipazione: GRAZIE!!! 🙂

  5. U.A. ha detto:

    Ciccio tu non stai bene…eheheh!!!U.A.

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