Ultima Alba

metalupo:

Partire da una foto per un racconto è un ottimo esercizio. Quando poi la foto in questione è splendida il tutto si tramuta in puro divertimento.
È stato un vero piacere baby. :)

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Con le collaborazioni ci abbiamo preso gusto, il racconto stavolta è di metalupo, e anche la musica è un’idea sua, ci sta proprio bene.

Vik

“Shine On You Crazy Diamond (Part I-III)” – Pink Floyd

Vik, Suðurland region
Iceland

Adesso

L’uomo del tempo osserva il relitto adagiato sulla sabbia nera.
Osserva le orbite scavate dai traccianti blindati, i resti della carlinga corrosa dalla salsedine, quello che rimane del DC10 Dakota, uno scheletro abbandonato in riva all’oceano.
L’uomo del tempo lo sa ed è per questo che lo chiamano così, concede un’altra veloce occhiata all’aereo, alla distesa di corpi umani scomposti, aggrovigliati in pose innaturali, violati all’essenza stessa della carne.
Lui lo sa.
Il tempo vince sempre.

La notte prima

Vikingasveitin.
Fantasmi in evaporazione sistematica, all’origine la perfezione del combattimento urbano, squadre SWAT, special weapons and tactics, ora qualcosa di molto oltre portato al limite nelle dure lande desolate del grande inferno bianco.

View original 673 altre parole

Did she make you cry
Make you break down
Shatter your illusions of love
And is it over now do you know how
Pick up the pieces and go home.

Un americano, due vodka sour, due vodka tonic

Esattamente nel mezzo del ponte di via Casale respiro a fondo evitando due giappo che selfeggiano al tramonto. Lo so, è molto semplice e davvero inutile ripeterlo, questa è la mia casa. Tantissima gente che ride, parla al telefono, brinda in mezzo alla strada, semplicemente cammina veloce provando a dirsi che è davvero primavera.
Ma non lo è, ‘fanculo forse non lo sarà mai più.
Questa volta arrivo sobrio, necessariamente, ho cucinato per i cuccioli lasciandoli nelle mani della nonna, mica potevo barcollare fuori strafatto di alcool. L’insegna del Tango blueggia dal marciapiede, quei locali molto poco fashion, dove i barman sono omoni tatuati sui cinquanta, dove inevitabilmente se ordini un mojito li vedi scegliere con cura le foglie di menta dalla piantina una per una, se cerchi un americano li vedi strofinare con precisione la buccia di limone sul bordo del bicchiere. Il locale che mi serve per questa sera, che CI serve per questa sera.
A me e a mio fratello.
Noi ci si vede praticamente mai, si fa vita dura, due figli a testa, tantissima Milano dentro le ossa, moglie a carico.
Lui.
Eh già, alla fine ci siamo arrivati e cazzo, non ci si crede davvero.
Nessuno ci crede, tutta la fottuta galassia del cazzo fatica a fronteggiare questo semplice concetto.
‘Sto giro è davvero finita.
Un bel giorno di Aprile, giusto un paio prima del mio compleanno, mentre brandisco un trinciante da due spanne con cui sto affettando una forma di pugliese (temeraria, devo ammetterlo), nella mia cucina parte questo preciso dialogo:

– Se dovessi dirti una cosa spiacevole, preferiresti sapere tutto subito?
Mi giro e il coltello è leggerissimo nella mano.
Che cazzo di domanda è? Ok, chi è?

Ci vogliamo bene ma.
Insomma lo vedi anche tu.
Non si poteva andare avanti così.
Insomma tutto il resto della torta di merda nella pala eolica.
Mentre racconto tutto questo, davanti a noi il tizio rimescola da cinque minuti buoni zucchero di canna in fondo a un bicchiere appannato.
Questa è precisione.
Mio fratello mi osserva, lui ha iniziato a osservarmi da quando, passati i quaranta, mi sparavo un Eurostar la settimana e NON per lavoro.
Credo di essere rinato come fratello in quel periodo, prima ero solo un coglione rasato che ringhiava al mondo.
Quindi racconto, lui allarga le braccia e sbiascica qualcosa come “era solo questione di tempo”.
Il Vodka Sour è un cazzo di mischione infido, dolcino ma aspro, forte ma ghiacciato e la ciliegina ti dice: “sono una ciliegina, niente con all’interno una rossa ciliegina può essere pericoloso”.
Dopo un Americano e un primo Vodka Sour barcollo, lo sento, lo percepisco.
Sbiascichiamo in due, ma lui è molto, molto lucido.

– E’ una testa matta che non ha mai imparato a crescere, quasi inevitabile che finisse così, anche se per un pò ci avevo creduto.

Io forse dovrei dire qualcosa, sento che forse dovrei incazzarmi, fare scenate, non so chiamarla puttana.
Eppure non mi viene, non mi viene niente.
Ronzio nelle orecchie, passa una comitiva di ragazze, quella al centro ha un velo e un bouquet in mano, chiaro addio al nubilato, urlacchio – Non farlo! Non farlo mai! – ma è più qualcosa che si avvicina a un clichè piuttosto che sangue che sgorga.
La serata è splendida e fresca, la darsena meravigliosa, hanno riconsegnato uno spazio spettacolare ai milanesi.
Parliamo tanto e di tutto, anche di lavoro, che siamo pur sempre nella stronza capitale religiosa del dio profitto.
Sbirciamo figa in giro, ma di sottecchi, quasi con pudore, io e lui siamo fatti così, non saremmo fratelli.
Parliamo dei ragazzi, dello sport, di basket, di musica e di Inter.
Annuncio al mondo che mi faccio crescere la barba, risponde che lui non può perchè ha i capelli in faccia.
Ridacchio sinceramente divertito.
In fondo qui e ora bere funziona, lui poi estrae fumo e inizia a preparare una canna che poi mi passa dopo aver acceso.
Due vecchi amici che discutono di donne, di vita, di tutto e di niente.
Qualche consiglio, un abbraccio lungo e rilassato, la promessa di beccarsi a breve, le raccomandazioni per la mamma.
Poi se ne va.

Le luci si riflettono nel Naviglio, dal ponte di via Casale la strada d’acqua pare non finire più.
Alla fine soffoco una lacrima.
Una sola.