Fire in the hole

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Partiamo dal fondo.
A oggi, nessun tipo di aiuto economico è stato ufficializzato da governo.
Niente di niente, le scadenze sono state spostate.
Questi rischiano i fuochi e non lo sanno ancora, ma questa volta sul serio.

A metà Febbraio vado via di casa, da molto, da troppo le cose non vanno più bene, qualcuno di voi, dei pochi che ancora aspettano le mie parole, ricorderanno un altro pezzo, l’annuncio di un’altra separazione.
Ci ho riprovato, ero tornato a casa convinto di raddrizzare le cose, contro tutto e tutti.
Povero coglione.
Le cose non si aggiustano, le cose franano e distruggono.
Quindi ora sono fuori, vedo i figli a giorni e week end precisi, avvocati, telefonate tese, solita merda nel ventilatore.
Più che altro la sensazione onnipresente di dover far capire alla ex dolce metà di non essere PIU’ a disposizione H24.
Certe donne non capiscono.
Certe donne (come certi uomini, ovvio), nascono storte.
Insomma io mi separo e qui succede il finimondo, ricordo come fosse ieri quando chiudono i voli dalla Cina, ellamadonna è un’influenza, che vuoi che sia.
Ho un fornitore di una cittadina appena fuori Bergamo, uno di quegli eroi che ormai lavorano H24 per fornire ossigeno terapeutico agli ospedali, Umbe in giro ci sono solo ambulanze e carri da morto credimi, non riescono più a star dietro alle cremazioni, le bare si accumulano.

Oggi il nord è questo, bare da smaltire.

Cristo Altieri ci avrebbe sguazzato in tutto questo, so looong motherfuckers! That’s the fucking end man!
Non mi fa paura il Corona di ‘sto cazzo, mi fa paura la burocrazia, mi fa paura l’incompetenza e la stupidità umana.
Mi fanno paura i proclami in televisione, quelli che cantano Celentano alla finestra col cellulare in mano e un mese fa quei cinesi del cazzo con la merda che mangiano.
Mi fa paura Fiorello, mi fanno paura gli hashtag, chiudiamo tutto stiamo a casa, brutti stronzi come li pago gli stipendi alla fine del mese, come li pago se nessuno va più in azienda, in tutte le aziende.
Figa io mi separo e qui viene giù tutta la madonna dell’universo.
Vi voglio vedere ad Agosto, dove cazzo pensate di andare coglioni, al mare? Ma quale mare. A casa, raus!
Quelli che l’hanno mandato gli americani ai cinesi, l’hanno mandato i cinesi all’Europa, l’ha mandato ‘sto cazzo a tutti quanti.
La Juve sapeva già tutto e ha fatto apposta a far contagiare Rugani.
Va beh ok, questo ci sta.
Mancano solo gli alieni e il cerchio si chiude.

Eppure è così semplice.

Abbiamo trovato un cazzo di virus più forte del virus essere umano.
E falcia.
Alla grandissima.
A Milano la media della temperatura di questo finto inverno è stata otto gradi, la media più alta di sempre.
Di sempre.
Da piccolo otto gradi li vedevamo ad Aprile inoltrato, forse, tra una nevicata e l’altra.

Eccolo qui il vero virus.

La parola figa adesso è Smartworking.
Smartworking? Ma che cosa cazzo dite, ci sono zone intorno a Milano dove si grufola ancora a 56k.
Cosa cazzo state dicendo, abbiamo infrastrutture da medioevo e vi inventate lo smartworking.
Metà dei miei clienti manco sa cos’è un cazzo di PC.
Andiamo avanti al buio, andiamo avanti sperando nei cialtroni che ci governano, gente che manco sa procurare mascherine, guanti, presidi sanitari.
La gente si reinventa e cuce qualsiasi cosa in casa che serva a coprire bocca e naso, la gente si reinventa, la televisione e i media cavalcano l’orgia del terrore.
Andiamo in giro con in tasca l’autocertificazione per andare in giro.
Cristodio, tra un po’ avremo i blindati agli incroci.
Dopo sarà facile.
Tutto perfettamente in discesa.

I fuochi nelle piazze.

Jingle my bells (reprise)

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Natale e giorni antecedenti NON possono avere sole accecante e dolce brezza primaverile, è SBAGLIATO.
Cazzo.
Siamo qui ad attaccarci a un solstizio d’inverno che somiglia sempre di più a quello estivo, leggete “Ultima Luce” di Altieri e avrete l’esatta percezione del mondo che aspetta i nostri nipoti, la bambina Greta manco se lo immagina un futuro del genere.

Va bene, Natale è comunque qui e va degnamente festeggiato con qualche pensiero sparso.

Lo ammetto, dopo aver spergiurato per anni che Ledger sarebbe stato il Joker inarrivabile per sempre, ho avuto uno scossone emotivo, Phoenix mette paura.
Mette DAVVERO paura.
Il sospetto è che la personalità dell’attore non sia poi così tanto distante dal character.
Il vero problema a questo punto è: quale Batman?
Volete rivedere Phoenix? Ci metterete ANNI a trovare un pipistrello all’altezza.

Dopo averlo tatuato sul petto ho riscoperto una vera passione per i lupi, quello sguardo giallo magnetico scatena un potere tutto particolare, bestie abituate a vivere nel precario della giornata e nell’impervio del clima, ma libere e ferocemente determinate.
Nel 2019 ho avuto modo di arrivare al confine del non ritorno, durante alcune litigate epocali sul lavoro.
Il lupo che è dentro di me ha provato a calare il velo della furia, per il momento non ci è riuscito.
Per il momento.

Ci sono molte cose che vorrei dire riguardo allo stare con una persona che non si ama più. Cose che hanno a che fare con la responsabilità della famiglia, dei figli, della casa che in fondo è solo un oggetto, ma cazzo in quell’oggetto ci hai messo l’anima.
Ci sono molte cose che si potrebbero fare, su cui ragionare, cose che mancano e che sono a portata di mano.
Basta coglierle.
Il 2020 nasce con una bella doppia cifra tonda e non è detto che questo non sia un segno, l’ultimo segno, l’ultima possibilità prima di svanire nel dimenticatoio.
Questo Natale deve servire anche a questo.
Dare una spinta in più.

Va ben, è ora di alzarsi dalla sedia da dove sto scrivendo e far partire l’allegro carrozzone rosso/verde, basta inserire la spina delle luci nella presa e illuminare l’albero, uscire e godersi questa vigilia, salire sulla slitta assieme al panzone e ‘mbriacarsi di Eggnog, che c’è sempre tempo per le pippe mentali, ma Natale viene una volta sola.

‘Fanculo, godetevelo.
Buon Natale

 

 

Estate 2019

Il caldo.
Fottere una nazione in diretta tra gli arrosticini.
Robe che non hanno più senso di esistere ma si trascinano comunque.
Errori epocali.
Stanchezza e davvero poca sopportazione.
Iniziare a capire quelli degli anni settanta, quelli che facevano il gesto con le tre dita.
Dimostrazioni palesi di essere un popolo dimmerda.
Musica cattiva, sempre necessaria.
Ancora i Tool e sono sempre loro.
Bagagli pronti in sala e nessuna voglia di partire.
Si fotta tutto, spero di fare un tuffo in un mare decente.

La Pattuglia dell’Alba – Don Winslow

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Ci sono momenti che lasciano il segno, frazioni di secondo, attimi che possono far pendere la bilancia della tua vita da un lato o dall’altro:
Lo diceva nel ’58 Fritz Lieber ne Il Grande Tempo, lo confermo, lo sottoscrivo col sangue.
Questi momenti spesso sono attraversati da fulmini a ciel sereno, schegge purissime che non riesci ad abbandonare, nemmeno affogando nelle sabbie mobili, nemmeno con un calibro 400 Alaskan infilato nella spalla.
La Pattuglia dell’Alba è un libro meraviglioso, ho letto altri due libri di Winslow, Il Cartello e L’Inverno di Frankie Machine, ma questo.
Questo.
Noi orfani di Altieri alla ricerca di qualcosa, di un linguaggio di un aggettivo che ci riporti là, che ci riporti a casa.
Non è così, non PUO’ essere così ma.
Ma Don è un grande narratore noir, le sue parole scivolano via, riempiono il cuore, impattano spesso come grossi calibri.
Poi Don ha il mare dentro, vivendo a San Diego, respirando il surf da sempre, lui ha dentre le onde.
Il surf, le onde, il mare.
Don s’inventa un gruppo di amici, tutti uomini tranne uno schianto di bionda californiana, tra l’altro la migliore tra loro sulla tavola, Don s’inventa le vite di ognuno e le riunisce tutte le mattine, a cavallo delle tavole, in attesa delle onde, prima di qualsiasi altra cosa.
Tutto parte da qui e si intreccia in un bel giallo tra locali strip, polizia, papponi e onde.
Onde.
Surfisti e onde in attesa di un Big Wednesay che sta per arrivare, che cambierà le vite di tutti.
Per sempre.
E’ un periodo strano, pieno di rancori, avaro di amore e di serenità, ma anche in mezzo a tutto questo sono riuscito in parte a rifugiarmi in queste pagine e a respirare il mare.
Non ho mai provato una tavola, ma so aspettare un’onda e conosco bene la sensazione di leggerezza e di volo, quando questi mostri creati dal nulla ti raccolgono, ti schiacciano, ti sbattono facendoti rendere conto, se ce ne fosse bisogno, di quanto siamo fatti di nulla e insignificanti rispetto a certe forze della natura.
Non ho bene idea di dove io stia andando, dove mi porteranno questi giorni.
Una cosa la so.
Non voglio smettere di leggere, di scrivere, di avere il mare dentro.
Come Don e i suoi amici.

Mannaro

Che_cosa_significa_sognare_il_buio

Francesco in un angolo della veranda, i muri della piccola villetta verniciati con una tinta improbabile, chiassosa.
Rigetta per la seconda volta, succhi gastrici guidati all’esterno dal principio di esaurimento nervoso, occhi rossi, mani che tremano nel gelo nebbioso della bassa.
-Non ci riesco, non ci riesco più.
Stringo i pugni all’interno dei guanti di pelle leggera, assolutamente inadeguata all’inverno rigido padano.
Non sono in grado di dargli una parvenza di tregua, pacche sulle spalle, abbracci fraterni tra camerati, punto lo sguardo verso l’orizzonte macchiato da una striscia grigia, appena sotto una falce di luna tagliente, minacciosa.
-Se non tu, ci sarà un altro a farlo.
Mi odio per questo, rientro.

Ascolta il richiamo luccicante del desiderio, nuvole leggere di profumo inebriante, sorride nella penombra della stanza illuminata dal riflesso dello schermo, sorride ancora impugnando il tessuto morbido, fibre di cotone lavorato.
Il gemito lo strappa al consueto lavoro di scrematura delle centinaia di mail che gli arrivano da ogni parte del mondo.
Una catena, la sua catena del desiderio.
Prova a resistere per puro divertimento, a concentrarsi sul salvataggio dei file, sulle cartelle criptate, sulle immagini che scorrono davanti ai suoi occhi.
Cede quasi subito, con pochi gesti misurati spegne il computer, si scosta dalla scrivania, percepisce l’eccitazione selvaggia mista a rabbia che gli nasce dentro.
-Arrivo tesoro.

Percorro la griglia.
Il luogo dell’omicidio suddiviso in piccole caselle da esplorare, sviscerare, passare al microscopio.
Attraverso vari strati di stanchezza un leggero capogiro mi fa barcollare in mezzo alla piccola camera.
I colori pastello sono ovunque, sui muri tappezzati con piccole figure di animali sorridenti, sul copriletto rosa di lana intrecciata ad uncinetto, sui mobili laccati verde acqua.
Francesco rimane sulla porta, la valigetta aperta ai suoi piedi, leggero ansimare dietro alla mascherina bianca.
Pallido.
Il corpo giace in una posa violata al centro, sul pavimento moquette azzurra intrisa di macchie rapprese.
Signore iddio fammi passare il tremore alle mani, almeno ora.
Chinandomi tento in tutti i modi di aggrapparmi alle sensazioni fisiche che riesco a racimolare, per non vedere, per non sentire quell’odore di morte cattiva.
Il lento frusciare sulle cosce dei pantaloni con la banda rossa, il pulsare ritmato delle tempie in costante evoluzione veloce, lo sbattere sottile delle palpebre.
Sporgo le mani, palmi guantati lattice verso l’alto.
Spalanco le porte dell’inferno ancora una volta.
Francesco soffoca l’ennesimo singhiozzo scheggiato.

Il corpicino ha un qualcosa di deliziosamente corrotto, gocce di sudore unto gli scivolano sulla schiena mentre si avvicina alla piccola imbavagliata, le mani sottili racchiuse in un complesso intreccio di legacci.
Si agita appena distesa sul letto, le gambe fasciate da un collant rosa delicato, una gonna di velluto beige chiaro sollevata fino al bacino.
L’eccitazione lo colpisce come una fucilata, ansima leggermente mentre si avvicina protendendo le dita.
Si siede facendo cigolare il materasso, godendo dei suoi occhi spaventati, del suo cuore che batte all’impazzata per il panico represso troppo a lungo.
Lacrime iniziano a solcarle le guance arrossate.
-Tutte così voi, puttanelle da quattro soldi.
Sorride.
È cosciente che ha poco tempo, che dovrà abbandonare la villetta in fretta e furia, ha già imballato il computer e la valigia con i cd.
Troppo poco tempo.
Meglio non sprecarlo.
Slaccia la cintura dei pantaloni.

Accendo la sigaretta, appoggiato al muro, i necrofori chiudono il portellone del van del medico legale.
Il cellulare squilla da qualche minuto, spengo con un gesto deciso, ai miei piedi la ventiquattrore con gli appunti da stendere per la relazione al comandante, Francesco si avvicina facendo frusciare l’erba umida.
-Marco.
-Sì Francesco, per rispondere alla domanda che stavi per farmi, sì. Anche questa volta, molto prima che decidesse di accoltellarla.
Forse sono troppo duro con lui.
-Non finirà mai tutto questo.
-Non credo tenente, non credo. Anzi penso che sia destinato a peggiorare.
-Dicono che abbiano coperture che neanche ci sogniamo, alto, altissimo livello.
Getto il mozzicone.
-Il nostro compito è fermarli, ad uno ad uno, con ogni mezzo.
-Credo che dopo tutto non chiederò il trasferimento.
Sorrido appena, nella mano destra stringo con forza fino a spezzarlo un piccolo fermacapelli di plastica colorata.
In lontananza sorge un’alba macchiata di nuvole porpora.

BDSM

Tutti i modi in cui avresti
voluto essere, quello sono io.

Tyler Durden

 Adesso

 Percezione veloce di stimoli esatti, ricettori in collegamento binario con l’ipotenusa schiacciata dell’ipotalamo.
Comburente e combustibile intrecciano la loro danza azzurrognola, un lampo di soddisfazione luminosa, terminale.

Mugolio sommesso.

Rapida contrazione delle articolazioni sulla superficie di metallo satinato, piccole rughe mi nascono ai lati della bocca, iridi verdegrigio lontane, precise.

Tempo di agire.

Prima

Indossai con calma i guanti di pelle morbida, rapide gocce di sudore precipitarono lungo la schiena seguendo la linea decisa delle vertebre. Alzai lo sguardo al cielo, da un paio di giorni il sole era completamente invisibile, nascosto dietro a una cortina di smog e umidità che fiaccava le anime e i corpi.
La settimana più calda del secolo, così ripetevano i telegiornali in un incessante cicaleggio che non faceva che peggiorare la situazione.
Mi chinai verso la bombola d’Idrogeno da cinquanta litri, con un unico strappo degli addominali e delle braccia la rimisi in piedi provando a dimenticare il chiodo rovente conficcato nella nuca.
Attraverso la cortina di afa distinsi in lontananza un paio di colleghi appoggiati al muro, lo sguardo perso, le camicie fradice di sudore.
L’Audi A8 nera penetrò il piazzale come una tozza pantera, istantaneamente gli sguardi si posarono sulla berlina che parcheggiava vicino alle altre auto, facendole sembrare insetti malnutriti.
Rimisi nella tasca dietro dei jeans i guanti, strizzai gli occhi e attesi la mossa del guidatore.
Mi piantai a gambe larghe e mani sui fianchi, l’asfalto rovente che torturava le suole degli scarponi da lavoro. Non sopportavo i clienti che parcheggiavano e si attaccavano al cellulare, berlina superlusso o no.
Preparai la mia migliore espressione da lupo.
Impeccabile nel vestito grigio frescolana, cranio rasato, pizzetto mefistofelico, vaga traccia di abbronzatura.
Direttore di filiale, piccolo imprenditore, ottima disponibilità finanziaria.
Scese e tese la mano guardandomi negli occhi.

Suonai al videocitofono e il cancello della villa rimandò uno scatto elettrico.
Varcai la soglia e lui mi accolse con un sorriso forzato, sempre impeccabile, mellifluo.

– E’ stato gentile a consegnare lei.
Quel tizio non mi piaceva.

– Aspetti a vedere la fattura prima di ringraziare, sono venuto per farle vedere l’assemblaggio, poi dovrà pensarci da solo. Sono responsabilità che non ci prendiamo, come società.
S’irrigidì e tornò a essere l’uomo dell’Audi A8.

– Perfetto allora, vogliamo cominciare? Ho poco tempo.

Mi guidò attraverso un ampio salone, mobili moderni, acciaio e pelle nera, cassettiere basse sul pavimento di resina verde scuro.
Un cazzo di museo.

– Può appoggiarsi qui.

M’indicò un enorme tavolo di cristallo spesso.

– Senta non vorrei farle dei danni.

Fece guizzare il collo verso destra, come se avesse percepito un ultrasuono improvviso, un gesto da falco.

– Non si preoccupi, la responsabilità è mia.

Posai sul pavimento le due valige di metallo e feci scattare le serrature, mi rialzai osservando il tutto e facendo mentalmente la lista dei materiali, apparentemente non mancava niente.
Presi dalla prima valigia l’occorrente per il montaggio e iniziai.
Percepii l’occhiata sulla schiena, l’ambiente era climatizzato ma il lavoro mi faceva comunque sudare.

– Mi può scusare un attimo?

Non aspettò la replica e si allontanò verso il fondo della sala, dove si aprivano due porte.
Continuai di buona lena, avevo tempo, la giornata lavorativa era finita per me, ma quel posto mi metteva addosso un’ansia strana.
Tonfi attutiti, un gemito soffocato.
Alzai la testa verso la penombra.

Fatti i cazzi tuoi.

Posai gli attrezzi, le mani guantate che sudavano copiosamente. Feci cinque passi, poi ancora un paio verso la stanza al di là della prima porta.
La chiave del ventotto mi cadde con un thud sordo sulla resina.
Il cervello andò alla ricerca di qualcosa di familiare, lo trovò nelle perfette saldature dei tubolari di acciaio inox, cordoni precisi da mano esperta.
Successivamente gli occhi pretesero il loro tributo.
La donna bionda aveva capelli lisci, fradici di sudore, alla vita portava un corpetto di pelle rossa stringato sulla schiena, stretto fino all’inverosimile dato che si capiva che ogni respiro ansimato le causava un dolore acuto al costato.
Era fissata al traliccio ai polsi e alle caviglie, classici “ferri” imbullonati al centro appena sotto le mani, manette cromate appena sopra le caviglie.
Un complicato sistema di carrucole la sollevava a circa un metro da terra, separandole le lunghe gambe affusolate in una posa oscena, un collare borchiato di quelli da pittbull con le punte all’interno le rovesciava all’indietro la testa, contemporaneamente le torturava la pelle del collo, rivoli sottili di sangue segnavano il petto, i seni.

– Grosso errore amico mio.

La voce mi fece sussultare, cranio rasato si mosse verso di me, passando vicino al corpo in sospensione ebbe un attimo di esitazione, si chinò leggermente in avanti e fece partire una gomitata che centrò la donna alla bocca.
La testa incassò di brutto, spruzzi di saliva e sangue impattarono sui tubolari, la donna emise un gemito gutturale, animalesco.
Feci appena in tempo a girarmi di nuovo, mi resi conto che il tizio aveva in mente un attacco.

– Tu non capisci, ora non posso lasciarti andare, nessuno deve sapere, nessuno.

Fece ancora un passo e scattò, nella mano destra un pugnale da combattimento puntato dritto sul mio collo.
L’istinto e il mio vecchio addestramento reagirono all’istante.
Parai in alto a braccia incrociate, gli piazzai il sinistro nell’incavo del gomito e torsi all’indietro la mano armata di coltello.
Il piccolo crack delle ossa del polso lo fece lacrimare di dolore, feci mezzo passo in avanti per fargli spostare il peso sulla gamba destra e lo calciai con forza al fianco della rotula con lo scarpone dalla punta di ferro lasciandolo andare di colpo.
Cadde rovinosamente, precipitò sul pavimento e non si mosse.
Mi chinai e vidi il lago rossastro allargarsi sotto di lui, lo girai con calma ritrovandomi ad osservare un paio di occhi inespressivi, freddi, la lama del pugnale conficcata a fondo nella gola, piccole bollicine rossastre in espansione leggera sospinte dall’aria che velocemente abbandonava la trachea.
Cristo l’avevo ammazzato.
Mi rialzai velocemente avvicinandomi alla donna.

– Stia calma, ora la libero, poi chiameremo un’ambulanza e la polizia.

Mi piantò in faccia uno sguardo tetro, azzurro ghiaccio.

– Fermo.

Rimasi immobile, semiparalizzato.

– Ora, io sono tua.

Adesso

Mi osserva ancora, una supplica silenziosa, rotta dai singhiozzi di dolore.
Sono trascorse ore, tempo in lento scalare che ho utilizzato per finire di montare l’attrezzatura e per confrontarmi con sensazioni nuove, taglienti.
L’alesatore a dischi finisce di aggredire il tungsteno, stacco l’interruttore e osservo la punta dell’elettrodo, acuta, precisa.
Mi chino verso di lei, dai seni carnosi spuntano due coppie di barrette in metallo, conficcate a forza appena sotto la pelle, rendendola simile ad uno strano animale spinoso.
Tocco una delle estremità facendo oscillare la bacchetta nella carne viva, reagisce con un gemito, soddisfatto mi rialzo impugnando la lancia ossidrica appoggiata alla morsa fissata al tavolo di vetro.

Agisco sul rubinetto dell’Ossigeno e la fiamma si allunga di qualche centimetro, poi lentamente indosso la maschera di plastica nera con il vetro oscurato e mi preparo all’odore di bruciato.

Genesi

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Il terzo colpo arriva sopra il femorale sinistro.
La Mag da sei, aggeggio duro terroristico, sbatte contro i nervi in tensione. Una stilettata diretta alla tempia destra e appena sopra il setto nasale.

Riflessologia.

Suoni distorti a svanire oltre la porta. Voci e risate.
Gli accenti e il tono strascicato sono una consuetudine da telegiornale di mezza sera, anche il puzzo di sigarette troppo forti è caratteristico di chi non ha ancora a che fare con una legislatura restrittiva per quanto riguarda il fumo.
Crani rasati, sudore, sigarette e giacche beige militare.
Le mani tornano a imprigionarmi le guance, a fatica apro la bocca per respirare, il colpo riflesso della torcia a batterie si è aperto un’autostrada di dolore attraverso i gangli.
Puzza nervosa e occhi azzurri, lontanissimi.
I suoni distorti si mischiano al rumore di un generatore a benzina.

Inevitabile, sorride.

Sa benissimo che chiunque ha dentro di sé un limite, una barriera ben definita oltre alla quale è impossibile resistere.
La mia faccia è un disegno preciso di sofferenza, maschera satura privata di sonno, igiene e norme elementari di sopravvivenza spicciola, da troppe ore.

-Tu puoi farlo finire. Tu.

Parla un italiano fluido, ma è evidente che non è la sua lingua, più probabile che siano mercenari serbi al servizio di Al Qaeda, tutta da ridere.
Se solo riuscissi ad aprire la bocca in un unico movimento indotto.
Forse sarebbe interessato al mio passato, la carriera militare, l’accademia, il controspionaggio militare, su fino a.

Questo.

Ucciso sotto interrogatorio a Karbala, sponda ovest dell’Eufrate, buco del culo del mondo.
Quarto colpo, gamba destra, a metà verso l’inguine. Un flash porpora lungo tutto il bacino e il polmone sinistro.

Riflessologia.
Respiro troncato, urlo soffocato e buio.

Questa volta mi strappano a una quieta spiaggia, mediterranea, odore di spezie nell’aria, vento teso e acqua in vari toni di verde.
Usano sali da pronto soccorso, riemergo tossendo.

-Non svenire più.

È una semplice constatazione, non ha neanche il tono della minaccia.

-Stai morendo.

Altra constatazione.

-Voglio solo lasciarti riposare, dormire, mangiare un po’, bere. Magari andare a pisciare in un bagno e non, qui.

Indica con un gesto del polso la sedia sotto di me, il pavimento intriso di fluidi corporali delle ultime quarantotto, settantadue ore.
Il polso si flette ancora sotto al suo ribrezzo.
Abbasso lo sguardo e piccole gocce di sangue scivolano sul pene e sui testicoli.
Sono, ovviamente, nudo.
Si accende l’ennesima sigaretta e me la caccia tra le labbra tumefatte, è un mercenario slavo e gli slavi pensano che tutto il mondo fumi. Ma questo è un altro di quei gesti che fanno parte del bagaglio di ogni buon agente.
La sigaretta di tregua a metà dell’interrogatorio.
Coraggio è tutto passato, il momento è lo spartiacque verso un dialogo più umano. Fidati di noi, non vogliamo più farti soffrire.
È tutto scritto non c’è più niente da decidere anche se da ora cominceranno con qualcosa di drastico, unghie strappate, corrente elettrica.
Eppure è così difficile credere alla realtà, a quello che sta per accadere.
Il mastino si accoscia.

-Bastano solo due nomi, è semplice no? Vale la pena coprirli per i quattro soldi che ti danno? Poche parole.

Niente unghie.
Una specie di fiato veloce e il suo torso scatta.
L’Aikido è una scienza esatta.
Volo sul pavimento con tutta la sedia.

-Ne puoi uscire ancora.

La spalla sinistra è andata, minimo una lussatura, le fascette di plastica che mi tengono i polsi non hanno permesso un atterraggio naturale, ho percepito l’osso scivolare fuori dalla sede.
Mi ha appoggiato un ginocchio alla trachea.

-Sono poche parole in fondo.

Con la coda dell’occhio osservo gli altri due al tavolo, il computer e il microfono ambientale collegato, immagino un programma per analizzare lo stress, qualcosa di americano, sofisticato.
Sospira, afflitto.

-Se continui con questo atteggiamento poco costruttivo non mi lasci alternative.

Ridacchia soddisfatto.

-Pensi davvero che il tuo pidocchioso governo riesca a fermare tutto questo? Hai una vaga idea di quanti soldi ci sono in ballo, quanto potere?

Non sento quasi più niente, spero solo che decida, per mancanza di tempo, di fare una cosa veloce.

-Va bene, va bene.

Si alza e si rivolge agli altri.

-Preparate.

Ecco è finita. Il momento esatto, qui finisce la spia e ha genesi il soldato.
Strano, l’idea di affrontare la morte mi spaventa meno che essere ancora tra le mani di quest’uomo per un altro giorno.
Stendono con calma un telo cerato appena a un passo dalla sedia, passano allo slavo fitto, uno dei tre pare non essere d’accordo ma è palesemente in minoranza, il discorso è chiuso con un ordine secco.
Il pelato si rivolge ancora a me.

-Devo dire che non avrei mai pensato di veder resistere così un italiano.

Fischietta o’ sole mio, proprio così, fischietta, poi si regala una risata sbracata e mi getta a terra, questa volta la faccia s’immerge in un odore gommato che mi provoca un lungo conato.
Quello in disaccordo imbraccia un AK corto e sgancia la leva di armamento, faccio appena in tempo a perdermi nei suoi occhi vuoti e la raffica riempie la stanza di cordite e fumo.
Incasso duro al centro del petto, il dolore satura i gangli, fluidi e carne morta riempiono la cassa toracica.
Nell’attimo stesso in cui vedo la morte il metabolismo inizia il processo. Programmato con cura al centro del cervelletto, il meccanismo innestato chirurgicamente segnala il rischio di cessata funzione alla seconda parte del sistema, allo stesso tempo comincia a diramare ordini per pompare adrenalina nel cuore, quel tanto che basta a portare a termine il programma.
Viaggiando attraverso la rete neurale, il comando arriva ai due piccoli ordigni al plasmafosforo innestati nelle cosce.
Ignari di quello che sta avvenendo i tre cominciano a richiudere su sé stesso il telo dopo avermi slegato dalla sedia, uno di loro si accorge che ho ancora gli occhi aperti, da di gomito al capo e gli fa notare la stranezza.
Lui si china ancora una volta e mormora piano.

-Fottuto di un italiano, sei duro a morire. Spiacente non abbiamo altri proiettili da sprecare, ti toccherà crepare dissanguato.

Appena un decimo di secondo dopo avviene.
Il plasma obbedisce ai detonatori cellulari e dirompe verso l’esterno provocando due lingue di fuoco che avvolgono l’intero ambiente, il  fosforo si nutre dell’aria stantia e comincia a fare il suo dovere.
Brucia qualsiasi cosa nel raggio di una trentina di metri cubi ad una temperatura stimata di millesettecento gradi.
I tre si agitano senza parole dato che l’alto esplosivo ha carbonizzato all’istante lingue, laringi e corde vocali, dopo qualche secondo le ossa cedono e i mercenari vanno semplicemente in pezzi sotto il peso delle poche parti molli ancora risparmiate dal rogo.
Le nanoparticelle che costituiscono gran parte della centralina neurale mi evitano qualsiasi tipo di riscontro fisico, hanno staccato il contatto e la percezione si limita ad un curioso vagare della mente prima del buio definitivo.
La blindatura al titanio risparmia ai contribuenti la spesa per un processore nuovo, il resto del corpo è sacrificabile. Quando le fiammate biancastre esauriscono il combustibile e i gradi scendono sulla colonnina di mercurio il sistema si pone in stasi e stacca la corrente.
Nessun dolore, colori o ricordi.
Vado incontro a un sonno pesante.

Fino al prossimo risveglio.