Anna e Andrea

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Ancora una volta fa scivolare le mani lungo le mie braccia accarezzandole fino ai polsi, poi lentamente mi appoggia la guancia bollente alla schiena nuda e sospira.
Percepisco i lunghi capelli lisci, il respiro sulla pelle, le piccole labbra sulle vertebre.
Apre gli occhi, le lunghe ciglia nerissime una carezza impercettibile, lo sguardo di ossidiana a bucare attraverso, dentro come nessuno, nessuno .
Anna.

 La chiamata arriva mentre siamo in arrivo, il soffia di Tommaso, un tossico rumeno di Corsico è stranamente preciso riguardo al modo e al posto.

Alla Gobba, lo fanno alla Gobba, l’uscita sulla tangenziale est dove si è ammazzato quello stronzo, lo stilista, domani mattina nel casino del traffico, bloccano tutto.

 Il tenente dell’Arma dei Carabinieri Tommaso Spada fa scivolare il contenuto della stagnola nel cucchiaino, nel piccolo cucinino del monolocale del rumeno odore di rancido, sudore e un vago olezzo chimico che non mi abbandona il retro del palato.
Appena un attimo prima che il tossico immerga l’ago nella soluzione rovente, Tommaso gli afferra la gola con un movimento fluido, quasi sensuale.
Stringe.
Il tossico balbetta e sgambetta piano sotto al tavolino ricoperto di formica verde sbeccata agli angoli, le Nike stridono sulle piastrelle unte, ne viene fuori quel rumore che senti nei palazzetti, durante le partite di Basket, un fischio strano, fuori posto.
– Quanti sono, chi sono.
Lo abbandona all’improvviso e il rumeno si accascia sulla sedia, gli occhi fissi sul pezzetto di metallo, il nichel corroso dalle innumerevoli sessioni di accendino.
Si massaggia la carotide, non protesta neppure, le regole della transazione prevedono anche questo tipo di trattamento, inevitabile.
– Gira voce di una banda nuova, il capo è una donna, calabrese figlia di un boss, poi slavi e altri. Niente arabi, non si mischiano con arabi.
Spada gli va alle spalle fissandomi, non perderlo, dicono gli occhi azzurri. Poi gli mette le mani sulle spalle e aspetta.
Il tossico allunga ancora la mano, Spada gli cintura il collo con forza, quello si blocca e impallidisce, un pò di bava lungo il mento, respira male.
– Ho chiesto quanti sono.
Poi lo lascia, di nuovo.
– Sette, otto, non so di preciso, davvero non so, cosa altro, cosa.
Giro la testa verso un corridoio stretto, a metà seduta per terra, una bambina bionda ci fissa stringendo al petto qualcosa di giallo, lentamente sporge la piccola mano verso di me e mi mostra Pikachu, uno scarafaggio le sale lungo la gamba, lei fa un gesto annoiato e lo manda a rotolare lontano.
Bile.
Stringo la mascella e la bile torna al suo posto.
– Bene, adesso dimmi dove e ce ne andremo.
Si affloscia ancora di più, un sacco vuoto svuotato anche dell’aria.
– Alla Gobba, lo fanno alla Gobba, l’uscita sulla tangenziale est dove si è ammazzato quello stronzo, lo stilista, domani mattina nel casino del traffico, bloccano tutto.

Andrea.
Andrea, svegliati.
Apro gli occhi e penso che non sia possibile, Anna fuma un pacchetto di Marlboro Light al giorno eppure i suoi denti sono perfetti, bianchissimi, aperti in un sorriso sincero, leggermente sfrontato, da donna intelligente e sicura di sè.
Denti perfetti.
Poi ha stirato i capelli, giuro che ho pensato Cristo una dea greca in cucina tra le pentole.
No, Anna è calabrese e lavora al Poli, ricercatore di laboratorio al dipartimento di fisica nucleare; spesso mi prende per il culo, durante le rare uscite con amici, lui è il braccio violento della legge, io la mente, poi ride e l’intero universo conosciuto s’innamora di lei.
Abbiamo pochissimi amici in comune, sbirri i miei, cervelloni i suoi.
Ma resistiamo.

 Anna e quel gioco innocente del braccio violento.
Apro la cartelletta, abbiamo qualcosa che incarna braccio e mente, Francesca Cannizzaro, ‘ndrina Nicastro, Lamezia Terme.
Laurea con lode in Bocconi, master ad Harvard, massimo dei voti sempre e comunque, figlia di Pasquale Cannizzaro, una trafila precisa di studi e successi.
Poi il ritorno e le redini assieme al padre.
All’interno della cartelletta c’è una busta marrone, contrassegni top secret e il timbro dell’AISI.
Nella busta alcune foto e la stampa di una mail tra due ufficiali dei servizi.
Dicono che lei avesse quattordici anni e la madre trentuno.
Non ne poteva più e si era rivolta alla DIA di Catanzaro, il marito aveva prima fatto rientrare Francesca dalla Svizzera dove trascorreva le vacanze di Natale, poi aveva pregato la moglie di passare con loro il pranzo del venticinque nella villa fuori Lamezia, non c’è motivo di farsi sangue amaro anche nel giorno del Signore.
Quattro picciotti di sgarro la cacciano a forza in un bidone pieno di una soluzione di acido solforico e acqua.
Viva.
Ci sono ventiquattro foto nella cartelletta, venti sono del corpo e quattro della ragazzina che osserva.
Gli uomini dei servizi le hanno prese da molto lontano, scatti precisi, passati al computer con abilità.
Nessuno è intervenuto.
Hanno fatto le foto.
Fa freddo, Spada alza leggermente il riscaldamento della macchina.
Fa freddo e piove leggero.
Francesca è impassibile, tiene per mano il padre e fissa la carne di sua madre che si scioglie, i globi oculari che scoppiano all’esterno, le guance che lasciano scoperta la mandibola, la testa che precipita in avanti non più sostenuta dai muscoli del collo e dalle ossa della spina dorsale.
Osserva le dita che si protendono verso di lei e cadono in pezzi.
Ascolta le urla.
Urla senza più una lingua, senza trachea.
Poi si allontana lentamente.

La luce si offusca ogni volta che mi vede allacciare la fondina con la Sig.
Come se qualcuno da qualche parte con un comando a distanza le facesse scattare un interruttore.
In quel momento un ferro arroventato mi sale dallo stomaco e scava verso l’esterno, ogni volta.
Tutte le volte.
Poi lei si riprende, si avvicina e fa quel gesto, come nei film americani, s’impossessa della tazza di caffè, l’appoggia sul piano della cucina, mi stira la polo sul petto con due mani e poi mi bacia leggera.
Mi guarda negli occhi, io mi perdo in quell’oceano di pietra scura perfetta, abbasso gli occhi sulle labbra piegate in un angolo appena accennato e la ascolto.
Sono un poliziotto, so esattamente cosa sta per dire.
– Quando ci vai.
Ogni volta fatico a respirare ed è come se fosse la prima volta.
– Ascolta amore.
A questo punto lei fa un soffio leggero di farfalle con le dita e scuote i capelli, il suo profumo, il profumo di quei capelli.
Sorride ma il sorriso si arrampica ogni volta lungo le guance senza mai riuscire a raggiungere gli occhi.
– Ispettore Conti, hai promesso.
Ci provo ma è inutile, non con lei.
– Senti Anna, questa cosa, insomma far venir fuori tutto con uno sconosciuto, vomitare fuori l’orrore della mia quotidianità, io non so se davvero possa servire.
E la deludo.
Abbassa gli occhi.
– Come vuoi.

 Il comando è mio.
Alla radio il magistrato mi conferma il via libera del prefetto e di Roma.
Faccio partire una telefonata e dall’altro lato rumori soffocati, vociare convulso di uomini, il chiasso del traffico, leggera eco metallica. Il NOCS si prepara.
– Gamma.
– In linea Andrea.
– Dove siete.
– Stazione della metro, la civetta conferma sette minuti a questa velocità. Voi.
– Seguiamo il bersaglio e i falchi. La polstrada è pronta, il go, no-go è roba vostra.
– Gamma conferma, civetta in trasmissione, solo un attimo Andrea.
Penso a loro, team di sette, tutti armati con HKg36c, silenziatori SPS Invictus, granate a frammentazione, BDU nera, elmetti e kevlar, penso a questa molla in trazione, questa macchina perfetta studiata per un unico scopo.
– Gamma, pare che qui abbiamo un bel go, ispettore.
Forse un sorriso sotto al passamontagna nero.
Poi quel rumore.
Tre dei sette picchiano assieme lo scudo antiproiettile sul pavimento, conosco bene quel rumore.
– Va bene Gamma, Mark meno due minuti da…ora. Chiudo.
Giro la testa, Spada respira veloce e stringe il volante in una morsa, le labbra schiuse, lui è qui perchè parte dell’indagine è stata compiuta dai carabinieri del ROS, ora vedo la sua tensione.
– Andrà bene Tommaso.
L’unica banalità del cazzo che mi esce.
Annuisce.

Appena prima di uscire le abbraccio le spalle, la pretendo, provo a sommergerla, voglio che capisca, che respiri un pò del mio panico solo all’idea di.
Lei si raddrizza e si gira, mi prende la sinistra e con le dita fa girare l’anello sull’anulare, sorridendo.
– Voglio semplicemente due cose, che tu mi dica come si svolgerà la tua giornata e che tu mi prometta di raccontarmela, questa sera, quando ci rivedremo.
So di aver perso, lo so già prima che lei cominci a parlare.
– Io, ecco oggi è un’operazione, io stasera, ti prometto.
Quando alzo lo sguardo lei è sul pianerottolo, si volta lentamente e mi sorride. Poi infila le scale

Spada inchioda, la cintura di sicurezza impedisce che vada a sbattere contro la radio.
– Ci siamo Andrea, cazzo ci siamo.
Gli stop delle macchine, il rumore improvviso delle gomme, la sorpresa, le domande, le imprecazioni.
Hanno bloccato la tangenziale appena prima del ponte della metro, si sentono le raffiche, schiocchi secchi nitidi, calibro 5,56 Russian. Due uomini incappucciati sparano in aria.
Al centro della carreggiata fumo nero oleoso inizia a salire nell’atmosfera fradicia di umidità, una Smart rossa prende fuoco con un botto di vapori di benzina, uno degli incappucciati scaraventa lontano una tanica.
Apriamo le portiere e avanziamo bassi al riparo delle macchine, la Sig in low-ready a due mani, Tommaso una MP5SD3 alla spalla destra.
L’auricolare gracchia.
– Gamma, è un Mark a tutte le sezioni, ripeto è un Mark, civetta in azione.
Allargo il braccio sinistro e stringo il pugno, il mio compagno s’inchioda al riparo delle gomme di un bilico.
Mi sporgo verso i due incappucciati, le canne degli AK ruotano da sinistra a destra, una parabola precisa, allenata.
Poi accade.
I due crollano uno dopo l’altro a distanza di un decimo di secondo, un fiotto di sangue arterioso dalle gole impatta sull’asfalto bagnato.
Urlo la tensione repressa.
– Ora Tommaso! ORA.
Scattiamo in avanti e la scena è quella che abbiamo studiato nei minimi particolari, il furgone blindato appena prima del ponte, subito dopo un camion movimento terra di traverso, due Alfa Giulia ferme con le portiere aperte dopo il camion, incappucciati attorno al blindato, armi alzate.
Uno di loro impugna un M136AT4 lanciarazzi tattico dotazione US Army.
La vedo, non so bene, forse semplicemente la sento.
Francesca Cannizzaro, l’unica senza passamontagna, coda alta a legare i capelli, tuta da meccanico e anfibi Altama neri.
Cammina lentamente verso il muso del furgone, tiene gli occhi inchiodati sui corpi a qualche metro verso di noi.
Alza la mano destra senza distogliere lo sguardo, l’uomo le porge il lanciarazzi.
Si avvicina al blindato e senza fermarsi si arrampica sul cofano puntando allo stesso tempo la telemetria nella cabina.
Le mie dita corrono al pulsante sull’auricolare.
La voce è strozzata, la gola ridotta a una cartina di sofferenza raschiata.
– Gamma! Tirala giù cazzo!
La risposta non si fa attendere.
– Andrea abbiamo l’ordine di prenderla viva, civetta in verticale…adesso.
Alzo gli occhi, una massa scura occupa il cielo, turbine infuocate la sostengono, AB212 nero del Nucleo, sulla verticale esatta della ragazza.
La voce mi fa sobbalzare, Tommaso mormora veloce, CristoCristoCristo.
– BUTTATE LE ARMI E ARRENDETEVI, SIETE CIRCONDATI.
Faccio quattro passi in avanti, adesso posso vederla bene, i capelli infradiciati di pioggia, lo sguardo assente, tranquillo.
Passo la Sig in hi-ready, gliela punto tra gli occhi.
– Francesca! Lascialo! Lascialo andare! Ti uccideranno!
L’elicottero imbarda verso destra, si abbassa leggermente, mulinelli d’acqua spazzano le macchine, gli uomini incappucciati osservano il capo, esitano.
Ma lei lo fa.
Tutta la sua vita è finalizzata per farlo.
E lo fa.
Con un guizzo alza il lanciarazzi verso l’elicottero, sgancia le due sicure, poi preme il grilletto.
Il booster schizza il missile dal tubo, la testata HEAT da 84mm raggiunge in un respiro la prua del velivolo.
La mia mente stacca e corre via lungo una linea serena di orizzonte pulito, semplicemente non riesco a ragionare su quello che sta per succedere.
L’elicottero investito in pieno viene spinto all’indietro, appena un millesimo di secondo dopo la testata esplode all’interno della cabina di pilotaggio attraversata come una lama di coltello nel burro fuso.
Una palla di fuoco appare nel cielo grigio, il rotore si spezza sul lato imponendo una cinetica sbagliata.
La carlinga nera vaga per qualche istante come una libellula impazzita, poi colpisce l’unica struttura a tiro.
Il ponte che scavalca la tangenziale a fianco della stazione della metropolitana.
Una seconda esplosione rivela la fiammata del carburante, rottami volano da ogni parte, il ponte pare reggere ma le macchine sottostanti vengono colpite da pezzi di lamiera rovente.
Gamma non risponde, Gamma non risponde più.
Mi giro verso Tommaso e leggo furore, ci alziamo contemporaneamente e iniziamo una grandinata di proiettili verso il blindato. Tre incappucciati incassano brutto e crollano come burattini strappati.
La ragazza abbandona il tubo del lanciarazzi, fa un mezzo salto di lato e atterra agile sull’asfalto, provo a correre verso di lei ma l’unico superstite del commando mi costringe con una sventagliata ad accucciarmi dietro al guard-rail.
Riesco a solo a guardarli mentre aggirano il rogo e salgono sulla Giulia superstite.
Corpi si contorcono lungo la carreggiata, una colossale colonna nera di fumo sale alta nel cielo, la morte è ovunque, il sangue è ovunque.

Tu hai un buco dentro.
Qualcosa di nero, pericoloso e mortale.
Quando mi guardi, la sera, a tavola, quando mi osservi con il bicchiere di vino in mano.
Quando mi osservi e non mi vedi.
Io ti vedo dentro e vedo il buco che ti divora, ti marcisce le carni dall’interno.
Abbiamo condiviso tanto Andrea, momenti felici, errori, amore, sesso, schegge lucidissime, squarci ampi di sereno.
Ma non è più abbastanza.
Amore, amore mio.
Non lo è più.
E mi accorgo di svanire, poco a poco, come un profumo leggero che evapora dalla nostra casa.
Ogni giorno di più.
Ogni parola in meno che mi regali, ogni sguardo in meno che alzi su di me e che abbassi verso il buco.
Ogni istante che ci separa tutte le volte che esci da questa porta per andare a fare il tuo lavoro.
Per andare ad abbracciare un mondo che non vuole essere salvato e non lo vorrà mai, sacrificando i suoi uomini migliori sull’altare dell’egoismo, dell’ignoranza, del sopruso.
Io non posso perdermi amore mio, non voglio, non è giusto.
Non voglio spegnermi come uno stoppino senza ossigeno, non è così che voglio la mia vita.
Merito un uomo che condivida il dolore.
Lo pretendo.
Non cercarmi.
Ti amo da morire.

Anna.

Le ginocchia scivolano sul pavimento quasi con grazia.
La sensazione giù nello stomaco ora è decisa, potente.
Il buco uomo, il buco che divora.
La grafia è sottile, poche righe ordinate, un foglio di quaderno, quello che usiamo per la lista della spesa. Appoggio la pistola sul parquet lucido, mi sdraio e cerco di rannicchiarmi contro al muro.
Magari mi passa.

A.Y.C.E. (fottere una generazione)

Il contenitore è un classico capannone svenduto da una ditta fallita in cambio dell’ormai consueta offerta-che-non-si può-rifiutare.
Vivo nella cortissima periferia sud-ovest milanese, parchi, labrador, mammine felici che spingono carrozzine sgargianti, ragazzini biondi, sport e la ‘ndrangheta a vigilare su tutto; la creazione del mostro ha permesso ai veri freaks figli della nostra epoca di venire allo scoperto, tutti assieme, nel loro ambiente naturale.
Andiamo con ordine.
Da separato ho i figli a week-end alterni, mi piace mangiare assieme qualcosa che non sia cucinato in casa, per lo meno quando il portafoglio lo permette.
I bambini sono bambini degli anni duemila, qualsiasi cosa gli venga proposta, viene macinata e scartata in tempi brevissimi tutto dev’essere compresso e fruibile con estrema velocità.
Soprattutto il cibo.
Talvolta mi chiedono l’All You Can Eat del cazzo.
Pomeriggio del sabato, per loro compiti e studio, io mi faccio due gin tonic e un Toscano sul balcone.
Ergo in serata guido fino al mostro, un paio d’isolati da casa, con un vago ronzio nei timpani e lo spirito accomodante di un Grizzly in cerca di Di Caprio.
Il mostro è sterminato, a perdita d’occhio, parola d’onore mai visto tutte le sale, tutti i posti a sedere.
Una miriade di cinesi indaffarati sfreccia tra i tavoli, quasi nessuno parla italiano, riescono a malapena a farti accomodare e a prendere l’ordine delle bevande.
Heineken e ho detto davvero tutto.
I bambini partono verso le tre isole buffet che troneggiano enormi in mezzo alla sala, non voglio soffermarmi sul cibo, la qualità è quella di un qualsiasi A.Y.C.E. tutti uguali, standardizzati.
Quello che so fare meglio è sezionare.
Ho un groppo alla gola, dove cazzo stiamo andando, che cazzo di speranza possiamo mai avere.
Io lo so che questi posti offrono la possibilità di andarsene in un ristorante a gente che normalmente se ne starebbe a casa, cazzo mi ci metto pure io, ma diocristo santissimo ditemi perchè.
Perchè abbuffarsi in questa maniera, come diamine fa una donna di trenta, trentacinque anni a distruggersi il corpo, la mente, la salute, arrivando a pesare trenta/quaranta chili più di me, a occhio e croce.
Come si fa a trascinarsi col fiato cortissimo e il piatto strapieno di puttanate surgelate, come, ditemi come.
Ai miei figli vieto tassativamente roba fritta, sono anche piuttosto fortunato, loro si fanno portare qui per mangiare sushi, non succede spesso, spero che il mercurio che ingurgitano venga smaltito un pò per volta.
Lo spero.
Chiunque abbia creato questo meccanismo perverso aveva le idee chiarissime e un unico scopo riassumibile in pochi semplici passaggi chiave: Arrivare, predare, invadere, conquistare, fottere le generazioni a venire con un’idea malata della tavola, distruggere lo spirito di una nazione minandone alla base le abitudini alimentari.
Questo succede.
E le menti deboli soccombono.
La quasi totalità degli avventori è obesa, uomini, donne, bambini, la quasi totalità degli avventori è assolutamente all’oscuro di quello che sta subendo o per lo meno se ne fotte allegramente.
Discutono tra loro di:
– Calcio
– Figa
– Telefonia cellulare
– Mariadefilippi
– Immigrazione, ognuno immagini per proprio conto i toni e i modi.

Mi sorride sotto alla zazzera biondo/rossa, gli occhi azzurri vispi e intelligenti, sta crescendo di brutto e si vede, lentiggini gli contornano il naso di sua madre
– Non mangi più?
– Sono pieno papà.
Il fratello va e viene e sembra divertirsi un mondo, a otto anni questi posti sono come un luna park, un immenso delirante luna park.
– Ma dimmi una cosa, ascoltami un attimo e guardati in giro.
Mi guarda perplesso ma ho la sua attenzione.
– Osserva la gente in questo posto, come mangiano come quasi si azzuffano al buffet, cosa ti sembra?
Quasi scoppia in una risata.
– Papà sono tutti ciccioni e ogni tanto hanno i piatti così pieni che gli cade la roba.
– Secondo te perchè.
È ancora più perplesso, gioca con le bacchette e un avanzo di salmone.
– Sembra che abbiamo tutti una fame della miseria, ma non è possibile.
– Eccolo il punto, se la fame non è nello stomaco, secondo te dove ce l’hanno.
Gli si accende una lampadina.
– Magari nella testa.
– Esatto, ci hai preso di brutto.
Applaudo, è contento.
– La fame della testa, la peggiore. Quella che ti fa credere che mangiare tantissimo ma male sia meglio che farsi da soli una pizza in casa scegliendo bene gli ingredienti. Oppure che bere una caraffa di vino alla spina sia meglio che comprare una bottiglia onesta al super spendendo tre o quattro euro di più.
Forse inizia a capire davvero.
– Non è possibile spendere così poco e mangiare così tanto e bene, vero?
– Anche se spesso i buoni ristoranti se ne approfittano, in effetti no. Non è possibile.
Adesso è preoccupato e mi fa una tenerezza immensa.
Ma per cui stiamo male stasera?
– No, certo che no, basta non esagerare e venirci poco in questi posti, oppure non fare come tuo fratello che è già allaterzaporzionedimeringatacazzooo!!
Ridono tutti e due e io li adoro.

 Dentro però continuo a sezionare e catalogare cosa siamo diventati, i tacchi esagerati le minigonne i neonati che urlano, in un posto sbagliato al momento sbagliato, i tatuaggi, le creste sui crani rasati, le tute, le maglie attillate sulle pance gonfie.
Il cattivo gusto e la malvagità di chi ci ha voluto così, di chi ci tiene così, con il grugno nella morchia a pascolare come bestie da macello in questi posti.
E nessuno sembra accorgersi di niente, nessuno sembra volersi ribellare a tutto questo.
Nessuno vede niente che non sia lo schermo di un merdoso telefono.
Nessuno osa credere in niente che non sia stato vomitato da uno spot, messo su instagram, spruzzato in uno schizzo emorragico su facebook.
Le patatine fritte che non sono patate, le chele di granchio che non sono chele, il ristorante giapponese che non è giapponese ma cinese, tutto è qualcos’altro e ci viene raccontato in mille modi diversi tranne quello vero.
Le guerre intelligenti, il paese in crescita costante, la disoccupazione in diminuzione, la sconfitta della mafia, il governo del fare.

– Papà possiamo prendere un Chupa?
Annuisco alla cassiera che sventola i lecca lecca davanti ai miei figli.
– Ok, ragazzi, ringraziate la signora.
Mi porge la ricevuta della carta di credito, denaro che non è denaro.
– Posso offrirle qualcosa?
– Lagavulin, liscio.
– Come scusi?
– Niente, grazie, buona serata.
Sorrido, forse.

L’inverno sta arrivando

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“Sono dell’idea che la coscienza umana…sia stato un tragico passo falso nell’evoluzione. Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un aspetto della natura separato da sè stessa. Noi siamo creature che non dovrebbero esistere, secondo le leggi della natura.”

Rust Cohle

” ‘Sta cosa dei tatuaggi ha leggermente preso la mano, leggermente.”

Max

In Sardegna ci vado fin da bambino, diciamo ragazzino, ecco.
Roba di quarant’anni fa, giù di lì, sulla costa est in quegli anni ti capitava di vedere delfini a riva, tornavi sempre con prede da grigliare di tutto rispetto in cima alla fiocina del fucile, non incontravi nessuno per chilometri.
Per questo motivo, a parte un paio di apparizioni, per molti anni ho disertato. Mi sarebbero mancati troppo gli spazi aperti a perdita d’occhio, i silenzi rotti solo dal vento, la quasi totale mancanza di strutture turistiche.
Eppure quest’estate, devo dire per merito di mio fratello, ho scoperto una parte di Sardegna che mi ha catapultato a quarant’anni fa, spiagge deserte, strade che attraversano canyon frastagliati e si buttano in mare, dune altissime a coronare la costa, mare cristallino, umanità quasi assente.
La costa che va da Oristano fin quasi a Cagliari è così.
E credo ci tornerò.
Ma.
Se davvero sperate sia finita qui si vede che non mi conoscete abbastanza.
Compratevi una Lonely Planet per questo.
Il virus umanoide peggiora e quei pochi che ne hanno consapevolezza non possono far altro che prenderne atto, possibilmente ridacchiando con le palle a mollo.
La cosiddetta gioventù è sempre più sfigata, quattro baldi ragazzotti e un ombrellone a testa.
Figa io a vent’anni manco sapevo a cosa serviva l’ombrellone e andavo in spiaggia sbronzo, questi si spalmano la crema come settantenni e si portano le borse frigo con l’acqua.
Non rompono nemmeno più i coglioni coi racchettoni, cristo noi ci sparavamo bordate col pallone da football in mezzo alla massa.
Boh.
Suppongo che avere figlie tredici-quattordicenni al giorno d’oggi sia un cazzo in culo, per cui dimmi idiota, per quale diavolo santissimo di motivo le compri un bikini che prevede la mutanda infilata su per le chiappe a sottolineare per bene?
Non se ne può davvero più delle MILF da battaglia.
Stiamo esagerando, in nave ho viste cose che voi umani.
Ti allungano occhiate che manco Jenna Jameson davanti all’ennesima banana; poi se ricambi ti schifano come se avessi tatuato “equitalia” sulla fronte e magari finiscono a farsi pisciare addosso durante un’orgia rimorchiata su qualche sito.
Tutto ciò mi rende perplesso.
Abbiamo davvero troppa consapevolezza di noi stessi, la convinzione che ognuno sia importantissimo per la sopravvivenza dell’universo.
Ma cristo, siamo solo caccole alla deriva, degne di distruzione e sepoltura anonima.
Costruiamo case che si sbriciolano, dimentichiamo bambini a cuocere in auto, fottiamo tutto e tutti.
Creiamo youtuber.
L’aberrazione umana, il gradino più basso dopo il pidocchietto delle sabbie e lo scarafo nella brodazza.
Il nuovo mito, lo youtuber del mio cazzo.
Persino i cattivi fanno ridere, il coglione supremo, il coreano pettinato come una cappella circoncisa, ma davvero, ma come stai?
Manda a morte la gente perchè si addormenta mentre lui parla.
Tanto tra un pò qualche nipote manderà a morte lui e via che si ricomincia.
Quello che vorrei farvi capire, non tanto, giusto un millimetro, è che solo davanti a una palla rossa all’orizzonte che si butta in mare, lungo una spiaggia deserta con alle spalle una montagna, in cima a una collina osservando tutto questo dall’alto, solo allora potrete avere la consapevolezza di quanta roba stiamo buttando nel cesso per tirare una gigantesca catena.
Solo allora sarà OBBLIGATORIO rendersi conto di quanto intrinsecamente fetido e dannatamente imperfetto sia l’essere umano di fronte a tutto questo.
Appena qualche istante dopo, prima che il fungo atomico vi accechi per sempre, potrete stappare la birra.

 

Sotto un altro

Pensavo che.
Se apprezzi ancora la buona musica e una chitarra elettrica ancora ti fa vibrare giusto.
Se il primo sorso di birra è un piccolo diamante incastonato nella giornata.
Se la mattina alle sei la schiena si fa sentire, ma poi la smette e allo specchio la curva del deltoide sottolinea ancora i tatuaggi.
Qualche occhiata di traverso e alcuni complimenti inaspettati.
Se  non ce la fai ad arrenderti con l’idea di aver chiuso con un tot di cose.
Se ti guardi in giro e sebbene praticamente sempre sei quello che si sbatte più inverni degli altri, ma gli altri hanno paranoie e cazzi in culo in stile anni sessanta.
Se i trenta/quarantenni al massimo una pinta che poi due non le reggo.
Se cominci a fronteggiare la coglionaggine di un pirletta alle medie, ma lui capisce perfettamente che può fare tutta l’arte marziale che vuole, sempre al muro lo puoi attaccare, glielo leggi negli occhi.
Se ancora qualcuno ti chiede di sbatterti con una palla a spicchi.
Se ancora sbracciare a delfino non è davvero un problema.
Se alla sera dopo enne quintali tirati su a mano ti bastano due dita di vodka e un fornello per cucinare.
Se riesci ancora a tirarti su dal divano, spegnere il fottuto tv e prendere in mano un libro letto tre o quattro volte.
Se riesci a capire che digiti con l’indice facendo errori ma i pollici li usi per accendere un buon sigaro.
Se deve andare giusta andrà, se no almeno ci avrò provato.
Se ogni compleanno è, in effetti, un gradino in basso ma ‘fanculo all’universo.
Allora magari te ne fai una ragione, stringi i pugni e mediti sul prossimo tatuaggio.
Da cinquantaduenne.
Nasdrovie.

“Figa, non ci sentiamo da Natale” (Slovenija)

Corso A.D.R.
In sostanza, un tizio che prova a farti capire come restare vivo se quello che trasporti decide di farti passare un brutto quarto d’ora.
Che sia colpa tua o meno.
In Italia dura qualche mese, tre o quattro ore la settimana, la sera dopo il lavoro, in Slovenija dal venerdì ore 16.00 alla domenica ore 14.00.
Diversa concezione sul valore di una vita umana.
Probabilmente.
Mentre guido oltre il confine lungo strade innevate in mezzo a colline dai colori strappati, riesco solo a pensare che qui sono andati avanti a macellarsi per parecchio, con gusto.
E’ un posto del cazzo, si mangia di merda, la birra è senza senso, bevono una grappaccia fetida che la cameriera del B&B ci propina dopo averne ingollato tre shot.
Gli uomini hanno facce da forca, spesso rapati e grossi, i cattivi dei film sugli slavi cattivi.
Appunto.
Il tempo libero lo passo in camera a guardare il soffitto, metal cattivo nelle orecchie, mi passano di continuo scene di vecchi film davanti agli occhi. Incrocio le mani sotto la nuca e vedo il sergente Will James chiudere da qualche parte il dolore e sfondarsi di guerra in The Hurt Locker.
Chiudere il dolore.
Di ritorno con il mio bel pezzetto di plastica rosa ufficializzato dal glorioso ministero dei trasporti sloveno mi rendo conto che mi sto perdendo.
Non riesco più a scrivere, vivo a stento una tregua armata con l’universo che non durerà, calpesto ogni santo giorno il confine sottile di una DMZ coreana con le focali dei cecchini a grattarmi la schiena.
Mi sento stanco.
Stanco e incazzato.
Per la piega che sta prendendo la mia vita, per il fatto che sento stringere ancora di più i ferri ai polsi, per quello che ingoio e non vomito, per lo schifo che si vede in giro, per tutto quello che stiamo diventando.
Ecco, sto perdendo la voglia e questo mi spaventa, perchè si suppone che fino a quando i tuoi figli non sono autosufficienti, la voglia, tu, la devi AVERE.
Ho storie in testa che non riesco a buttare giù, mi racconto di non avere tempo (cazzo in parte è vero), ma in realtà non trovo più la foga dei tempi andati, quella voglia bruciante di iniziare e finire e far leggere e aspettare un giudizio e…e.
L’ho detto, l’ho urlato, ne ho fatto un mantra, finirò per tatuarmelo.
Io invento trame quando le cose vanno per il verso giusto.
Quando il mio mondo rotola verso la bocca del reattore di Fukushima le mie dita si paralizzano sulla tastiera, mento  a me stesso con la coscienza di farlo, mi dico che prima o poi metterò giù il romanzo, la storia, le parole giuste.
Poi venderò il romanzo, comprerò una macchina sportiva, mi separerò e pagherò gli alimenti, mia moglie e i miei figli saranno felici e ricchi, avrò fidanzate saltuarie e tutto andrà per il meglio (cit.)
No.
Povero coglione, no.
Questo sarà un percorso di lacrime e sangue.
Questo dovrà per forza implicare lo stravolgimento globale della mia vita, ancora una volta.
Questo significherà, dover trovare la forza per fare scelte terminali e definitive, senza se o ma.
Roba che il suddetto reattore sembrerà un cazzo di cerino mosso dal vento di un mare in tempesta.
Sarò capace?
Sarò veramente in grado?
Averne almeno una mezza idea, potrebbe essere un ottimo inizio.

Keith Emerson 02.11.1944 – 10.03.2016