Quella che finge

Ti tengono nell’oscurità, sai che fingono tutti
ti tengono nell’oscurità e così è iniziato tutto
mandi avanti i tuoi scheletri
canti mentre le loro ossa arrivano marciando, ancora
il bisogno che hai seppellito in profondità
i segreti che mantieni sono pronti come mai prima d’ora
sei pronto?
ho finito di dire cose sensate
ho smesso di usare l’ignoranza come scusa

girando e rigirando nel profondo,
la ruota mi fa girare e non si ferma mai,
non si ferma mai
è la solita vecchia storia

e se ti dicessi che non sono come gli altri?
e se ti dicessi che non sono solo un’altra delle tue recite?
sei tu quella che finge
e se ti dicessi che non mi arrenderò mai?

col passar del tempo, o almeno così mi hanno detto
sarò soltanto un’altra anima in vendita
questa pagina è fuori commercio
non siamo permanenti, temporanei, temporanei,
è la solita vecchia storia

e se ti dicessi che non sono come gli altri?
e se ti dicessi che non sono solo un’altra delle tue recite?
sei tu quella che finge
e se ti dicessi che non mi arrenderò mai?

sono la voce nella tua testa
quella che tu rifiuti di sentire
sono il viso che devi affrontare
quello che rispecchia il tuo sguardo
sono ciò che rimane, sono ciò che è giusto,
sono il nemico, sono la mano che ti ha fatto cadere,
che ti ha messo in ginocchio

dunque, tu chi sei?
sì, chi sei? chi sei? chi sei?

ti tengono nell’oscurità, sai che fingono tutti

e se ti dicessi che non sono come gli altri?
e se ti dicessi che non sono solo un’altra delle tue recite?
sei tu quella che finge
e se ti dicessi che non mi arrenderò mai?

dunque, tu chi sei?
sì, chi sei? chi sei? chi sei?

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L’hiver est à venir

And did they get you to trade your heroes for ghosts?

 Spesso, al tramonto, prendevamo i gommoni e i barchini di alluminio, li facevamo scivolare nell’acqua salmastra del fiume tra nuvole di zanzare. Quelli di noi che avevano una minima esperienza di motori marini venivano messi al timone, come se navigare i flutti asmatici di un pantano tropicale necessitasse di un lupo di mare.
Eppure.
In piedi, una mano sul gas, l’altra sul volante ricoperto di gomma dura, l’aria della jungla in faccia, il FAMAS appoggiato al piccolo cockpit, eppure in quel momento quell’assurdità pareva assumere un significato preciso.
Osservavo gli uomini in posizione di tiro, sdraiati sulla fibra dell’imbarcazione, le camicie chiazzate di sudore, i baschi verdi di traverso sui crani rasati, le facce stravolte dalla stanchezza e dalla tinta mimetica.
Li osservavo cogliere ogni minimo movimento dalla riva, scrutare attraverso i cespugli in mezzo agli alberi marci, scambiarsi occhiate d’intesa, bere dalle borracce tiepide lunghe sorsate.
Li sentivo mormorare nelle loro lingue d’origine, imprecare piano ad ogni sobbalzo dello scafo, mi chiedevo quali erano le loro storie, cosa si portavano dentro, cosa li aveva costretti a mettere una firma su un foglio e sparire dal mondo per cinque anni.
Spesso mi chiedevo cosa aveva spinto me, ma ancora più spesso ero costretto ad ammettere che la struttura stessa della legione ti portava a non avere più una vera coscienza d’individuo, i dubbi svanivano quasi subito sotto il peso di un devastante addestramento psico-fisico.
A Nizza mi avevano chiesto i documenti, li avevano impacchettati, poi mi avevano assegnato un nome e nuove generalità, non eravamo ancora legionari, per loro eravamo feccia straniera da trasformare in soldati.
Più tardi, dopo aver strisciato per mesi nel fango ghiacciato dei Pirenei, alla consegna del Kepi, avevo capito che il processo era davvero concluso.
Moriva un individuo, nasceva un legionario.
Quell’orgoglio tronfio di appartenenza non era durato, non poteva durare.
Volevo il 3° R.E.I. e loro avevano acconsentito, ricordo bene quel lungo interminabile viaggio verso un paese completamente sconosciuto.
Volevo i tropici, mi avevano regalato il buco del culo marcio del mondo.
Facevamo i cani da guardia al razzo Ariane, respiravamo il puzzo acre dell’imperialismo francese, quello che restava della stronza grandeur, a volte provavamo ad illuderci aiutando una famiglia di locali, medicine, cibo, giocattoli per i bambini.
Più spesso ci trovavamo di fronte a sguardi impauriti, fissi sulle bocche da fuoco onnipresenti, un legionario non abbandona mai l’arma, nella sinistra una bambola, nella destra novecento colpi al minuto selettore in full automatic.
Ricordo un capitano di Aix-en-Provence, figlio di un colonnello del R.E.P, i duri tra i duri, quelli di Algeri.
Prima dell’ultimo appello ci raccontava di suo padre, degli agguati, delle torture ai guerriglieri del FLN.
Rideva e il suo sguardo era grigio come la cenere della Gouloise senza filtro onnipresente tra le dita  giallastre, quasi un brutto cliché alla Jean Gabin, rideva e mimava con le dita la sequenza dei tagli da infliggere al costato per far soffrire di più.
Rideva con quel borbottare tipico dei francesi e io cercavo di figurarmi un poveraccio legato ad una sedia, il capo chino in avanti, il petto scheletrico ridotto ad una cartina geografica di sofferenze i caporali in piedi e Je ne regrette rien nelle orecchie.
Quella sera sorridendo ad un tramonto che pareva esplodere all’orizzonte, assaporando il contatto dello scafo con l’acqua marrone, ripercorrevo tutto questo, in mente avevo ancora le parole di Blanc, sapevo che sarebbe successo, era la fine del mio terzo anno di ferma.
In piedi sugli attenti nel piccolo ufficio all’interno della Forget, lo avevo visto estrarre da un cassetto un foglio di carta prestampato, conoscevo quel modulo, era la richiesta di cittadinanza francese.
Un legionario non smetterà mai di esserlo, tanto vale appartenere al paese che ti ha dato una casa, un nido per chiudere fuori tutto.
Non potevo accettare, avevo iniziato l’avventura quasi senza un vero motivo, spinto solo da un irrefrenabile desiderio di fuga, ma non avrei voltato le spalle al mio passato.
Sapevo dove tornare, sapevo cosa avrei trovato e forse avrei respirato un po’ meno dolore, dopo tutto.
Quella sera fui consapevole di essere diventato adulto, paradossalmente, scegliere di tornare era stata la decisione più difficile, mi sentivo stranamente vuoto, ma terribilmente vivo.
Mi sarebbero mancati tutti quei ragazzi, i loro visi, la loro forza di coesione, avrei assaporato i due anni che mi mancavano secondo dopo secondo.
Poi, avrei restituito al mio paese un uomo, finalmente.

Sister

Lo senti nelle ossa il giorno zero.
Tutti gli anni, ottobre, magari pure settembre, certi anni pure a inizio novembre.
Ma sono sempre loro che te lo dicono.
Le ossa.
Il giorno zero è quasi sempre inaspettato, come quella telefonata con la voce che sorride e fa le fusa, quel gol che ormai non aspetti più al quarantesimo, quel messaggio che bastano tre righe e ti si stringe di nuovo il cuore.
E’ il suo giorno, il giorno di Sister, il giorno zero.
E puoi pure scordarti il mare cristallino, la spiaggia, l’odore di crema solare, il fiato profondo, la pressione nelle orecchie.
Finito, mi ascolti? E’ arrivata lei, mia sorella di sangue.
Sister, sorella Nebbia.
Guardi fuori e nel buio solido il primo impulso è sempre quello di strofinarti gli occhi, ma capisci che non sei tu è il mondo che sonnecchia e non avrà più voglia di togliersi la coperta di dosso, almeno a queste latitudini.
Appena un secondo dopo, le ossa, dicevo, vengono a trovarti e una ad una lungo la schiena ti ricordano ogni singolo anno del cazzo.
Ogni levataccia, ogni fottuto peso che hai sollevato in tutto questo tempo che pare un’eternità ma in realtà è lo sputo di un dio crudele.
Ma davanti allo specchio mentre scopri l’ennesimo pelo bianco sulla barba o tra i capelli, mentre le mani aperte di acqua ghiacciata ti fanno capire che è davvero ora di darsi una mossa.
Proprio in quel momento ti concedi un sorriso che non raggiunge gli occhi ancora verdi, ma almeno ci prova.
Perchè oggi è il giorno zero e non importa se ci saranno ancora cieli azzurri o giornate assolate.

L’inverno, sta arrivando.

Caro Andrea

Mi sono simpatici i freddi, quelli come me che danno poco spazio alle emozioni parlate ma che bruciano dentro una fornace pronta ad esplodere.
Mi sei stato subito simpatico, con quella tua parlata strana per una delle panchine più roventi d’Italia.
Mi è piaciuta da morire l’idea di affidare una banda di fulminati a un ragazzo, invece che alla solita cariatide sulla via del tramonto, la dice lunga sulla programmazione societaria e sulle mattane di Massimo I da via Serbelloni.
Per questo, ieri sera, quando hai portato a casa uno dei derby più sudati e malgiocati della storia, la tua corsa sotto la curva e il seguente urlo strozzato, ha semplicemente chiuso il cerchio.
Sei passato rapidamente dal romanaccio calmo e riflessivo (contraddizione in termini che rivedo in un fratello a caso), allo sbracato tifoso che gesticola verso gli Ultras.
Questo siamo noi interisti, un insieme allacazzo di freddo understatement e passione pura, il tutto in salsa folle.

Adesso Andrea, proprio adesso, sei uno di noi.

Travelling with me

04.25

Trentapercento.
Ecco cosa dice la mente alle stronzissime quattremmezza del mattino.
Ho calcolato che in una settimana la quota di tempo che riesco a dedicare al lavoro per cui sono stato assunto è un cazzutissimo trentapercento.
Per il settanta faccio altro.

05.15

Camion carico, appena dietro alla nuca circa una tonnellata di acciaio in bombole pompato a duecento bar di gas compressi vari.
Deep Valtellina final destination, sei ore di strada andata e ritorno in giornata.
Muro d’acqua fitto, muro solido nell’anima.
Tangenziale est – tangenziale nord – superstrada MI-LC asfalto che si stringe davanti allo sguardo, volante che vibra, ruote in planata.
La musica che accompagna, che costringe a pensare.

06.15

Lecco è una caverna sparata su per il culo della montagna, un tunnel infinito, fino alla fine del mondo.
Ci sono parole che nessuno si merita, parole come ribrezzo, repulsione, grossi calibri che fanno male, sempre e comunque, cose che incidono la carne.
A Lecco decido di scriverne, imboccando la bocca del diavolo mi viene da pensare anche che ne ho parlato tanto forse troppo, del resto un blog serve a questo.
Se non altro meglio fottersi di parole che di superalcolici.
Il tunnel pare non finire mai, lavori in corso, cambio di carreggiata, volume a palla nelle orecchie.
Sbuco nella tempesta schiacciata, nuvole basse a lato della carreggiata, il lago a sinistra  Everlong  nelle orecchie, Betty dice che serve ad andare forte in macchina.
Schiaccio il pedale a fondo il motore ruggisce, basterebbe poco, chiudere gli occhi, lasciare andare piano il volante.
Un bel tuffo e via.

07.15

Serpente d’acciaio lungo la statale, la schiena urla, occhi che bruciano che provano a bucare l’oscurità spessa, umida.
Fermarsi, fermarsi ORA.
Scendo, gocce ghiacciate percuotono il viso, alzo le mani, la faccia al cielo.
Le montagne nere, le nuvole basse, la strada.
Cosa vuoi ancora uomo, cosa stai cercando, cosa speri di trovare.
Non ho più speranze, le ho chiuse in una cassa del cazzo, ho applicato il semtex, ho ghignato duro nel vederla scoppiare in mille pezzi.
Guida allora, coglione.

08.00

-Allora?
-Apposto.
-Sei diverso.
-Sono stanco.
-No, qualcosa…
-Forza che ci sei.
-Puttana troia hai tagliato il pizzo!
-Cazzo fai domanda al RIS di Parma, magari ti prendono.
-Che pirla! Stai bene.
-Così dicono, ma non mi vedo, dura poco ‘sta cosa.
-Caricato?
-Apposto.
-Buon ritorno.
-Buona giornata a tutti raga.

Piove ancora, risalgo sul camion, controllo le cinghie, la montagna alle spalle, maestosa e già innevata.
Rimetto le cuffie, è ancora musica.

19.30

-Mi fai toccare papà?
-Ancora?! Su dai è da domenica che mi tocchi la faccia.
Piccole mani leggere attorno alle labbra, alle pieghe incrinate, al mento.
Sei morbido.
-Ti dava fastidio la barba?
-Sì, quando mi fai il solletico.
-Anche tu sei morbido.
-Papà la sai una cosa.
Si sporge, osserva dietro di me, mi oltrepassa con lo sguardo, arriva al mobile. Non dirlo, non dirlo, ti prego non dirlo.
Assomigli al nonno, quella foto lì, col fucile.
Riesco in qualche modo a rispondergli.
-Ti sarebbe piaciuto il nonno.
-Lo so papà, lo so.
Poi mi abbraccia e mi tocca il mento ancora una volta.