L’hiver est à venir

And did they get you to trade your heroes for ghosts?

 Spesso, al tramonto, prendevamo i gommoni e i barchini di alluminio, li facevamo scivolare nell’acqua salmastra del fiume tra nuvole di zanzare. Quelli di noi che avevano una minima esperienza di motori marini venivano messi al timone, come se navigare i flutti asmatici di un pantano tropicale necessitasse di un lupo di mare.
Eppure.
In piedi, una mano sul gas, l’altra sul volante ricoperto di gomma dura, l’aria della jungla in faccia, il FAMAS appoggiato al piccolo cockpit, eppure in quel momento quell’assurdità pareva assumere un significato preciso.
Osservavo gli uomini in posizione di tiro, sdraiati sulla fibra dell’imbarcazione, le camicie chiazzate di sudore, i baschi verdi di traverso sui crani rasati, le facce stravolte dalla stanchezza e dalla tinta mimetica.
Li osservavo cogliere ogni minimo movimento dalla riva, scrutare attraverso i cespugli in mezzo agli alberi marci, scambiarsi occhiate d’intesa, bere dalle borracce tiepide lunghe sorsate.
Li sentivo mormorare nelle loro lingue d’origine, imprecare piano ad ogni sobbalzo dello scafo, mi chiedevo quali erano le loro storie, cosa si portavano dentro, cosa li aveva costretti a mettere una firma su un foglio e sparire dal mondo per cinque anni.
Spesso mi chiedevo cosa aveva spinto me, ma ancora più spesso ero costretto ad ammettere che la struttura stessa della legione ti portava a non avere più una vera coscienza d’individuo, i dubbi svanivano quasi subito sotto il peso di un devastante addestramento psico-fisico.
A Nizza mi avevano chiesto i documenti, li avevano impacchettati, poi mi avevano assegnato un nome e nuove generalità, non eravamo ancora legionari, per loro eravamo feccia straniera da trasformare in soldati.
Più tardi, dopo aver strisciato per mesi nel fango ghiacciato dei Pirenei, alla consegna del Kepi, avevo capito che il processo era davvero concluso.
Moriva un individuo, nasceva un legionario.
Quell’orgoglio tronfio di appartenenza non era durato, non poteva durare.
Volevo il 3° R.E.I. e loro avevano acconsentito, ricordo bene quel lungo interminabile viaggio verso un paese completamente sconosciuto.
Volevo i tropici, mi avevano regalato il buco del culo marcio del mondo.
Facevamo i cani da guardia al razzo Ariane, respiravamo il puzzo acre dell’imperialismo francese, quello che restava della stronza grandeur, a volte provavamo ad illuderci aiutando una famiglia di locali, medicine, cibo, giocattoli per i bambini.
Più spesso ci trovavamo di fronte a sguardi impauriti, fissi sulle bocche da fuoco onnipresenti, un legionario non abbandona mai l’arma, nella sinistra una bambola, nella destra novecento colpi al minuto selettore in full automatic.
Ricordo un capitano di Aix-en-Provence, figlio di un colonnello del R.E.P, i duri tra i duri, quelli di Algeri.
Prima dell’ultimo appello ci raccontava di suo padre, degli agguati, delle torture ai guerriglieri del FLN.
Rideva e il suo sguardo era grigio come la cenere della Gouloise senza filtro onnipresente tra le dita  giallastre, quasi un brutto cliché alla Jean Gabin, rideva e mimava con le dita la sequenza dei tagli da infliggere al costato per far soffrire di più.
Rideva con quel borbottare tipico dei francesi e io cercavo di figurarmi un poveraccio legato ad una sedia, il capo chino in avanti, il petto scheletrico ridotto ad una cartina geografica di sofferenze i caporali in piedi e Je ne regrette rien nelle orecchie.
Quella sera sorridendo ad un tramonto che pareva esplodere all’orizzonte, assaporando il contatto dello scafo con l’acqua marrone, ripercorrevo tutto questo, in mente avevo ancora le parole di Blanc, sapevo che sarebbe successo, era la fine del mio terzo anno di ferma.
In piedi sugli attenti nel piccolo ufficio all’interno della Forget, lo avevo visto estrarre da un cassetto un foglio di carta prestampato, conoscevo quel modulo, era la richiesta di cittadinanza francese.
Un legionario non smetterà mai di esserlo, tanto vale appartenere al paese che ti ha dato una casa, un nido per chiudere fuori tutto.
Non potevo accettare, avevo iniziato l’avventura quasi senza un vero motivo, spinto solo da un irrefrenabile desiderio di fuga, ma non avrei voltato le spalle al mio passato.
Sapevo dove tornare, sapevo cosa avrei trovato e forse avrei respirato un po’ meno dolore, dopo tutto.
Quella sera fui consapevole di essere diventato adulto, paradossalmente, scegliere di tornare era stata la decisione più difficile, mi sentivo stranamente vuoto, ma terribilmente vivo.
Mi sarebbero mancati tutti quei ragazzi, i loro visi, la loro forza di coesione, avrei assaporato i due anni che mi mancavano secondo dopo secondo.
Poi, avrei restituito al mio paese un uomo, finalmente.

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3 thoughts on “L’hiver est à venir

  1. Gioia Z. ha detto:

    Pezzo difficile. Per me, quanto meno. Tocca fibre scoperte: diventare adulti. Essere uomini. Sbattere contro un muro in questo momento mi farebbe meno male.
    Sempre un piacere leggerti, comunque.

  2. 321Clic ha detto:

    Wish you were here.

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