Job Frame

Qualsiasi cosa sia, lì nella bacinella, sta sanguinando.

Kira

La contatto attraverso i soliti canali, sito specializzato, pixel imbrattati di promesse più o meno svelate, un numero di cellulare.
Al telefono appare roca di sigarette e alcolici, forse semplicemente di sonno in diminuzione esponenziale, fare la puttana non è fondamentalmente un mestiere riposante.
Si sa.
Gentile, leggermente svagata, appeal lucido, deciso. Contrattiamo un hotel del centro, costoso, il mio tempo, il suo tempo. Poche rapide domande su preferenze, modi, esigenze di preparazione del pacco regalo.
Contrattiamo la cifra, qualcosa di molto superiore a uno stipendio medio, il mercato globale del cazzo.
Un appuntamento scarno, memorizzo il viso, non sarà difficile riconoscerla, saluta restituendo false fusa da gatta in calore, professionista di un livello superiore.
Convengo.
Mi appoggio allo schienale della poltrona in pelle, indugio sulla pagina web che la riguarda, un profilo slanciato, magnetico, venticinque ventisette anni, occhi vagamente a mandorla, curva accentuata dal trucco di classe, caschetto scuro, seno acerbo.
Soppeso ancora una volta gli occhi, carne degna di nota.
Il pomeriggio trascorre lento, tra offerte di collaborazione, contratti da analizzare, clausole da sviscerare, attraverso l’ampio finestrone all’ultimo piano del grattacielo un tramonto fuori stagione esplode di colori inaspettati.
Appoggio le dita al gelo dell’antisfondamento, laggiù in fondo nella morchia devastata, l’umanità consuma, distrugge, desidera; assapora odori dimenticati, sogna ricchezza, ottiene una mediocrità senza speranza, spruzzata di piccoli attimi sfaccettati.
Valutare gli istinti, scorporare i lati nascosti della personalità, sezionare un’occhiata, un sorriso nascosto.
Il mio lavoro. Messaggi in transito nella posta, offerte di collaborazione, sempre al vertice della piramide.
Il migliore.
Chiudo il laptop, tempo in chiusura costante, sempre e comunque poco.
La porta dell’ufficio è un sibilo attutito.

L’atmosfera del bar dell’albergo è deliziosamente corrotta.
Il lungo bancone di marmo sbeccato fa da palco a una platea consunta. Ampi drappeggi rosso sangue contornano la sala, lo spazio è costellato da piccole isole composte da poltroncine e divanetti con annesso tavolino, vociare sommesso della clientela abituale, tipico luogo per incontri mercenari o clandestini.
Mi fermo al bancone, lo specchio sulla parete alle spalle dei barman regala uno sguardo alla Jack Torrance in completo scuro.
Le parole nascono con gusto, ne assaporo il suono pieno, scandito.
– Lagavulin, liscio.
L’ombra nera scivola densa di sapori alle spalle, accompagno la prima sorsata di whisky con il profumo dolce della sua presenza.
Lo specchio pare illuminarsi al riflesso nitido.
– Sei splendida.
Sorride come sorridono le donne ai complimenti.
Indossa un tubino nero rigoroso sul davanti, ma colgo un lampo di schiena nuda, qualche occhiata famelica dei presenti. Calze nere velate, un elegante tacco dodici che la solleva fino a un buon metro e settantacinque.
– Grazie, sei gentile.
Aggancio uno sguardo dolce, bambina spaurita cresciuta troppo in fretta.
Ha labbra carnose in rosa leggero, non troppo sfrontate, da baci leggeri, piccole ciocche ribelli che invadono l’ovale sfilato.
– Vuoi bere qualcosa?
Il barman si materializza.
– Martini.
La coppetta del cocktail si gode la carezza delle dita affusolate, i polpastrelli scivolano sul cristallo, domande di rito.
– Che lavoro fai?
– Risorse umane, valuto le potenzialità del prossimo.
Un interesse che pare genuino.
– Come ci si arriva? È una professione che mi ha sempre incuriosito.
Sorso, una piega deliziosa ai lati della bocca.
– Sono laureato in filosofia, ma la scuola è un’altra.
Lampi lucidi di curiosità femminile.
– Sarebbe?
– Sono stato militare di professione, s’impara a prendere decisioni veloci studiando gli sguardi.
– Interessante, cosa ti ha spinto a farlo?
È il mio turno.
– Due vettori primari che ci accomunano.
Finisce il cocktail con cura, studia il riflesso verde delle mie iridi.
– Il denaro, la fuga.
S’irrigidisce, l’occhiata dura si perde alle spalle.
– Saliamo.
Ondeggia leggera sui tacchi, la stanza è enorme, appoggio la tessera magnetica sulla scrivania di mogano.
Sorride di nuovo.
– Temo che mi dovrai pagare in anticipo.
– Nessun  problema.
Appoggio le banconote di fianco al pezzetto di plastica, le fa sparire nella pochette Prada. Mi regala un gesto spontaneo, si tormenta con l’indice il labbro inferiore.
– Vuoi spogliarmi tu?
Professionista di un livello superiore.
– Non ce ne sarà bisogno.
Con un unico movimento fluido indosso i guanti di pelle ed estraggo la Beretta PX4 Storm silenziata.
So riconoscere una faccia da poker quando la vedo, azzarda una domanda.
– Non capisco.
Sento di doverglielo, in fondo è lavoro, nessun bisogno di un ulteriore sfregio.
– Nel tuo settore non è prevista la libera iniziativa.
Sospira.
– Dragomir, bastardo rumeno.
Alzo la canna rigata.
– Il nome è quello.
– Suppongo che.
Le risparmio l’umiliazione d’implorare.
Miro al cuore, faccio fuoco, tonfo ovattato, la mia Weaver rilassata assorbe il rinculo.
Crolla come una bambola strappata.
Mi avvicino, respira ancora, gli occhi neri vagano lontani.
Alzo di nuovo l’automatica, secondo sparo.
Raccolgo i bossoli.

Nell’uscire spengo la luce, la serratura è un click impietoso.

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6 thoughts on “Job Frame

  1. autumnfair ha detto:

    bello…
    bella atmosfera

  2. shesnotamerican ha detto:

    Uhm. Rilassante.

  3. ladonnaignota ha detto:

    ‘s’impara a prendere decisioni veloci studiando gli sguardi.’

    mi è piaciuto. molto.

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