Sushi bar

C’è una vetrina.
Attraverso la spessa lastra traslucida, macchiata di gocce scivolose, un locale caldo, accogliente e ben curato.
I tavoli di ciliegio chiaro hanno gambe arrotondate, morbide sedie foderate seta scivolano sul pavimento opaco, un cotto italiano grezzo ma di ottimo gusto.
Pochi coperti, una decina al massimo e il bancone del cuoco al centro del locale, un comandante infaticabile abbarbicato al timone di una nave di successo.
Al bar si deve prenotare parecchie settimane prima, il pesce freschissimo, servito crudo con taglio artigianale è di moda a Milano, i coltelli del cuoco volano nell’aria guizzando sulle scaglie rosse di sangue.
Precipita un temporale velenoso, stasera.
Lungo le linee consunte del parka militare si radunano piccoli fiumi disperati d’acqua sporca, ho i capelli fradici ormai da quasi mezzora, brividi accesi di freddo consumano l’attesa.
Il mio dubbio rivelato.
Sei seduta al tavolo preferito, intrecci le dita nervose implorando con tutto il tuo essere una sigaretta che non verrà, nel bar è vietato fumare.
Dopo due tentativi falliti accendo di riflesso una Camel senza filtro e sorrido, assaporando la sofferenza della necessità.
La tua, la nostra necessità.
Il ragazzo ha un ombrello elegante, quelli enormi per due, un tessuto scozzese, il tartan di un clan dimenticato, niente impermeabile solo un rigoroso completo blu Missoni, calzoni stretti, scarpe lievemente squadrate sulla punta.
Entra e ti illumini.
Un nodo sciolto di furia repressa, le tue mani e le sue mani, il tuo collo vellutato Chanel e la sua barba rigidamente controllata a due giorni, le tue labbra e il suo abbraccio frettoloso, di quelli da uomini nei locali pubblici.
Le gocce scure continuano a discendere le guance scavate, in piedi, le mani affondate nel giaccone, stringo la 92FS, dotazione polizia di stato.
Sono qui amore mio.
Lui ordina un tempura di verdure miste, distolgo lo sguardo dal tuo piatto, il visore notturno telemetrico s’infrange sul vicolo alla destra della parete esterna del locale, esplode un lampo verdastro di profondità corrotte, il paradosso della grande città, i cassonetti che traboccano marciume infetto, appena qualche metro più in là il ristorante di grido.
So già cosa scivola davanti ai tuoi occhi, sashimi di branzino, cernia e tonno.
Il visore sibila mettendo a fuoco il tuo viso perfetto, l’ovale elegante, gli zigomi leggermente ambrati.
Lui ti beve.
È un broker di successo, è bastata una targa e il computer ha sputato un bel curriculum preciso, nitido.
Gran cosa l’informatica.
Penetro.
Alzi lo sguardo e il fastidio crea una barriera di metallo fluido, ho imparato negli anni a valutare le reazioni emotive delle persone associate ai moti corporei.
Rotei gli occhi, accavalli le gambe, incroci le braccia.
Difensiva, pura e semplice trincea emotiva. Lui non capisce e continua a intingere nella soia.
Il passo successivo è portare le mani alle Marlboro, il fumo sale veloce mentre ti appoggi allo schienale, dalla difensiva alla sfida.
Il proprietario scatta blaterando un italiano storpiato, occhiate infastidite degli altri clienti.
Alzo lo scudo metallico verso di lui.
-Polizia, la signora può fumare, per adesso.
Eccola, ancora, la sensazione di essere in grado di cristallizzare il momento, gli sguardi degli avventori che si flettono verso l’alto, lui che sbianca consapevole e colpevole, il tuo sorriso ironico, il giallo che balbetta e si ritira in buon ordine.
-Addirittura un visore notturno, non ti sembra di esagerare?
Mi ricordo all’improvviso del pezzo di plastica dura stretto nella sinistra, lo getto in grembo al damerino, schizzi di fango e pioggia sporca sul Missoni, si ritrae come un attinia, lo starlight cade sul pavimento.
-Stai attento! Idiota!
Si rende conto all’istante della cazzata.
-Mi scusi agente, non volevo…
Seconda cazzata. Sollevo di nuovo lo scudo.
-Commissario capo Andrea Conti, antidroga.
Pare colpito da un locomotore diesel in mezzo alla faccia.
-Antidroga? Amore ma cosa vuole da noi?
-Zitto coglione.
La rapida puntura di uno scorpione, la tua voce, il tono improvviso del comando e il pupo scopre di non avere più un’atmosfera di ossigeno a pressare dai polmoni.
-Veniamo a noi.
Eccola la parte che temevo, quella che nei film è definita lo spartiacque, tra il poliziotto buono e quello marcio.
Ti alzi e tutto il locale sembra prendere vita attorno al tuo odore, fruscio di femmina, rumori indistinti di bacchette lasciate cadere sui piccoli piedistalli di ceramica, inevitabile, quasi cinica la reazione della sponda maschile.
-La domanda è sempre la stessa. Quanto?
Colleghi di una vita infiltrati e fatti a pezzi, famiglie senza padri, medaglie al valore, bambini impasticcati col fegato di un ottantenne e la domanda è sempre una sola.
Quanto vali.
Si aspetta una risposta, ma non riesco ad articolare niente, le parole sembrano svanire nel puzzo nervoso di paura del giovane cazzone che si sbatte l’unico autentico capo del traffico di droga nel nord Italia.
Per lei è un gioco questo è molto, molto chiaro.
-Non hai abbastanza vite per potermi pagare.
Scuoti la testa e una splendida cascata rosso fuoco si agita nell’aria umida.
-Peccato.
Alzi una mano, piccoli braccialetti Pomellato tintinnano sottili, due movimenti bruschi ai lati della percezione, automatiche nere e bocche da fuoco spianate.
I due mastini inchiodano una Weaver composta, posizione di sparo avanzata, due mani, braccia tese e gambe flesse al punto giusto.
Professionisti di un livello superiore, apparsi dall’inferno degli assassini.
-E ora, per chiudere la splendida serata, ho paura di avere l’impellente necessità di conoscere il nome di colui che ha fatto in modo che mi trovassi.
Mentre parli osservo il ragazzo, in questo preciso momento si è reso conto di essere andato a letto con un serpente a sonagli, la cosa sembra non piacergli, sono sicuro che a breve darà pesantemente di stomaco.
Non faccio fatica a sorridere.
-Eppure dovresti saperlo, eppure avresti dovuto capirlo tesoro.
Martello l’ultima frase con certezza assoluta.
-I genitori ne sanno sempre più dei figli.
Il mio gesto è molto meno plateale, basta chiudere la mano sinistra a pugno e riaprirla con uno scatto veloce.
Gli otto commandos NOCS saturano il bar nello spazio di un paio di secondi scarsi, ombre nere, elmetti neri, occhialoni e il resto dell’armamentario da duri.
I due mastini la vedono brutta e decidono all’istante che non li paghi poi COSI’ tanto, si sdraiano in attesa dell’impronta di un anfibio sulla nuca, braccia tese, faccia a terra.
Mi avvicino reggendo i braccialetti nichelati, molto poco Pomellato, molto più efficaci.
-Devo infilarti questi o pensi di poter accettare una cosa civile?
Non sorridi più.
Non ci sono flashback, niente primo giorno di scuola, niente ti voglio bene papà, niente di niente.
Tutto svanito quando ho saputo.
Eppure.
Mentre ti portano fuori devo tentare.
-Bambina.
Ti giri e lo sguardo castano è quello disperato di tua madre.
-E’ stato così difficile amarmi?
La pioggia fitta abbraccia le nostre lacrime.
Insieme, ancora una volta.

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3 thoughts on “Sushi bar

  1. shesnotamerican ha detto:

    Avevo letto qualche giorno fa e non sapevo cosa scrivere. Ho riletto ora, con l’atmosfera giusta, con la pioggia che sta per arrivare.
    Intenso.

  2. Gioia Zani ha detto:

    Oh… WOW! Un pugno nello stomaco. Fantastico.

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