BDSM

Tutti i modi in cui avresti
voluto essere, quello sono io.

Tyler Durden

 Adesso

 Percezione veloce di stimoli esatti, ricettori in collegamento binario con l’ipotenusa schiacciata dell’ipotalamo.
Comburente e combustibile intrecciano la loro danza azzurrognola, un lampo di soddisfazione luminosa, terminale.

Mugolio sommesso.

Rapida contrazione delle articolazioni sulla superficie di metallo satinato, piccole rughe mi nascono ai lati della bocca, iridi verdegrigio lontane, precise.

Tempo di agire.

Prima

Indossai con calma i guanti di pelle morbida, rapide gocce di sudore precipitarono lungo la schiena seguendo la linea decisa delle vertebre. Alzai lo sguardo al cielo, da un paio di giorni il sole era completamente invisibile, nascosto dietro a una cortina di smog e umidità che fiaccava le anime e i corpi.
La settimana più calda del secolo, così ripetevano i telegiornali in un incessante cicaleggio che non faceva che peggiorare la situazione.
Mi chinai verso la bombola d’Idrogeno da cinquanta litri, con un unico strappo degli addominali e delle braccia la rimisi in piedi provando a dimenticare il chiodo rovente conficcato nella nuca.
Attraverso la cortina di afa distinsi in lontananza un paio di colleghi appoggiati al muro, lo sguardo perso, le camicie fradice di sudore.
L’Audi A8 nera penetrò il piazzale come una tozza pantera, istantaneamente gli sguardi si posarono sulla berlina che parcheggiava vicino alle altre auto, facendole sembrare insetti malnutriti.
Rimisi nella tasca dietro dei jeans i guanti, strizzai gli occhi e attesi la mossa del guidatore.
Mi piantai a gambe larghe e mani sui fianchi, l’asfalto rovente che torturava le suole degli scarponi da lavoro. Non sopportavo i clienti che parcheggiavano e si attaccavano al cellulare, berlina superlusso o no.
Preparai la mia migliore espressione da lupo.
Impeccabile nel vestito grigio frescolana, cranio rasato, pizzetto mefistofelico, vaga traccia di abbronzatura.
Direttore di filiale, piccolo imprenditore, ottima disponibilità finanziaria.
Scese e tese la mano guardandomi negli occhi.

Suonai al videocitofono e il cancello della villa rimandò uno scatto elettrico.
Varcai la soglia e lui mi accolse con un sorriso forzato, sempre impeccabile, mellifluo.

– E’ stato gentile a consegnare lei.
Quel tizio non mi piaceva.

– Aspetti a vedere la fattura prima di ringraziare, sono venuto per farle vedere l’assemblaggio, poi dovrà pensarci da solo. Sono responsabilità che non ci prendiamo, come società.
S’irrigidì e tornò a essere l’uomo dell’Audi A8.

– Perfetto allora, vogliamo cominciare? Ho poco tempo.

Mi guidò attraverso un ampio salone, mobili moderni, acciaio e pelle nera, cassettiere basse sul pavimento di resina verde scuro.
Un cazzo di museo.

– Può appoggiarsi qui.

M’indicò un enorme tavolo di cristallo spesso.

– Senta non vorrei farle dei danni.

Fece guizzare il collo verso destra, come se avesse percepito un ultrasuono improvviso, un gesto da falco.

– Non si preoccupi, la responsabilità è mia.

Posai sul pavimento le due valige di metallo e feci scattare le serrature, mi rialzai osservando il tutto e facendo mentalmente la lista dei materiali, apparentemente non mancava niente.
Presi dalla prima valigia l’occorrente per il montaggio e iniziai.
Percepii l’occhiata sulla schiena, l’ambiente era climatizzato ma il lavoro mi faceva comunque sudare.

– Mi può scusare un attimo?

Non aspettò la replica e si allontanò verso il fondo della sala, dove si aprivano due porte.
Continuai di buona lena, avevo tempo, la giornata lavorativa era finita per me, ma quel posto mi metteva addosso un’ansia strana.
Tonfi attutiti, un gemito soffocato.
Alzai la testa verso la penombra.

Fatti i cazzi tuoi.

Posai gli attrezzi, le mani guantate che sudavano copiosamente. Feci cinque passi, poi ancora un paio verso la stanza al di là della prima porta.
La chiave del ventotto mi cadde con un thud sordo sulla resina.
Il cervello andò alla ricerca di qualcosa di familiare, lo trovò nelle perfette saldature dei tubolari di acciaio inox, cordoni precisi da mano esperta.
Successivamente gli occhi pretesero il loro tributo.
La donna bionda aveva capelli lisci, fradici di sudore, alla vita portava un corpetto di pelle rossa stringato sulla schiena, stretto fino all’inverosimile dato che si capiva che ogni respiro ansimato le causava un dolore acuto al costato.
Era fissata al traliccio ai polsi e alle caviglie, classici “ferri” imbullonati al centro appena sotto le mani, manette cromate appena sopra le caviglie.
Un complicato sistema di carrucole la sollevava a circa un metro da terra, separandole le lunghe gambe affusolate in una posa oscena, un collare borchiato di quelli da pittbull con le punte all’interno le rovesciava all’indietro la testa, contemporaneamente le torturava la pelle del collo, rivoli sottili di sangue segnavano il petto, i seni.

– Grosso errore amico mio.

La voce mi fece sussultare, cranio rasato si mosse verso di me, passando vicino al corpo in sospensione ebbe un attimo di esitazione, si chinò leggermente in avanti e fece partire una gomitata che centrò la donna alla bocca.
La testa incassò di brutto, spruzzi di saliva e sangue impattarono sui tubolari, la donna emise un gemito gutturale, animalesco.
Feci appena in tempo a girarmi di nuovo, mi resi conto che il tizio aveva in mente un attacco.

– Tu non capisci, ora non posso lasciarti andare, nessuno deve sapere, nessuno.

Fece ancora un passo e scattò, nella mano destra un pugnale da combattimento puntato dritto sul mio collo.
L’istinto e il mio vecchio addestramento reagirono all’istante.
Parai in alto a braccia incrociate, gli piazzai il sinistro nell’incavo del gomito e torsi all’indietro la mano armata di coltello.
Il piccolo crack delle ossa del polso lo fece lacrimare di dolore, feci mezzo passo in avanti per fargli spostare il peso sulla gamba destra e lo calciai con forza al fianco della rotula con lo scarpone dalla punta di ferro lasciandolo andare di colpo.
Cadde rovinosamente, precipitò sul pavimento e non si mosse.
Mi chinai e vidi il lago rossastro allargarsi sotto di lui, lo girai con calma ritrovandomi ad osservare un paio di occhi inespressivi, freddi, la lama del pugnale conficcata a fondo nella gola, piccole bollicine rossastre in espansione leggera sospinte dall’aria che velocemente abbandonava la trachea.
Cristo l’avevo ammazzato.
Mi rialzai velocemente avvicinandomi alla donna.

– Stia calma, ora la libero, poi chiameremo un’ambulanza e la polizia.

Mi piantò in faccia uno sguardo tetro, azzurro ghiaccio.

– Fermo.

Rimasi immobile, semiparalizzato.

– Ora, io sono tua.

Adesso

Mi osserva ancora, una supplica silenziosa, rotta dai singhiozzi di dolore.
Sono trascorse ore, tempo in lento scalare che ho utilizzato per finire di montare l’attrezzatura e per confrontarmi con sensazioni nuove, taglienti.
L’alesatore a dischi finisce di aggredire il tungsteno, stacco l’interruttore e osservo la punta dell’elettrodo, acuta, precisa.
Mi chino verso di lei, dai seni carnosi spuntano due coppie di barrette in metallo, conficcate a forza appena sotto la pelle, rendendola simile ad uno strano animale spinoso.
Tocco una delle estremità facendo oscillare la bacchetta nella carne viva, reagisce con un gemito, soddisfatto mi rialzo impugnando la lancia ossidrica appoggiata alla morsa fissata al tavolo di vetro.

Agisco sul rubinetto dell’Ossigeno e la fiamma si allunga di qualche centimetro, poi lentamente indosso la maschera di plastica nera con il vetro oscurato e mi preparo all’odore di bruciato.

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2 thoughts on “BDSM

  1. zoon ha detto:

    bello! stai diversificando gli obiettivi. sei tornato…

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