Anna e Andrea

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Ancora una volta fa scivolare le mani lungo le mie braccia accarezzandole fino ai polsi, poi lentamente mi appoggia la guancia bollente alla schiena nuda e sospira.
Percepisco i lunghi capelli lisci, il respiro sulla pelle, le piccole labbra sulle vertebre.
Apre gli occhi, le lunghe ciglia nerissime una carezza impercettibile, lo sguardo di ossidiana a bucare attraverso, dentro come nessuno, nessuno .
Anna.

 La chiamata arriva mentre siamo in arrivo, il soffia di Tommaso, un tossico rumeno di Corsico è stranamente preciso riguardo al modo e al posto.

Alla Gobba, lo fanno alla Gobba, l’uscita sulla tangenziale est dove si è ammazzato quello stronzo, lo stilista, domani mattina nel casino del traffico, bloccano tutto.

 Il tenente dell’Arma dei Carabinieri Tommaso Spada fa scivolare il contenuto della stagnola nel cucchiaino, nel piccolo cucinino del monolocale del rumeno odore di rancido, sudore e un vago olezzo chimico che non mi abbandona il retro del palato.
Appena un attimo prima che il tossico immerga l’ago nella soluzione rovente, Tommaso gli afferra la gola con un movimento fluido, quasi sensuale.
Stringe.
Il tossico balbetta e sgambetta piano sotto al tavolino ricoperto di formica verde sbeccata agli angoli, le Nike stridono sulle piastrelle unte, ne viene fuori quel rumore che senti nei palazzetti, durante le partite di Basket, un fischio strano, fuori posto.
– Quanti sono, chi sono.
Lo abbandona all’improvviso e il rumeno si accascia sulla sedia, gli occhi fissi sul pezzetto di metallo, il nichel corroso dalle innumerevoli sessioni di accendino.
Si massaggia la carotide, non protesta neppure, le regole della transazione prevedono anche questo tipo di trattamento, inevitabile.
– Gira voce di una banda nuova, il capo è una donna, calabrese figlia di un boss, poi slavi e altri. Niente arabi, non si mischiano con arabi.
Spada gli va alle spalle fissandomi, non perderlo, dicono gli occhi azzurri. Poi gli mette le mani sulle spalle e aspetta.
Il tossico allunga ancora la mano, Spada gli cintura il collo con forza, quello si blocca e impallidisce, un pò di bava lungo il mento, respira male.
– Ho chiesto quanti sono.
Poi lo lascia, di nuovo.
– Sette, otto, non so di preciso, davvero non so, cosa altro, cosa.
Giro la testa verso un corridoio stretto, a metà seduta per terra, una bambina bionda ci fissa stringendo al petto qualcosa di giallo, lentamente sporge la piccola mano verso di me e mi mostra Pikachu, uno scarafaggio le sale lungo la gamba, lei fa un gesto annoiato e lo manda a rotolare lontano.
Bile.
Stringo la mascella e la bile torna al suo posto.
– Bene, adesso dimmi dove e ce ne andremo.
Si affloscia ancora di più, un sacco vuoto svuotato anche dell’aria.
– Alla Gobba, lo fanno alla Gobba, l’uscita sulla tangenziale est dove si è ammazzato quello stronzo, lo stilista, domani mattina nel casino del traffico, bloccano tutto.

Andrea.
Andrea, svegliati.
Apro gli occhi e penso che non sia possibile, Anna fuma un pacchetto di Marlboro Light al giorno eppure i suoi denti sono perfetti, bianchissimi, aperti in un sorriso sincero, leggermente sfrontato, da donna intelligente e sicura di sè.
Denti perfetti.
Poi ha stirato i capelli, giuro che ho pensato Cristo una dea greca in cucina tra le pentole.
No, Anna è calabrese e lavora al Poli, ricercatore di laboratorio al dipartimento di fisica nucleare; spesso mi prende per il culo, durante le rare uscite con amici, lui è il braccio violento della legge, io la mente, poi ride e l’intero universo conosciuto s’innamora di lei.
Abbiamo pochissimi amici in comune, sbirri i miei, cervelloni i suoi.
Ma resistiamo.

 Anna e quel gioco innocente del braccio violento.
Apro la cartelletta, abbiamo qualcosa che incarna braccio e mente, Francesca Cannizzaro, ‘ndrina Nicastro, Lamezia Terme.
Laurea con lode in Bocconi, master ad Harvard, massimo dei voti sempre e comunque, figlia di Pasquale Cannizzaro, una trafila precisa di studi e successi.
Poi il ritorno e le redini assieme al padre.
All’interno della cartelletta c’è una busta marrone, contrassegni top secret e il timbro dell’AISI.
Nella busta alcune foto e la stampa di una mail tra due ufficiali dei servizi.
Dicono che lei avesse quattordici anni e la madre trentuno.
Non ne poteva più e si era rivolta alla DIA di Catanzaro, il marito aveva prima fatto rientrare Francesca dalla Svizzera dove trascorreva le vacanze di Natale, poi aveva pregato la moglie di passare con loro il pranzo del venticinque nella villa fuori Lamezia, non c’è motivo di farsi sangue amaro anche nel giorno del Signore.
Quattro picciotti di sgarro la cacciano a forza in un bidone pieno di una soluzione di acido solforico e acqua.
Viva.
Ci sono ventiquattro foto nella cartelletta, venti sono del corpo e quattro della ragazzina che osserva.
Gli uomini dei servizi le hanno prese da molto lontano, scatti precisi, passati al computer con abilità.
Nessuno è intervenuto.
Hanno fatto le foto.
Fa freddo, Spada alza leggermente il riscaldamento della macchina.
Fa freddo e piove leggero.
Francesca è impassibile, tiene per mano il padre e fissa la carne di sua madre che si scioglie, i globi oculari che scoppiano all’esterno, le guance che lasciano scoperta la mandibola, la testa che precipita in avanti non più sostenuta dai muscoli del collo e dalle ossa della spina dorsale.
Osserva le dita che si protendono verso di lei e cadono in pezzi.
Ascolta le urla.
Urla senza più una lingua, senza trachea.
Poi si allontana lentamente.

La luce si offusca ogni volta che mi vede allacciare la fondina con la Sig.
Come se qualcuno da qualche parte con un comando a distanza le facesse scattare un interruttore.
In quel momento un ferro arroventato mi sale dallo stomaco e scava verso l’esterno, ogni volta.
Tutte le volte.
Poi lei si riprende, si avvicina e fa quel gesto, come nei film americani, s’impossessa della tazza di caffè, l’appoggia sul piano della cucina, mi stira la polo sul petto con due mani e poi mi bacia leggera.
Mi guarda negli occhi, io mi perdo in quell’oceano di pietra scura perfetta, abbasso gli occhi sulle labbra piegate in un angolo appena accennato e la ascolto.
Sono un poliziotto, so esattamente cosa sta per dire.
– Quando ci vai.
Ogni volta fatico a respirare ed è come se fosse la prima volta.
– Ascolta amore.
A questo punto lei fa un soffio leggero di farfalle con le dita e scuote i capelli, il suo profumo, il profumo di quei capelli.
Sorride ma il sorriso si arrampica ogni volta lungo le guance senza mai riuscire a raggiungere gli occhi.
– Ispettore Conti, hai promesso.
Ci provo ma è inutile, non con lei.
– Senti Anna, questa cosa, insomma far venir fuori tutto con uno sconosciuto, vomitare fuori l’orrore della mia quotidianità, io non so se davvero possa servire.
E la deludo.
Abbassa gli occhi.
– Come vuoi.

 Il comando è mio.
Alla radio il magistrato mi conferma il via libera del prefetto e di Roma.
Faccio partire una telefonata e dall’altro lato rumori soffocati, vociare convulso di uomini, il chiasso del traffico, leggera eco metallica. Il NOCS si prepara.
– Gamma.
– In linea Andrea.
– Dove siete.
– Stazione della metro, la civetta conferma sette minuti a questa velocità. Voi.
– Seguiamo il bersaglio e i falchi. La polstrada è pronta, il go, no-go è roba vostra.
– Gamma conferma, civetta in trasmissione, solo un attimo Andrea.
Penso a loro, team di sette, tutti armati con HKg36c, silenziatori SPS Invictus, granate a frammentazione, BDU nera, elmetti e kevlar, penso a questa molla in trazione, questa macchina perfetta studiata per un unico scopo.
– Gamma, pare che qui abbiamo un bel go, ispettore.
Forse un sorriso sotto al passamontagna nero.
Poi quel rumore.
Tre dei sette picchiano assieme lo scudo antiproiettile sul pavimento, conosco bene quel rumore.
– Va bene Gamma, Mark meno due minuti da…ora. Chiudo.
Giro la testa, Spada respira veloce e stringe il volante in una morsa, le labbra schiuse, lui è qui perchè parte dell’indagine è stata compiuta dai carabinieri del ROS, ora vedo la sua tensione.
– Andrà bene Tommaso.
L’unica banalità del cazzo che mi esce.
Annuisce.

Appena prima di uscire le abbraccio le spalle, la pretendo, provo a sommergerla, voglio che capisca, che respiri un pò del mio panico solo all’idea di.
Lei si raddrizza e si gira, mi prende la sinistra e con le dita fa girare l’anello sull’anulare, sorridendo.
– Voglio semplicemente due cose, che tu mi dica come si svolgerà la tua giornata e che tu mi prometta di raccontarmela, questa sera, quando ci rivedremo.
So di aver perso, lo so già prima che lei cominci a parlare.
– Io, ecco oggi è un’operazione, io stasera, ti prometto.
Quando alzo lo sguardo lei è sul pianerottolo, si volta lentamente e mi sorride. Poi infila le scale

Spada inchioda, la cintura di sicurezza impedisce che vada a sbattere contro la radio.
– Ci siamo Andrea, cazzo ci siamo.
Gli stop delle macchine, il rumore improvviso delle gomme, la sorpresa, le domande, le imprecazioni.
Hanno bloccato la tangenziale appena prima del ponte della metro, si sentono le raffiche, schiocchi secchi nitidi, calibro 5,56 Russian. Due uomini incappucciati sparano in aria.
Al centro della carreggiata fumo nero oleoso inizia a salire nell’atmosfera fradicia di umidità, una Smart rossa prende fuoco con un botto di vapori di benzina, uno degli incappucciati scaraventa lontano una tanica.
Apriamo le portiere e avanziamo bassi al riparo delle macchine, la Sig in low-ready a due mani, Tommaso una MP5SD3 alla spalla destra.
L’auricolare gracchia.
– Gamma, è un Mark a tutte le sezioni, ripeto è un Mark, civetta in azione.
Allargo il braccio sinistro e stringo il pugno, il mio compagno s’inchioda al riparo delle gomme di un bilico.
Mi sporgo verso i due incappucciati, le canne degli AK ruotano da sinistra a destra, una parabola precisa, allenata.
Poi accade.
I due crollano uno dopo l’altro a distanza di un decimo di secondo, un fiotto di sangue arterioso dalle gole impatta sull’asfalto bagnato.
Urlo la tensione repressa.
– Ora Tommaso! ORA.
Scattiamo in avanti e la scena è quella che abbiamo studiato nei minimi particolari, il furgone blindato appena prima del ponte, subito dopo un camion movimento terra di traverso, due Alfa Giulia ferme con le portiere aperte dopo il camion, incappucciati attorno al blindato, armi alzate.
Uno di loro impugna un M136AT4 lanciarazzi tattico dotazione US Army.
La vedo, non so bene, forse semplicemente la sento.
Francesca Cannizzaro, l’unica senza passamontagna, coda alta a legare i capelli, tuta da meccanico e anfibi Altama neri.
Cammina lentamente verso il muso del furgone, tiene gli occhi inchiodati sui corpi a qualche metro verso di noi.
Alza la mano destra senza distogliere lo sguardo, l’uomo le porge il lanciarazzi.
Si avvicina al blindato e senza fermarsi si arrampica sul cofano puntando allo stesso tempo la telemetria nella cabina.
Le mie dita corrono al pulsante sull’auricolare.
La voce è strozzata, la gola ridotta a una cartina di sofferenza raschiata.
– Gamma! Tirala giù cazzo!
La risposta non si fa attendere.
– Andrea abbiamo l’ordine di prenderla viva, civetta in verticale…adesso.
Alzo gli occhi, una massa scura occupa il cielo, turbine infuocate la sostengono, AB212 nero del Nucleo, sulla verticale esatta della ragazza.
La voce mi fa sobbalzare, Tommaso mormora veloce, CristoCristoCristo.
– BUTTATE LE ARMI E ARRENDETEVI, SIETE CIRCONDATI.
Faccio quattro passi in avanti, adesso posso vederla bene, i capelli infradiciati di pioggia, lo sguardo assente, tranquillo.
Passo la Sig in hi-ready, gliela punto tra gli occhi.
– Francesca! Lascialo! Lascialo andare! Ti uccideranno!
L’elicottero imbarda verso destra, si abbassa leggermente, mulinelli d’acqua spazzano le macchine, gli uomini incappucciati osservano il capo, esitano.
Ma lei lo fa.
Tutta la sua vita è finalizzata per farlo.
E lo fa.
Con un guizzo alza il lanciarazzi verso l’elicottero, sgancia le due sicure, poi preme il grilletto.
Il booster schizza il missile dal tubo, la testata HEAT da 84mm raggiunge in un respiro la prua del velivolo.
La mia mente stacca e corre via lungo una linea serena di orizzonte pulito, semplicemente non riesco a ragionare su quello che sta per succedere.
L’elicottero investito in pieno viene spinto all’indietro, appena un millesimo di secondo dopo la testata esplode all’interno della cabina di pilotaggio attraversata come una lama di coltello nel burro fuso.
Una palla di fuoco appare nel cielo grigio, il rotore si spezza sul lato imponendo una cinetica sbagliata.
La carlinga nera vaga per qualche istante come una libellula impazzita, poi colpisce l’unica struttura a tiro.
Il ponte che scavalca la tangenziale a fianco della stazione della metropolitana.
Una seconda esplosione rivela la fiammata del carburante, rottami volano da ogni parte, il ponte pare reggere ma le macchine sottostanti vengono colpite da pezzi di lamiera rovente.
Gamma non risponde, Gamma non risponde più.
Mi giro verso Tommaso e leggo furore, ci alziamo contemporaneamente e iniziamo una grandinata di proiettili verso il blindato. Tre incappucciati incassano brutto e crollano come burattini strappati.
La ragazza abbandona il tubo del lanciarazzi, fa un mezzo salto di lato e atterra agile sull’asfalto, provo a correre verso di lei ma l’unico superstite del commando mi costringe con una sventagliata ad accucciarmi dietro al guard-rail.
Riesco a solo a guardarli mentre aggirano il rogo e salgono sulla Giulia superstite.
Corpi si contorcono lungo la carreggiata, una colossale colonna nera di fumo sale alta nel cielo, la morte è ovunque, il sangue è ovunque.

Tu hai un buco dentro.
Qualcosa di nero, pericoloso e mortale.
Quando mi guardi, la sera, a tavola, quando mi osservi con il bicchiere di vino in mano.
Quando mi osservi e non mi vedi.
Io ti vedo dentro e vedo il buco che ti divora, ti marcisce le carni dall’interno.
Abbiamo condiviso tanto Andrea, momenti felici, errori, amore, sesso, schegge lucidissime, squarci ampi di sereno.
Ma non è più abbastanza.
Amore, amore mio.
Non lo è più.
E mi accorgo di svanire, poco a poco, come un profumo leggero che evapora dalla nostra casa.
Ogni giorno di più.
Ogni parola in meno che mi regali, ogni sguardo in meno che alzi su di me e che abbassi verso il buco.
Ogni istante che ci separa tutte le volte che esci da questa porta per andare a fare il tuo lavoro.
Per andare ad abbracciare un mondo che non vuole essere salvato e non lo vorrà mai, sacrificando i suoi uomini migliori sull’altare dell’egoismo, dell’ignoranza, del sopruso.
Io non posso perdermi amore mio, non voglio, non è giusto.
Non voglio spegnermi come uno stoppino senza ossigeno, non è così che voglio la mia vita.
Merito un uomo che condivida il dolore.
Lo pretendo.
Non cercarmi.
Ti amo da morire.

Anna.

Le ginocchia scivolano sul pavimento quasi con grazia.
La sensazione giù nello stomaco ora è decisa, potente.
Il buco uomo, il buco che divora.
La grafia è sottile, poche righe ordinate, un foglio di quaderno, quello che usiamo per la lista della spesa. Appoggio la pistola sul parquet lucido, mi sdraio e cerco di rannicchiarmi contro al muro.
Magari mi passa.

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26 thoughts on “Anna e Andrea

  1. zoon ha detto:

    Sei tornato alla grande.. Gran bel pezzo..

  2. 321Clic ha detto:

    Bellissimo. Welcome back. Stasera me lo rileggo con calma col gin tonic a fianco.

  3. La Prof ha detto:

    Woah
    Rapisce.
    Quanti romanzi polizieschi e serie tv sui generis ti vedi?
    Mi sembri uno esperto sul pezzo.
    Io non avrei nemmeno la giusta proprietà di linguaggio per nominare certe cose.
    😉

    • metalupo ha detto:

      Ahahaha sono un vecchio lupo del technothriller…letto e scritto. Il tutto in salsa horror e sci-fi.
      Grazie al tizio là sopra che mi ha ridato spinta ho scritto e pubblicato.

  4. IL PINZA ha detto:

    Ce l’ho anch’io a casa un tavolo in formica color verde acqua e sedie abbinate con gambe in acciaio… un tocco di classe…
    Cosa aspetti a pubblicare? La pensione?

    • metalupo ha detto:

      A parte che ho già pubblicato e pure il genere che piace a te.
      Ma per farlo con continuità devi averci un bel romanzo pronto, che i racconti se li cagano in pochissimi.
      Da qui nascono due strade ben distinte, primo esserne capace, secondo avere il tempo per farlo.
      :)))

  5. maromeoma ha detto:

    ….o anche le seghe di noi che ti si legge….ma scrivi cazzo…per il resto, adduci minchiolate

  6. Dovesei ha detto:

    Sei sempre bravo, anzi, più che bravo e confermo: difficilissimo trovare chi ti pubblichi racconti. Io ci sono riuscita soltanto grazie all’anima pia della mia editor e in condominio con altri.
    Buon Natale dear, and lemons as it’s raining.

  7. maromeoma ha detto:

    …….un retro commento….ecco cosa cercavo per il tuo racconto….adoro il contrasto di melodia calma e rilassata opposta a vicende tese, furiose e malinconiche…..bam bam

  8. maromeoma ha detto:

    o magari, sun minga bun

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