Cipro (here&now)

Assaltata, divorata, digerita, vomitata.
Cipro è strade senza segnali ed enormi sombreri gonfiabili.
Uno dei mari più belli al mondo e russi ubriachi a braccetto con papponi siriani.
Turchi in ingognito, greci che paiono essere usciti da un film anni 60, manca solo la seicento, rigorosamente guidata sul lato “sbagliato” del mondo.
Cipro è una bella mora un pò formosa che ti sorride abbronzata e poi ti guarda storto perchè il tuo albergo ha un paio di stelle di meno.
Tutto sommato ci sto bene.

Capitano, mio capitano

Vado al mare.
Le vacanze più meritate della storia, credetemi sulla parola.
Eppure faccio fatica a godermi il momento, troppi dubbi, troppe incertezze su quello che succederà.
Secoli fa mi capitò in mano, e la divorai avido, la biografia di John Belushi. In alcune pagine appariva un simpatico e stralunato giovanissimo talentuoso di belle speranze. Ricorderò Robin così, a un party con tutta la combrioccola dei Blues Brothers.
Musica, alcool, allucinogeni non ben identificati.
Personalmente al mio funerale vorrei i tizi del video, lo stesso clima, la stessa canzone.
Grazie.

Alba

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Hard to find the right words
And not to make it worse
A choice that has to be done
It is just my life
Can’t make no compromise
And to stop what has begun

Stratovarius – No turning back

Esiste sicuramente un modo per farlo al meglio.
Siamo nati così, fa parte del nostro patrimonio genetico, basta escludere paure, repressioni, imposizioni sottili, tutti siamo in grado di farlo.
Allungo gli arti di nuovo nel buio ghiacciato, risparmiare le forze.
Come volare.

Mi racconti una storia?

Non ora, non vedi che ho da fare? Come se fosse semplice, non voglio trattarti male, non voglio musi lunghi, lacrime o peggio.
Non è esattamente il momento giusto, adesso.
Magari più tardi, abbiamo tempo, piccola.
E tu non mi guardare così, non si deve per forza dargliele sempre vinte tutte non credi? Se cominciamo adesso, quando avrà diciott’anni cosa chiederà?

Hai cominciato tu, l’hai sempre viziata tu.

Vuoi farmene una colpa? È la mia principessa.
Non mi toccate! Vi prego non voglio sentirmi sfiorare! Cosa devo fare? Ditemi, cos’altro devo fare per farvelo capire?
Scusami ho solo perso il controllo per un attimo, ma sai forse è la cosa che mi spaventa di più.
Percepire qualcosa di, lento.
Inesorabile, inarrestabile, senza forza ma allo stesso tempo deciso a farti capire chi comanda, qualcosa che si arrampica su per la schiena e che ti si aggancia al collo, lo senti strisciare contro le guance limate di barba, accarezzarti le labbra spalancate, precipitarsi giù per la gola, soffoco.
Adesso devo continuare a muovermi, mi aiuti per favore? Sei mia moglie.

Solo adesso ti ricordi di questo piccolo particolare. Hai fatto piangere tua figlia.

Eppure ti ho amato da morire, abbiamo respirato gi stessi desideri per tanto tempo.
Quando l’aspettavi, ti ricordi di quel libro? “Impara a dire no a tuo figlio”, guardami, guardami ora. Sono un uomo forte e sto provando a fare questa cosa, non posso sprecare neanche una lacrima muoio di sete e la tentazione è così forte, così forte.
Tu devi aiutarmi.

Papà tornerai a casa?

Tesoro, il papà tornerà e sarà tutto come prima.
Non mi toccare!
Dio ti prego fa che non senta più sfiorarmi le gambe, i piedi, fa che perda sensibilità nella pelle, fallo finire, fallo finire, fallo finire.
Respira.
Attraverso l’aria pulita, anche se le narici e le labbra spaccate schizzano stilettate di dolore su, fino al cervello.
E oltre.
E oltre.
Ripassa la tabella di marcia, quanto sarà passato dall’ultima volta? Hai smesso di contare i secondi, così hai smesso di contare i minuti, le ore.
Il piede destro, muovere le dita piano, ho tanto freddo. Il piede sinistro, gambe, schiena, spalle.
No! Troppo veloce, dio santo troppo veloce. Una manciata di secondi sbeccati.
Ricomincia da capo, puoi farcela.

Avevi detto che mi raccontavi una storia.

Giusto, hai ragione.
Allora ti racconterò di un bel viaggio.

Papà però mi devi promettere che continui a muoverti.

Va bene tesoro, ci proverò, il tuo papà però è molto stanco e ha tanto freddo.
Immagina tanta gente, una lunga fila di gente, immagina tante persone e molte di loro sventolano fazzoletti e salutano con le mani, l’aria è calda e il sole alto nel cielo brucia come una palla infuocata. I bambini sono felici, le scuole sono chiuse è tempo di andare in vacanza, le mamme cercano di non perdere di vista i figli che giocano lontano dall’acqua.
Papà li osserva, è contento perché la mamma ha deciso di farlo tornare a casa, lui sorride perché ha lavorato tanto, lontano dalla sua famiglia, dalla sua principessa.

Mi piace che mi chiami così, mi piace questa storia.

Finalmente si parte e lui sente l’aria piena di quel sapore così familiare che gli accarezza il viso e la bocca, è stato via tanto, c’era un problema da risolvere, c’era da dimenticare di aver fatto male alla principessa.

Le brutte bottiglie che ti fanno male?.

Sì tesoro, ma adesso è tutto dimenticato e il papà si gode il viaggio, chiacchiera con la gente, tante famiglie, tanti bambini. Intorno sono colori e vento, colori e vento fresco, a spezzare il gran caldo.
A poco a poco arriva il pomeriggio, lui mangia qualcosa, la voglia delle bottiglie-che-fanno-male è sempre forte, ma riesce a resistere, per la sua principessa.
La sera.
E il telefono che squilla in tasca.
Appoggiato alla balaustra di legno risponde ed è la mamma.
Che ha cambiato idea, che ha dato al papà tutte le possibilità, tante, tante volte. Ma lui le ha gettate e non si può rischiare di far male ancora alla principessa.
Vero?
Lui ribatte con furia, è cambiato e lo sa, deve solo farlo capire alla mamma che però non gli crede, che però dice d’aver trovato un’altra persona.
Che ha un bel lavoro e soprattutto, niente bottiglie.

Mi dispiace tanto papà.

Il telefono fa un bel volo planato senza ali, poi sparisce, niente tracce, solo quel piccolo solco che si richiude subito e quel muoversi lento che sembra tanto un abbraccio.
Un abbraccio da film d’amore, con i baci e tutto il resto, dove tutti sono felice e si amano e hanno un bel giardino davanti a casa con il cane e.
Poi beve.
Tanto, come non ha mai fatto.
Fino a quando gli uomini del bar non gli danno più bottiglie e lo minacciano di chiamare qualcuno se continuerà a fare chiasso e a disturbare.
Disturbare, lui che ha un fuoco dentro di rabbia e tristezza che pare una lama di dolore forgiata all’inferno.
Che gli servirebbe adesso tutto quel calore.
Adesso.

Adesso devo andare papà.

Devo finire la storia, solo un attimo.
Allora comincia a vagare lungo le pareti di ferro sporco, scivola con le mani ricoperte di sale graffiato.
Di nuovo scopre il legno freddo della balaustra, la notte è un caldo stringersi di coperte di lana, un buio amico che sembra invitarlo.
Come volare.

Addio.

Il mare mi accoglie senza rischio, senza proteste, un piccolo tonfo racchiuso e nient’altro. Il traghetto è una muraglia enorme che ribolle di schiuma vicina.
Tutta la consapevolezza precipita nel cuore come un macigno.
L’esatto momento in cui so di essere perso per sempre.
Caduto, dimenticato.
Qualcosa mi vomita dalla gola, un urlo, niente di umano, solo un urlo coperto dal rumore acuto delle onde, e quella muraglia piena di luci che si allontana in mezzo al mare.
Ho perso la mia casa.
Ecco l’unica cosa che riesco a pensare, ho perso la mia casa.
Annaspo veloce, sputo l’acqua salata che riempie la gola ad ogni grido straziato.
Ho perso la mia casa e non serve agitare le braccia, non serve muovere le gambe come un ossesso per sollevarmi dalla superficie.
Non mi vedono, non mi sentono, nessuno si sporge, nessuno m’indica con le dita.
Solo, nel buio.
Solo.
Secondi, ore, minuti, la compagnia di qualcosa che ti sfiora i piedi nudi, che si arriccia sulle gambe, sotto ai pantaloni gonfi d’acqua. Tenersi a galla, tenersi a galla ancora per abbracciare la speranza.
Minuti, ore, secondi di lotta senza fine, una lenta danza sopra le onde, le braccia agitate in un folle vortice senza meta.
E quella paura, quella paura sempre presente.
Il buio intorno, il buio sotto, piccoli tocchi leggeri sui piedi nudi, la mente che si fa padrona e regala pure, nitide sensazioni.
Un brandello alla volta, un dito alla volta, un lembo di carne alla volta, dio mio fa che non sia così, basta solo che smetta di lottare, che smetta di respirare a fondo tutta questa salsedine amara di lacrime.
Ma non così.
Urlare ancora di rabbia, di follia, il suono del niente che frantuma ogni logica.
Poi il sole e l’alba.
Ogni volta che alzo gli occhi al cielo, il disco rovente apre una nuova piaga sanguinante sulla fronte, sulle guance ustionate dall’acqua e dal sale.
Non ci sono barche, non ci sono pescatori con accenti strani, urlati nell’aria sottile, non ci sono più voci amiche.
Non c’è più niente tranne il mare.
Il mare, il sonno, i polmoni che gridano, la pelle che si stacca lentamente e galleggia pigra vicino alle mie spalle.
Nient’altro intorno.
Nient’altro dentro.
Voglio solo riposare, smettere di nuotare e riposare.

Genova – Capitaneria di porto
IMMRCC
Dipartimento guardia costiera
16.30 p.m. ora Zulu

Guardo la donna che singhiozza seduta di fronte a me, la bambina gioca in un angolo con il modellino di un cacciamine.
Ad ogni gracchiare della radio solleva la testa speranzosa, non oso dirle che è praticamente impossibile ritrovare qualcuno in mare ancora vivo dopo così tanto tempo.
Abbiamo mandato fuori quattro Sea King e due Cutter, persino un Atlantique della NATO che si trovava in zona ha partecipato per un po’ alle ricerche.
Stanno rientrando.
Non oso dirle neanche questo.
Ripete come un disco rotto sempre le stesse parole.
“Ha perso la sua casa, ha perso la sua casa.”

Alzati (burnt flesh summer 2014)

WARNING – CONTENUTI ESPLICITI

Come spesso accade, in questo tipo di situazione, arrivo leggermente barcollando.
Strano che mentre accade penso già a come lo descriverò.
Qui.
Soprattutto il fatto che l’incipit sia sempre più o meno lo stesso, vodka e ghiaccio.
Qualcuno mi butta le braccia al collo e mi bacia le guance ruvide, ho una percezione sensoriale vaga ma possente di fiori, forse miele e vaniglia.
Ci siamo, di nuovo, ci siamo e la voglia di urlare mi strozza la gola.
Ma non riesco, la vodka chiude, spinge in basso l’urlo e lo chiude dentro una cazzo di scatola di ferro imbullonata a caldo.

Stampate queste parole, sono le uniche che ascolterete fare capolino durante tutta la serata dall’elegantissimo Tom Ford Cherry Lush, labbra appena dischiuse:
Fai schifo come al solito, sei l’unico con i bermuda, mimetici poi, ma proprio la maglia dei Tool?
Poi si allontana leggera.

Barcollo, dicevo.
Tre piani zona navigli, con giardino, tripudio citronella ovunque, trentagradi umidi.
Mi guardo le mani, senza occhiali da vicino, sfuocate il giusto, estranee il giusto, su la maschera Lazzaro si va in scena.
Pacca leggermente sopra la media anche per un armadio come me, tra i polmoni.
La padrona di casa inchioda un piolo in più sulla scala verso il paradiso incosciente degli scrittori ubriachi, mi mette in mano un perfetto BloodyMary.
La amo, vomito, la uccido.
Flaggare la casella corrispondente, attenzione il server è rigorosamente case sensitive.
Ridacchio leggermente impastato, lei legge pagine ad alta voce, mi pretende, mi chiede, cosa ne penso, lo conosco.
Non conosco un cazzo, non conosco più niente, nemmeno il mio pancreas.
Rispondo a tono, impostando la voce.
C’è del Grana?
Fa così col dito verso un tavolo imbandito in giardino.
Devo farcela.
Il sedano mi solletica il naso, trequarti di Mary giù diretti, qualcosa inizia a sibilare nel timpano destro.
Forza Lazzaro, devi solo arrivare a fine serata indenne, senza piantare i pollici nei globi oculari di qualcuno.
Hai votato?
NO.
Non hai il diritto di chiedermelo, fai avanti indietro dalla Svizzera, lo sanno tutti, semplicemente non puoi.
Mi sporgo verso le olive, peperoncino e olio sgocciolano sulla tovaglia immacolata, sembrano pezzetti di cervello unto.
Ignoro la domanda, svanisco come Moby Dick nell’incubo di qualcuno.
Sono in dubbio tra X6 e Cherokee ma mi sta sul cazzo, è Fiat.
Ma guarda, solito, Santa Margherita, poi Cortina.
Berlusconi è l’unico che ha sempre detto chiaramente, quale fosse il modo per risolvere tutto.
Assaggia il Greco, sa un pò di tappo.

Lei ha quarantadue anni, lui sessantasette.
Mi divincolo dall’idea di figurarmi un rapporto sessuale, la calura, la pelle cascante di lui, le tette inesistenti di lei, un pò di bava sul cuscino bollente.
Una cosa veloce, disordinata di umori corporali rancidi.
Cristo datemi da bere.
Perchè sono fatto così, qualcuno me lo spieghi.
Vestiti larghi a fiori, collane e braccialetti etno, bamboo, roba azzurra tipo indiani d’America, abbronzatissime tutte e due.
Fanno le magistrate, i magistrati, o come cazzo si deve dire.
Stanno assieme, di giorni buttano in cella gente, di sera se la leccano.
Birra, ho bisogno di birra, la gola improvvisamente raspata da un flessibile per inox.
Apro il frigo, sterminata prateria Heineken.
Dio del malto aiutami.
Barcollo all’indietro, allungo una mano per l’equilibrio, pesco tra le cosce di magistrata 1.
Ho una visione di Alcatraz, le giacche blu di panno, i cappellini di lana, Clint Eastwood dallo scalone mi guarda ghignando, impugna una Chimay, la porta alla bocca.
Io lo odio con tutte le mie forze.
Bevo, bevo.
Voi non sapete dov’è Motta Visconti, lungo il Ticino, la via delle zanzare, delle villette, delle famiglie chiuse dentro.
Riesco solo a pensare a questo tizio che sgozza i figli e va al pub a vedere il pallone.
Adesso, proprio adesso il Grana mi solletica l’esofago, assieme a tutto il resto.
Datemi una fottuta guerra nucleare, datemela, voglio vedere gli scarafaggi che sopravvivono.
Non ho gesti eclatanti questa volta, non li ho, sono stanco e la birra è calda.
Lazzaro, ora di alzarsi e uccidere.

No face

Talvolta, dopo giornate come questa, con gli strascichi che si porta dietro; ecco talvolta vorrei lasciare la faccia da qualche parte, dimenticarla in giro e sostituirla con una bella maschera precisa.

Italians

Fatemi capire.
Uno passa la vita a immaginare il seriale perfetto, quello capace di generare il Male assoluto e far tremare il lettore, riga dopo riga.
Lecter insomma, molto, molto incazzato.

Poi arrestano l’idraulico.
Ammazza prostitute dopo averle legate a un palo, anzi no, qualcuna si salva e lo denuncia ai carabinieri.
Prima però le rimorchia col SUO furgone, quello insomma con cui va a lavorare tutti i giorni, poi le lega a un palo, come dicevo.
Ecco per legarle usa lo scotch da pacco, alt! Fermi un attimo, non quello marrone neutro.
Usa quello con il logo del posto di lavoro di sua moglie.
Naturalmente per tagliarlo usa una forbice, direte.
Colcazzo, lo fa coi denti.

Beh vabbeh.

Freespeach

La sbarra inchiodata, i passi sottili sui ciottoli allineati, l’erba bagnata di lacrime.
Ci sono albe devastate, scagliate a forza attraverso il buio di una nebbiolina dotata di piena consapevolezza.
C’è asfalto, ci sono baraccopoli e tizi strappati che sbucano fuori da Resident Evil, ma senza la cretina armata di tutto punto.
Ci sono foglie in sospensione e la primavera che si trascina fottendo da dietro l’inverno senza una cazzo di fine apparente.
E poi ricordi che scoppiano l’attesa di una visita che stenti a regalarti, ‘fanculo pure i cimiteri nel calderone delle ossa dimenticate.
Immagini macchiate e domande che nessuno oserà mai fare, mancanze solide, spruzzate acido e dolore frantumato.
C’è una stanchezza infinita di questo paese che muore, donne violate, bambini venduti, questo paese che è lo stronzo specchio di un’umanità marcia fino al midollo, scintillata attraverso lamiere lucide e spot telefonici.
Rabbia che esplode e pretende, una sete senza fine, una scia di carne mutilata, cotta a puntino nel superforno della cucina pagata a rate, confiscata, sbudellata dalle banche che stringono il pugno.
Il sangue che cola tra le falangi putrefatte.
Il credito al consumo del cazzo, il buio nel cuore, le calibro nove nell’armadio del nonno, le smorfie sottovoce che rinascono dalle fabbriche agli uffici.
Quelli che non vedono e viaggiano tronfi, quelli che non respirano l’onda di piena, lo tsunami di cadaveri della mente, i mostri che vagano, che sbraitano ai semafori, che insultano in coda.
Detonatori perfetti, perfetti.
Noi siamo quello che respiriamo.
E qui si ansima vendetta, gente che trascina ciabatte al discount e rovista al mercato i cassonetti marciti.
Leggete la marea, respirate la furia.
Appoggiare la mano aperta sulla superficie venata, fiori finti e foto sbiadite, lezione numero zero, qualcuno abbia il coraggio di spiegare cosa cazzo significa parlare a un muro pieno di niente.
È solo che raccontarti questo nulla che precipita ogni secondo pare una soluzione, in realtà è solo un mezzo per scaldare la forgia e costruire l’armatura, giorno dopo giorno.
Sveglia dopo sveglia.
Ma qui, proprio qui in mezzo alle voci che urlano il silenzio, percepisci scaglie saldate a fuoco, piccoli pezzi che incastrano un tutto preciso.
Segnali lineari di un divenire di tenebra.
Le voci, da sempre, esigono un tributo.
Mi manchi papà.