A Christmas carol

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“Andrea, Andrea mi senti, Andrea svegliati.”

La sensazione di vuoto sotto la schiena mi coglie di sorpresa.
Per una frazione di secondo annaspo nell’aria con le mani, i piedi si sollevano dal ripiano della scrivania.
Mi manca il fiato.
Mi manca il fiato.
Poi apro gli occhi e mi accorgo di essere ancora lì, di esserci ancora.
Sono assolutamente sicuro di aver sentito la voce che mi chiedeva di svegliarmi, assolutamente sicuro.
Eppure è impossibile, quella voce, la voce leggera e innocente di un bambino, è una voce spezzata che nessuno potrà più sentire.
Apro gli occhi e mi ritrovo ancora una volta all’interno della penombra male illuminata dello stanzone, scrivanie, telefoni, computer, radio, tavoli multimediali, mappe che scorrono.
Pistole.
Ognuno ne ha una al fianco, sotto l’ascella, semplicemente infilata dietro ai jeans.
Tutti.
La mia è posata sul ripiano, appena qualche centimetro a destra dei piedi, scura, fredda, un pezzo di metallo preciso, impugnatura su misura per la mano destra, calibro da guerra.
Poso a terra i piedi, mi alzo flettendo i muscoli della schiena.
-Bentornato tra noi.
Divisa nera impeccabile, pizzetto curato, sui sessanta, pare sbarbato di fresco, di fianco a lui sembro un vestito fuori moda stirato male.
Il pezzo più grosso di tutti, semplicemente lui qui E’ la legge.
Sergio Stanizzi, comandante del ROS.
-Generale.
Mi osserva con attenzione.
-Ispettore, il pacco è pronto.
Un brivido ghiacciato, formicolio alle dita, lungo i polsi, su fino alle spalle.
Il pacco.
Lo seguo attraverso lo stanzone, collaborazione interforze, polizia di stato, carabinieri.
Eppure.
Occhi che mi scrutano, occhi che forse non vogliono vedere quello che sta per accadere.
Stanizzi mi guida attraverso la caserma, sguardi, frasi soffocate, occhiate di traverso, fino alla porta.
Apre.
-Il Falcon 50 dell’A.M. ci ha recapitato il pacco ieri sera, l’azione è AISE/Interpol.
Troppe sigle, troppi segreti, troppo di tutto, non vedo magistrati, non vedo NIENTE che possa assomigliare a un’indagine tradizionale.
Un uomo seduto, ammanettato a una sedia di metallo, mano destra manette bracciolo, mano sinistra manette bracciolo.
Intuisco pantaloni di buona fattura, mocassini, camicia azzurra, niente cravatta, un cappuccio nero.
I pantaloni sono spiegazzati alle caviglie, hanno lasciato gli slip neri.
Indossa chiazze di vomito qua e là sul petto e due cavetti di rame, terminazione a morsetto di massa.
Testicoli/batteria dodici volt.
Stanizzi fa due passi, espone il viso.
Occhi azzuri, gonfi, spenti, capelli biondi, lisci e sudati all’inverosimile, carnagione chiara, lineamenti attraenti.
Un uomo di successo, sui cinquanta, un uomo elegante, forse un uomo di potere.
Le mani nelle tasche mi tremano, non si fermano, tremano senza soluzione di continuità.
Il generale parla e io sussulto.
-Se avesse in mano la chiave per chiudere in un buco il male del mondo, se facendo scattare la serratura dovesse pagare un prezzo altissimo ma necessario.
Sarebbe in grado di fare una scelta?
Lacrime si mischiano alle chiazze di vomito.
-Io.
-Lei è un ottimo poliziotto, curriculum di tutto rispetto, rapporti che parlano di dedizione.
Chiudo gli occhi, Anna dove sei, dove sei ora.
-Ha confessato?
Perde lo sguardo lontano, sembra seguire un pensiero, nemmeno mi ascolta.
-La scelta è stata semplice. La SUA scelta dovrà essere altrettanto semplice. Le viene concessa questa opportunità.
Inchioda iridi grigie come il ferro.
-Ne faccia buon uso.

Uno strano vento tiepido spazza il cortile della caserma di via Lamarmora.
Manca una settimana a Natale ma la temperatura a Milano si è cristallizzata sulle medie di un inquietante inizio d’autunno.
Quindici, diciotto gradi secchi e questo vento…malsano.
Il furgone nero senza insegne in attesa pare un grosso animale in attesa di un balzo.
Lato passeggero, socchiudo gli occhi per la luce e la polvere in sospensione, mi giro verso il vano carico, attraverso la grata il medesimo cappuccio, gli stessi mocassini, le manette.
Qualcosa a turbare l’immobile perfezione, una chiazza di piscio si allarga sotto al prigioniero.
Ai due lati, seduti su due panche lungo le pareti del furgone, due uomini in mimetica desert, Oakley neri, immobili.
-Chi è.
L’uomo alla guida accende il motore e ingrana la marcia, identica mimetica desert, anfibi beige chiaro, abbronzatura mogano.
Sulla manica destra un distintintivo appena sotto lo scudo tricolore con una specie di mappa geografica disegnata e una scritta:
“Task force 45 – Herat”
Mi piego in avanti, estraggo il portafoglio e gli porgo l’immagine che porto con me dall’inizio della ricerca, la foto che tutti hanno imparato a conoscere, un bambino in kimono da taekwando, una medaglia al collo.
Il militare la osserva con cura.
Poi rivolge lo sguardo verso di me, una domanda muta.
-E’ l’emissario di un’organizzazione europea, un’organizzazione di pedofili. Sembra che lui, indico con gli occhi la foto, sia stato rapito da un basista italiano e stava per essere venduto all’emissario, qualcosa è andato storto e hanno deciso di sbarazzarsi del bambino.
Il militare stringe il volante, le nocche sbiancano.
Guida con calma, attraverso la città, attraverso un clima di festa che stenta a decollare, che forse non decollerà mai più.
Il vento fa ondeggiare le decorazioni appese a negozi semivuoti, improvvisamente sento il bisogno di abbassare il finestrino.
-Tutto questo è sbagliato, forse persino maledetto.
Ha il tono del comando, di chi si aspetta ben poche repliche. Non ho idea del perchè mi venga fuori una frase del genere, forse solo perchè il militare mi ispira abbastanza fiducia, forse perchè semplicemente le parole sbucano fuori dotate di vita propria.
-Magari siamo noi sbagliati, noi tutti, magari siamo tutti maledetti.
Imbocca con calma una strada di campagna.
-Parole pesanti per un rappresentante della legge.
Sporgo il palmo aperto nell’aria, una specie di respiro fetido, un odore tiepido, impuro.
-Nessuna specie capace di fare questo a un cucciolo merita di sopravvivere a sè stessa.
Si sporge verso la chiave, spegne il motore.
-Concordo ispettore Conti.
Mi porge la destra, una stretta rigida, callosa.
-Tenente colonnello Sergio Di Falco.
Fuori è periferia sud, una specie di discarica completamente deserta, corvi in lontananza si litigano un topo morto, carcasse di auto attorno formano un perimetro riparato.
I due nel vano carico sollevano il prigioniero con una facilità imbarazzante, i piedi nemmeno toccano terra.
Di Falco fa un cenno col mento, i due lo fanno piegare nella polvere poi, con perfetta sincronia, si pongono ai lati in protezione attiva, un ginocchio fasciato kevlar a terra.
Impugnano tutti e due un Desert Tech MDR cal. 7,62 ancorato alla spalla, l’occhio destro in linea con l’alzo.
-Tocca a lei.
Muovo due passi verso l’uomo in ginocchio, percepisco Di Falco alle mie spalle, un movimento quasi felino.
Da sotto l’ascella sinistra estraggo la pistola, Sphinx SDP calibro nove, fletto il collo verso l’ombra mimetica numero uno che nel frattempo si è girato e mi osserva con attenzione.
Fa un movimento fluido e gira dietro la schiena il fucile d’assalto, poi leva il cappuccio al prigioniero.
Trovare le parole, mettere assieme qualcosa che abbia un senso in mezzo a questa follia.
-Tu sai chi siamo.
Alza appena il mento.
-Ha importanza? Mi ucciderete comunque.
Una voce forte, decisa, appena venata da un accento straniero.
-Hai comunque…
Mi correggo.
-Avete comunque diritto di saperlo, tutti voi.
Lo oltrepasso e mi posiziono appena dietro le spalle.
Di Falco di fronte a me filma con uno smartphone.
Il biondo pare sorpreso.
-Vi riconosceranno.
Il militare lo interrompe.
-Niente prima serata, niente youtube per questo video.
Si abbassa sui talloni e lo fissa negli occhi.
-Questa è semplicemente l’esecuzione di una condanna. Le immagini saranno mostrate esclusivamente ai genitori.
Pura e semplice sfida.
-Pensate davvero di poterci fermare? Pensate sul serio che quelli che rappresento si fermeranno di fronte alla mia morte? Stupidi idioti, questo è mercato! E il mercato non si ferma mai! Il mercato si espande, fiorisce, cresce, moltiplica il profitto. Non sono che pezzi di carne, non sono che.
Parte della scatola cranica e della materia cerebrale eruttano in avanti, pressione inversa, pompaggio cinetico della blindatura al boro.
Il proiettile scava una galleria, l’uomo crolla faccia avanti, l’ultima immagine che ho di lui, la chiazza di feci dall’intestino liberato.
Guardo Di Falco, annuisce lentamente.
-Ripulite questo schifo ragazzi.
I due indossano guanti in lattice e si preparano.
Mi accorgo solo ora di impugnare ancora la pistola, cordite, un filo di fumo.
-La prima volta a sangue freddo?
Mi studia, attento.
-Prima volta, sì.
Espira lentamente, perde lo sguardo verso l’orizzonte che si va rabbuiando.
-Il tempo sta cambiando, finalmente dovrebbe arrivare il freddo.
-Quanti? Quanti ancora secondo lei?
L’uomo abbronzato torna a girarsi.
-Sempre troppi, davvero sempre troppi ispettore.

 

Attualmente non si sa ancora chi abbia ucciso il piccolo Loris, so per certo che da quando sono genitore queste notizie hanno un potere profondo su di me, un potere buio.
Il racconto nasce da questo potere.


Ciao Loris, buon Natale.

Cipro (here&now)

Assaltata, divorata, digerita, vomitata.
Cipro è strade senza segnali ed enormi sombreri gonfiabili.
Uno dei mari più belli al mondo e russi ubriachi a braccetto con papponi siriani.
Turchi in ingognito, greci che paiono essere usciti da un film anni 60, manca solo la seicento, rigorosamente guidata sul lato “sbagliato” del mondo.
Cipro è una bella mora un pò formosa che ti sorride abbronzata e poi ti guarda storto perchè il tuo albergo ha un paio di stelle di meno.
Tutto sommato ci sto bene.

Capitano, mio capitano

Vado al mare.
Le vacanze più meritate della storia, credetemi sulla parola.
Eppure faccio fatica a godermi il momento, troppi dubbi, troppe incertezze su quello che succederà.
Secoli fa mi capitò in mano, e la divorai avido, la biografia di John Belushi. In alcune pagine appariva un simpatico e stralunato giovanissimo talentuoso di belle speranze. Ricorderò Robin così, a un party con tutta la combrioccola dei Blues Brothers.
Musica, alcool, allucinogeni non ben identificati.
Personalmente al mio funerale vorrei i tizi del video, lo stesso clima, la stessa canzone.
Grazie.

Alba

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Hard to find the right words
And not to make it worse
A choice that has to be done
It is just my life
Can’t make no compromise
And to stop what has begun

Stratovarius – No turning back

Esiste sicuramente un modo per farlo al meglio.
Siamo nati così, fa parte del nostro patrimonio genetico, basta escludere paure, repressioni, imposizioni sottili, tutti siamo in grado di farlo.
Allungo gli arti di nuovo nel buio ghiacciato, risparmiare le forze.
Come volare.

Mi racconti una storia?

Non ora, non vedi che ho da fare? Come se fosse semplice, non voglio trattarti male, non voglio musi lunghi, lacrime o peggio.
Non è esattamente il momento giusto, adesso.
Magari più tardi, abbiamo tempo, piccola.
E tu non mi guardare così, non si deve per forza dargliele sempre vinte tutte non credi? Se cominciamo adesso, quando avrà diciott’anni cosa chiederà?

Hai cominciato tu, l’hai sempre viziata tu.

Vuoi farmene una colpa? È la mia principessa.
Non mi toccate! Vi prego non voglio sentirmi sfiorare! Cosa devo fare? Ditemi, cos’altro devo fare per farvelo capire?
Scusami ho solo perso il controllo per un attimo, ma sai forse è la cosa che mi spaventa di più.
Percepire qualcosa di, lento.
Inesorabile, inarrestabile, senza forza ma allo stesso tempo deciso a farti capire chi comanda, qualcosa che si arrampica su per la schiena e che ti si aggancia al collo, lo senti strisciare contro le guance limate di barba, accarezzarti le labbra spalancate, precipitarsi giù per la gola, soffoco.
Adesso devo continuare a muovermi, mi aiuti per favore? Sei mia moglie.

Solo adesso ti ricordi di questo piccolo particolare. Hai fatto piangere tua figlia.

Eppure ti ho amato da morire, abbiamo respirato gi stessi desideri per tanto tempo.
Quando l’aspettavi, ti ricordi di quel libro? “Impara a dire no a tuo figlio”, guardami, guardami ora. Sono un uomo forte e sto provando a fare questa cosa, non posso sprecare neanche una lacrima muoio di sete e la tentazione è così forte, così forte.
Tu devi aiutarmi.

Papà tornerai a casa?

Tesoro, il papà tornerà e sarà tutto come prima.
Non mi toccare!
Dio ti prego fa che non senta più sfiorarmi le gambe, i piedi, fa che perda sensibilità nella pelle, fallo finire, fallo finire, fallo finire.
Respira.
Attraverso l’aria pulita, anche se le narici e le labbra spaccate schizzano stilettate di dolore su, fino al cervello.
E oltre.
E oltre.
Ripassa la tabella di marcia, quanto sarà passato dall’ultima volta? Hai smesso di contare i secondi, così hai smesso di contare i minuti, le ore.
Il piede destro, muovere le dita piano, ho tanto freddo. Il piede sinistro, gambe, schiena, spalle.
No! Troppo veloce, dio santo troppo veloce. Una manciata di secondi sbeccati.
Ricomincia da capo, puoi farcela.

Avevi detto che mi raccontavi una storia.

Giusto, hai ragione.
Allora ti racconterò di un bel viaggio.

Papà però mi devi promettere che continui a muoverti.

Va bene tesoro, ci proverò, il tuo papà però è molto stanco e ha tanto freddo.
Immagina tanta gente, una lunga fila di gente, immagina tante persone e molte di loro sventolano fazzoletti e salutano con le mani, l’aria è calda e il sole alto nel cielo brucia come una palla infuocata. I bambini sono felici, le scuole sono chiuse è tempo di andare in vacanza, le mamme cercano di non perdere di vista i figli che giocano lontano dall’acqua.
Papà li osserva, è contento perché la mamma ha deciso di farlo tornare a casa, lui sorride perché ha lavorato tanto, lontano dalla sua famiglia, dalla sua principessa.

Mi piace che mi chiami così, mi piace questa storia.

Finalmente si parte e lui sente l’aria piena di quel sapore così familiare che gli accarezza il viso e la bocca, è stato via tanto, c’era un problema da risolvere, c’era da dimenticare di aver fatto male alla principessa.

Le brutte bottiglie che ti fanno male?.

Sì tesoro, ma adesso è tutto dimenticato e il papà si gode il viaggio, chiacchiera con la gente, tante famiglie, tanti bambini. Intorno sono colori e vento, colori e vento fresco, a spezzare il gran caldo.
A poco a poco arriva il pomeriggio, lui mangia qualcosa, la voglia delle bottiglie-che-fanno-male è sempre forte, ma riesce a resistere, per la sua principessa.
La sera.
E il telefono che squilla in tasca.
Appoggiato alla balaustra di legno risponde ed è la mamma.
Che ha cambiato idea, che ha dato al papà tutte le possibilità, tante, tante volte. Ma lui le ha gettate e non si può rischiare di far male ancora alla principessa.
Vero?
Lui ribatte con furia, è cambiato e lo sa, deve solo farlo capire alla mamma che però non gli crede, che però dice d’aver trovato un’altra persona.
Che ha un bel lavoro e soprattutto, niente bottiglie.

Mi dispiace tanto papà.

Il telefono fa un bel volo planato senza ali, poi sparisce, niente tracce, solo quel piccolo solco che si richiude subito e quel muoversi lento che sembra tanto un abbraccio.
Un abbraccio da film d’amore, con i baci e tutto il resto, dove tutti sono felice e si amano e hanno un bel giardino davanti a casa con il cane e.
Poi beve.
Tanto, come non ha mai fatto.
Fino a quando gli uomini del bar non gli danno più bottiglie e lo minacciano di chiamare qualcuno se continuerà a fare chiasso e a disturbare.
Disturbare, lui che ha un fuoco dentro di rabbia e tristezza che pare una lama di dolore forgiata all’inferno.
Che gli servirebbe adesso tutto quel calore.
Adesso.

Adesso devo andare papà.

Devo finire la storia, solo un attimo.
Allora comincia a vagare lungo le pareti di ferro sporco, scivola con le mani ricoperte di sale graffiato.
Di nuovo scopre il legno freddo della balaustra, la notte è un caldo stringersi di coperte di lana, un buio amico che sembra invitarlo.
Come volare.

Addio.

Il mare mi accoglie senza rischio, senza proteste, un piccolo tonfo racchiuso e nient’altro. Il traghetto è una muraglia enorme che ribolle di schiuma vicina.
Tutta la consapevolezza precipita nel cuore come un macigno.
L’esatto momento in cui so di essere perso per sempre.
Caduto, dimenticato.
Qualcosa mi vomita dalla gola, un urlo, niente di umano, solo un urlo coperto dal rumore acuto delle onde, e quella muraglia piena di luci che si allontana in mezzo al mare.
Ho perso la mia casa.
Ecco l’unica cosa che riesco a pensare, ho perso la mia casa.
Annaspo veloce, sputo l’acqua salata che riempie la gola ad ogni grido straziato.
Ho perso la mia casa e non serve agitare le braccia, non serve muovere le gambe come un ossesso per sollevarmi dalla superficie.
Non mi vedono, non mi sentono, nessuno si sporge, nessuno m’indica con le dita.
Solo, nel buio.
Solo.
Secondi, ore, minuti, la compagnia di qualcosa che ti sfiora i piedi nudi, che si arriccia sulle gambe, sotto ai pantaloni gonfi d’acqua. Tenersi a galla, tenersi a galla ancora per abbracciare la speranza.
Minuti, ore, secondi di lotta senza fine, una lenta danza sopra le onde, le braccia agitate in un folle vortice senza meta.
E quella paura, quella paura sempre presente.
Il buio intorno, il buio sotto, piccoli tocchi leggeri sui piedi nudi, la mente che si fa padrona e regala pure, nitide sensazioni.
Un brandello alla volta, un dito alla volta, un lembo di carne alla volta, dio mio fa che non sia così, basta solo che smetta di lottare, che smetta di respirare a fondo tutta questa salsedine amara di lacrime.
Ma non così.
Urlare ancora di rabbia, di follia, il suono del niente che frantuma ogni logica.
Poi il sole e l’alba.
Ogni volta che alzo gli occhi al cielo, il disco rovente apre una nuova piaga sanguinante sulla fronte, sulle guance ustionate dall’acqua e dal sale.
Non ci sono barche, non ci sono pescatori con accenti strani, urlati nell’aria sottile, non ci sono più voci amiche.
Non c’è più niente tranne il mare.
Il mare, il sonno, i polmoni che gridano, la pelle che si stacca lentamente e galleggia pigra vicino alle mie spalle.
Nient’altro intorno.
Nient’altro dentro.
Voglio solo riposare, smettere di nuotare e riposare.

Genova – Capitaneria di porto
IMMRCC
Dipartimento guardia costiera
16.30 p.m. ora Zulu

Guardo la donna che singhiozza seduta di fronte a me, la bambina gioca in un angolo con il modellino di un cacciamine.
Ad ogni gracchiare della radio solleva la testa speranzosa, non oso dirle che è praticamente impossibile ritrovare qualcuno in mare ancora vivo dopo così tanto tempo.
Abbiamo mandato fuori quattro Sea King e due Cutter, persino un Atlantique della NATO che si trovava in zona ha partecipato per un po’ alle ricerche.
Stanno rientrando.
Non oso dirle neanche questo.
Ripete come un disco rotto sempre le stesse parole.
“Ha perso la sua casa, ha perso la sua casa.”