E’ iniziato tutto così

Per i 50 mi sono regalato l’idea di buttare sul blog il racconto a cui sono più affezionato in assoluto.
Quello con cui ho ricominciato a scrivere sul serio.

Se avete voglia stampatelo.

 

BORDER

 

Dreams of war, dreams of liars
dream of dragon’s fire
and of things that will bite.

Oggi.

Il gigante ubriaco, un carrista del settantacinquesimo Spetsnaz, riesce finalmente a tirarsi in piedi sul traballante tavolino del bar, i calzoni gli sono scesi alle ginocchia quando qualche buontempone ha tagliato la cintura con una baionetta.
Stringe un bicchiere stracolmo di una curiosa mistura di vodka ceca e birra ungherese mimando contemporaneamente passi di danza classica. Dalla gola gli esce un rantolo acuto, le parole della canzone hanno a che fare con la passione delle madri dei commissari politici per gli animali da cortile, una passione tutta particolare..
Il mio sguardo corre in giro in cerca di qualche compagno del ministero degli interni, non ne vedo.
Con un improvviso guizzo il gigante scaglia il contenuto del bicchiere verso un altro tavolino occupato da tre caporali. I tre si alzano e cominciano ad insultarlo agitando i grossi pugni nell’aria fumosa. Il suo sguardo si fa cattivo, i muscoli si tendono pronti allo scatto ma improvvisamente la bocca si allarga in una fragorosa risata. Con una certa agilità scende dal tavolo e si consegna nelle mani di due uomini della polizia militare chiamati dal proprietario del locale. Torno a girarmi verso Ivan, Piotr e Boris che continuano imperterriti a scolare vodka dai luridi bicchieri dello spaccio per la truppa, forse il ritrovo più fetido di tutta la base di Kirovograd.
Insieme per ricordare, insieme per catalogare i fatti ed analizzarli, insieme per allontanare il puzzo acido della follia.
Tutti i bravi soldatini hanno un condottiero, Arkady Kalinichenko capitano in comando del team Alpha, è stato fatto a brandelli nei sotterranei di una maledetta tomba di cemento armato, via Donskaya palazzo 7A, Mosca.
“Ghiaccio Sicuro” il nome in codice dell’operazione mi rimbomba nella mente, la voce stridula del cantante lituano che improvvisa un’incredibile versione di “Painted Black” degli Stones non fa che peggiorare le cose.
Attraverso i lustrini della giacca dell’uomo rivedo gli occhi di Arkady, il nostro comandante, stravolti dalla pazzia mentre roteano cercando di capire perchè sta per morire.

Ieri.

L’uomo porta cucita sulla manica del giaccone la tigre reale, l’emblema dell’MVD, le truppe speciali del ministero degli interni. Volta ostinatamente la schiena al colonnello Simyonenko e continua a parlare imperterrito puntando un indice guantato sulla mappa appesa al muro dell’ufficio.
-Le indagini dei compagni della milizia sono arrivate ad un punto decisivo.
Si gira con studiata lentezza per accentuare l’effetto teatrale.
-E’ nostro. Alle 19.30 di questo pomeriggio uno degli osservatori ha intravisto Jorg Federowskij entrare nel condominio dove abita la madre adottiva, la successiva monitorizzazione della casa ha rivelato che fino ad ora l’uomo non si è allontanato dalla tana, lo teniamo compagni.
Incredibile, quel bellimbusto ha fatto il colpo della sua vita che gli frutterà promozione e privilegi per il resto della carriera.
Federowskij, il mostro di Irkutsk, un maledetto siberiano di un quintale e mezzo specializzato in massacri multipli e orge di sangue in tutto il territorio della Madre Russia, un fottuto serial killer come direbbero gli americani, la spina nel fianco per quelli dell’MVD.
Mi volto verso Arkady seduto alla mia sinistra e scorgo qualcosa di singolare, il mio comandante suda abbondantemente sotto la giacca della mimetica nero-grigia del Gruppo, il volto è contratto dalla tensione.
Se un ufficiale è preoccupato non è mai un buon segno se poi è il tuo diretto superiore allora i guai si stanno avvicinando come stormi di elicotteri corazzati.
Il duro continua con entusiasmo.
-Abbiamo deciso che l’operazione sarà affidata a voi dello Spetsgruppa Vympel, si suppone che il soggetto sia armato e ovviamente pericoloso, va catturato con ogni mezzo, è inutile che vi dica che gli stiamo dietro da troppo tempo.
Pianta lo sguardo nelle pupille del capitano e molla il colpo decisivo.
-Lo vogliamo vivo o morto.
Cristo, questo stronzo crede di essere in un commissariato di Los Angeles, Arkady ha un attimo di esitazione poi si avventura in un brutto territorio.
-Signore, per quale motivo un’operazione di polizia viene affidata ad un’unità anti-terrorismo?
Il maggiore alza gli occhi al cielo con un sospiro, non crede alle sue orecchie.
-Capitano! Io le sto dando l’occasione di dare una svolta decisiva alla carriera e lei ne fa una questione di competenza burocratica?
Non vuole sentire ragioni, ha studiato la sua brava lezioncina, non sono previste modifiche. Arkady sente puzza di sabbie mobili.
-Nessuna problema signore, siamo pronti.
-Benissimo Kalinichenko.
Con un gesto misurato alza la manica sinistra e mette in mostra un grosso Rolex GMT Master.
-Sono esattamente le 00.15, alle 01.30 sarete imbarcati su un IL-76 del ministero degli interni che in due ore vi porterà a Mosca, avete tre ore e un quarto per pianificare l’assalto, l’ordine assoluto è, non fallire.
Buon lavoro signori.
Ci alziamo schizzando sull’attenti, il maggiore ha finalmente deciso di spiegare al colonnello quali saranno i vantaggi di questo successo, li lasciamo mentre si scambiano pacche sulle spalle.
Fuori dall’ufficio è meno quindici, è autunno sovietico, nuvole di fiato condensato seguono il nostro cammino verso la camerata degli uomini. Tocco appena la manica di Arkady, scatta verso di me, distolto da chissà quale paura.
-Capitano mi è sembrato che non fosse tanto d’accordo su questa missione.
Provo a rimanere sul vago e la risposta mi paralizza nel gelo del piazzale.
Il volto illuminato dalla luna è pallido come uno straccio, le labbra viola gli tremano leggermente, la voce è incerta nel silenzio della base.
-Faccio brutti sogni Jaak, da circa una settimana dormo pochissimo, faccio brutti sogni e ho uno strano presentimento, cose cattive ci aspettano a Mosca, cose vive.
Si allontana rapido e mi abbandona in compagnia dell’aria ghiacciata.
Cose cattive, cose vive.
Il cielo terso dell’Ucraina inghiotte i miei dubbi in un buio assoluto.
Il grosso UAZ puzza da far vomitare un porco.
Sottili folate di gasolio filtrano attraverso il fondo del piano di carico, rendendo assolutamente irrespirabile l’aria già abbondantemente inquinata di Mosca.
Il sergente Piotr Tostyakov è seduto sulla panca davanti a me, batte i piedi con forza, si ostina ad indossare un nuovissimo paio di scarpe americane da basket invece degli scarponi da lancio d’ordinanza. Un giorno o l’altro qualche cecchino ceceno punterà il mirino del Dragunov sul riflesso bianchissimo della tomaia e gli farà saltare le dita dei piedi.
Alla mia destra il caporale Ivan Fedoseyev cerca di tarare con cura, nonostante i continui scossoni del mezzo, la focale della nuova carabina AS. Per quanto riguarda il sottoscritto sergente maggiore Jaak Gudenko, continuo a preferire il buon vecchio Malysh il bambino, la versione parà dell’AKS-74, alle diavolerie dei laboratori Klimovsk. Come sempre il taciturno caporale Boris Lyubersty ha gli occhi inchiodati al pavimento del mezzo che ci trasporta sul luogo dell’incursione.
Il camion è stipato di materiale di ogni tipo, è stato deciso di non utilizzare il nostro furgone per non insospettire Federowskij. A Batumi mentre le autorità cercavano di circondare la dacia dove si era nascosto, il siberiano cominciò a sparare con un RPG sulla gente che affollava la spiaggia, solo perchè aveva intravisto una macchina della capitaneria di porto.
Gli agenti dissero che lo sghignazzare del mostro giungeva chiarissimo al livello stradale dal secondo piano della villetta, gli occhi dell’uomo lacrimavano di una gioia assoluta, svanì come uno spettro tra le maglie strette della rete dei poliziotti.
Cose vive, cose cattive..
La capitale dell’impero respira tranquilla il leggero vento siberiano, la distesa verde del parco Izmailovo è gremita di persone che commerciano qualsiasi tipo di articolo accatastando gli oggetti in alte pile pregiate. Ricchi mafiosi georgiani al caldo delle loro BMW e Mercedes aspettano le Zhiguli e le Moskvitch pronti ad intraprendere estenuanti trattative. Il trillo dei cellulari dei contrabbandieri è perfettamente udibile persino all’interno dello UAZ, la nuova Russia crea potenti e genera mostri oscuri partorendoli con odio.
Raggiungiamo la Shabalovka, una via perpendicolare alla tana della bestia, il camion si ferma in una nuvola di gas di scarico, restiamo immobili per un attimo quasi sorpresi dall’assordante silenzio che ci avvolge.
Arkady è sceso dal sedile del passeggero e appoggia una mano sul piano orizzontale che ci chiude dentro.
Indossa la sua personale combinazione della tenuta da combattimento urbano, il passamontagna e l’elmetto nero gli lasciano scoperti solo gli occhi azzurri, sguardo da predatore, forse siamo veramente qui per coprirci di gloria. Un cenno agli altri e cominciamo a prepararci, nessuno di noi indossa la zimnee obmundirovanie, la combinazione standard invernale del soldato russo. Qualsiasi fantoccino potrà confermare che muoversi con addosso dieci chili di giacca e pantaloni foderati di pelo sintetico significa offrire al nemico un bersaglio degno di un luna park.
Lentamente allaccio sopra la mimetica il giubbotto antiproiettile, le granate flash-bang sono già agganciate ai moschettoni, sulla spalla sinistra fissata da una striscia di banda adesiva industriale tengo la baionetta. Cinque portacaricatori mi circondano la vita, alla coscia destra porto ancorata la fondina in nylon nero anti-strappo che contiene la PSS cal.9 polimero. Guardo i miei compagni che si preparano in silenzio, ognuno ripassa a mente i propri compiti, ognuno si chiede se ci sarà da uccidere.
Alla scuola di lancio di Riazan un granitico sergente istruttore kazako prima di scaraventarci dal portellone aveva l’abitudine di sedere al centro del gruppo per invitarci a riflettere su cosa esattamente ci si aspettasse da noi una volta atterrati.
-Focalizzate la mente sull’obbiettivo, sempre, davai.
Il gelo del metallo dell’AKS filtra attraverso i guanti italiani rinforzati, picchio due volte il caricatore sulla lamiera del camion per allineare meglio i venti proiettili e lo inserisco con uno schiocco secco nel fucile d’assalto. Mentre indosso sulla schiena la parte finale dell’armamento seguo il consiglio del kazako. Il muso ghignante di Jorg Federowskij che ho memorizzato dalle foto segnaletiche appare davanti ai miei occhi.
Cose vive.
Il gelo del metallo dell’AKS filtra attraverso i guanti italiani rinforzati, picchio due volte il caricatore sulla lamiera del camion per allineare meglio i venti proiettili e lo inserisco con uno schiocco secco nel fucile d’assalto. Mentre indosso sulla schiena la parte finale dell’armamento seguo il consiglio del kazako. Il muso ghignante di Jorg Federowskij che ho memorizzato dalle foto segnaletiche appare davanti ai miei occhi.
Cose vive.
La sensazione mi colpisce alla velocità di un blindato lanciato a piena potenza sui cingoli d’acciaio. Per una terribile frazione di secondo la frustata di ricordi mi fa barcollare.
Pervomaiskaia.
Gennaio 1996, assalto aviotrasportato ad un piccolo villaggio nel Daghestan, confine nord con la Cecenia.
Duecento lupi musulmani asserragliati con armamento pesante in un maledetto villaggio di contadini, più di mille persone tenute in ostaggio. Scivolammo per quattro notti consecutive attraverso le maglie della difesa dei ribelli, per quattro notti fummo ributtati indietro mentre i terroristi sgozzavano gli ostaggi sotto i nostri occhi, le strade fangose di Pervomaiskaia trasudavano pozze di sangue fresco, cercammo in tutti i modi di risolvere la faccenda senza far intervenire l’aviazione.
Fallimmo.
Tra le tre e le quattro del mattino della quinta notte due squadroni di Hind attaccarono simultaneamente il centro abitato da nord e da sud. L’assalto durò tre ore, gli elicotteri corazzati vomitarono l’inferno sul villaggio assediato, in seguito si disse che il rombo dei razzi era stato udito fino a Grozny.
Alla fine settantatre uomini restarono sul campo, l’intero gruppo SOBR fu cancellato dal terreno, quindici uomini dello Spetsgruppa Vympel furono catturati e torturati a morte sulla piazza principale del villaggio, sentii distintamente le urla di mio fratello Sergey che supplicavano la morte ai suoi aguzzini.
Dopo l’attacco degli elicotteri nessun essere vivente riemerse da Pervomaiskaia.
Collegamento.
I ricordi si aggrappano alle pareti del cuore, assetati di sangue fresco.
Per quale assurda ragione eravamo là allora.
Per quale motivo siamo qui adesso.
Respiro a fondo per frenare l’impulso di mettermi a correre nella strada deserta, lontano da tutto questo, lontano.
Arkady mi tende qualcosa con la mano guantata, da sempre mi legge come un libro aperto, in quel villaggio daghestano la mano putrefatta della morte si è posata sulle nostre spalle e non ci ha mai più lasciato.
Indosso l’intercom tattico Bosch sopra il passamontagna e assicuro la piccola scatoletta nera al cinturone, la mia mano si chiude su una delle due granate a frammentazione, cose cattive.
L’apparire del maggiore dell’MVD rompe la silenziosa tensione del team, viene avanti sorridendo a tutta mascella, porta piantato sulla testa il Shapka Ushanka, l’enorme colbacco di pelo in dotazione all’Armata Rossa. A vederlo così sembra un tranquillo zio di provincia, di quelli che ti portano al circo il sabato pomeriggio. Chissà se il caro maggiore era a Tbilisi nel ‘89 quando gli Oznaz del capitano Spiridonov massacrarono più di cinquecento civili per le strade georgiane.
Corpi per le strade.
“Zio Vanja” si piazza davanti ad Arkady che sta indossando un visore notturno, non sta più nella pelle, vuole Federowskij in catene alla prima edizione del telegiornale del mattino.
-Capitano spero che le mappe fornite dalla milizia fossero sufficientemente accurate.
-Lo erano.
-Posso sperare in un completo successo dell’azione?
Arkady sospira sotto il passamontagna, dato che ha esposti solo gli occhi il suo respiro che si condensa nell’aria gelida sembra scaturire dal nulla.
-Ci sono buone probabilità che riusciamo a catturare il suo siberiano, sempre che i suoi scagnozzi non si siano fatti beccare a gironzolargli sotto le finestre, maggiore.
Si irrigidisce stizzito
-Escludo totalmente qualsiasi interferenza da uomini dell’MVD, pensi a fare il suo dovere capitano.
-Non dubiti signore.
Si gira verso di noi.
-Team Alpha abbiamo studiato questo assalto con precisione, sapete cosa fare, è ora di guadagnarsi la paga.
Stringo il sottogola del kevlar e inserisco il primo colpo in canna, spilli infuocati si impadroniscono del mio stomaco, un leggero vento di ponente comincia spazzare il viale deserto.
Siamo fortunati, il palazzo dove vive la madre di Federowskij è il primo sul retro della cittadella popolare, le finestre dell’appartamento danno solo sulla strada, possiamo entrare senza essere visti e senza dover attraversare l’immenso cortile di cemento completamente allo scoperto. Senza concedere il minimo rumore entriamo nell’enorme atrio, il buio è fittissimo ma tutto il team indossa i visori, il consueto paesaggio verde malato si affaccia davanti ai miei occhi.
Qua e là i muri grigi presentano vaste chiazze di umidità, la gomma industriale che ricopre il pavimento presenta ampi squarci slabbrati dai quali zampettano velocissime all’esterno numerose blatte che corrono a ripararsi nelle spaccature delle colonne portanti. Prima di imboccare la porta che dà sulle scale condominiali Boris unge accuratamente i cardini, ha vissuto per troppo tempo in case come questa per non conoscerne i segreti.
Arkady guida la fila, appoggia lentamente gli anfibi sui gradini luridi cercando di evitare le lattine vuote di Pilsner gettate fin quaggiù dalla tromba delle scale.
Siamo in quattro e sudiamo come se fossimo a Cuba a godercela su qualche spiaggia con un bel sigaro in bocca, il caporale Fedoseyev si è appostato davanti alle finestre del mostro strisciando come un verme tra le macchine parcheggiate, comunica nell’intercom che è in posizione, la carabina è piazzata ma non vede niente attraverso le spesse tende che ricoprono i vetri della tana.
Secondo piano, palazzo 7A, appartamento 9.
Raggiungo per ultimo i miei compagni che stanno accosciati ai lati della porta, Arkady impugna la pistola da buon ufficiale, Piotr e Boris spostano quasi contemporaneamente il selettore in full-automatic delle mitragliette, pronti a sgranare qualcosa come novecento colpi al minuto.
Tocca a me.
Il Malysh è pesante tra le mani, esamino la porta scheggiata, faccio un cenno ad Arkady, niente Semtex questa volta, un calcio la staccherà dai cardini come cartapesta.
Cose cattive.
Arkady alza la mano guantata e la richiude a pugno con forza, impercettibilmente colgo uno sguardo verso la mia direzione ma forse è solo un’impressione.
Si fa indietro di un paio di passi e poi vibra un potente calcio formando un perfetto angolo retto con l’altra gamba. La porta viene giù con un tonfo attutito da una montagnola di rifiuti che ingombra la piccola anticamera, Piotr e Boris lanciano all’interno due flash-bang. Restiamo ai lati degli stipiti mentre due incredibili tuoni seguiti da due lampi accecanti paralizzano l’intera scena per una frazione di secondo. Il capitano scivola all’interno pronto a colpire, tiene davanti a sè l’automatica protesa a due mani, Ivan lo segue con la KEDR piantata sulla spalla destra, io e Boris nell’atrio sprofondiamo con gli anfibi in uno spesso tappeto di rifiuti organici e non. Il soggiorno del piccolo appartamento si apre davanti a noi nel silenzio assoluto rotto solo dai respiri affannati, una lampada rompe gli equilibri fotocromatici dei visori che vengono fatti scorrere sul collo.
Cose vive.
Jorg Federowskij è seduto a gambe incrociate in mezzo alla stanza dandoci le spalle, è un uomo gigantesco, sebbene sia seduto sul pavimento la sua testa rasata e lucida di sudore sorpassa di almeno mezzo metro l’altezza di un piccolo tavolo appoggiato ad una parete, le braccia gonfie di muscoli sono intrise di sangue fino alle ascelle, apparentemente non ha risentito in alcun modo degli effetti delle granate stordenti.
-JORG FEDEROWSKIJ, sei in arresto. Sdraiati sul pavimento a faccia in giù e non provare neanche a respirare!
L’urlo di Arkady mi trova impreparato, sussulto per il leggero spavento ma quando mi giro verso la piccola cucina l’abbraccio della morte mi cinge ancora una volta.
Probabilmente quello che abbiamo di fronte era una volta un corpo di donna, sento Boris che mormora qualcosa mentre si fa il segno della croce ortodosso, Ivan è impietrito, Arkady riesce solo a mormorare un secco “CristodiDDio.”
E’ stata inchiodata a croce ai pensili di plastica del cucinotto, dalle mani spuntano gossi chiodi arrugginiti da carpentiere, la lingua nerastra sporge dalla bocca per almeno un palmo, gli occhi della donna sono stati strappati a forza e gettati con noncuranza sul piano di ceramica del lavandino. Dal collo in giù il corpo è solcato da una profonda U capovolta che parte dal fianco destro e si interrompe sul sinistro, l’intera cassa toracica della vittima è rovesciata in avanti, il suo contenuto è sparso sul pavimento. Il sangue è letteralmente ovunque, gli occhi della signora Federowskij ci osservano inespressivi mentre cerchiamo di trattenere lo stomaco.
Passano almeno un paio di secondi prima di renderci conto che abbiamo completamente dimenticato il siberiano, di scatto torniamo a puntare le armi su di lui, è rimasto totalmente immobile a godersi la scena e per la prima volta gira la testa verso di noi. Sorride decisamente nella semi oscurità, i denti sporchi di sangue mandano riflessi giallastri, lunghi rivoli di bava scendono a bagnare la canottiera tesa allo spasimo dai pettorali ipertrofici. Apre la bocca emettendo un lungo sospiro annoiato poi fissa Arkady e comincia a canticchiare.
-Coooose cattiiiiive, coooose viiiive.
Il capitano crolla all’istante, tende le braccia in avanti e mentre comincia a tirare il grilletto della PSS urla come un ossesso tutto il suo odio, il suo terrore.
Mi sorprendo a pensare alla faccia di “zio Vanja” quando dovrà mostrare al telegiornale una carcassa bucherellata dai full metal jacket.
Tutto questo non avviene, l’uomo balza di lato con una velocità sorprendente e prima che il team Alpha possa abbozzare un’ulteriore reazione si lancia dalla finestra sfondando il vetro ghiacciato.
Arkady continua sparare e rapidamente finisce i quindici colpi del caricatore, ci precipitiamo verso la finestra mentre una decina di tonfi secchi cominciano ad abbattersi sulla parete esterna della casa, Ivan ha dato la parola alla carabina, il capitano gli urla di cessare il fuoco e si sporge dal davanzale, i vetri coprono l’asfalto sottostante.
Federowskij è svanito nel nulla.
In un attimo siamo in fondo alle scale, Ivan ci viene incontro tenendo la carabina puntata verso il buio dell’enorme atrio del palazzo, ha dipinto in faccia il dispiacere del bambino che ha visto rompersi il giocattolo più bello.
-Mi dispiace capitano è esploso fuori dalla finestra come il tappo di una bottiglia, non ho fatto in tempo a colpirlo, quelle maledette tende mi inpedivano la visuale interna.
Arkady ha il fiatone ma sembra avere il controllo della situazione.
-Non è colpa tua, hai visto se dopo l’atterraggio fosse ancora intero? Aveva qualche ferita visibile? Caporale! Mi stai ascoltando?
Ivan sembra aver realizzato solo ora qualcosa di sconvolgente.
-Io….io…è saltato giù ed è atterrato in piedi, mi ha guardato sorridendo e poi si è diretto verso i sotterranei dove ci sono le caldaie e i locali cantine, è atterrato in piedi, dal secondo piano, Cristo Santissimo.
Cose cattive, cose vive.
-Respira a fondo caporale, Tostyakov rimani qui con Ivan. Boris, Jaak, seguitemi, andiamo a prendere quel figlio di puttana.
Arkady sembra avere riacquistato la calma, indossiamo di nuovo i visori e ci dirigiamo verso la porta di metallo arrugginito dei seminterrati, la porta è spalancata, un’immensa caverna sprofondata in un buio primordiale si apre davanti a noi. Il capitano si rivolge a Boris che punta la KEDR verso il buio.
-Lyubersty, piazzati qui, non voglio che esca nessuno, se senti dei passi in uscita chiedi conferma una sola volta poi scarica tutto il caricatore, intesi?.
Boris annuisce con forza e si piazza accosciato dietro ad una colonna che fronteggia la porta.
Gli occhi di Arkady si piantano nei miei ancora una volta.
-Staniamo quel maledetto Jaak, io e te come in Daghestan. Te la senti?
La mia voce suona leggermente stridula ma cerco di non far notare all’ufficiale che ormai gli spilli nello stomaco si sono trasformati in carboni ardenti.
-Forza capitano, andiamo a prenderlo.
La bocca dell’inferno è immersa in una vaga idea verdastra di spazio ingombro di tubature, grossi cassoni metallici e pigne altissime di sacchi della spazzatura che mandano un tanfo insopportabile.
Arkady si muove attutendo al massimo la pressione degli anfibi sul pavimento intriso di umidità, lo seguo coprendogli le spalle con il calcio metallico dell’AKS saldamente ancorato alla spalla, creature vive trotterellano nell’oscurità causando un leggero scalpiccio che si confonde con il rumore smorzato nei nostri respiri.
Aggiriamo lentamente tutti gli ostacoli che troviamo sulla nostra strada, ad ogni caldaia il capitano mi fa segno di coprirlo da un paio di metri, poi si abbassa quasi al livello del pavimento e gira di scatto l’angolo buio puntando la PSS.
Proseguiamo per un centinaio di metri, dietro l’ultima pigna di rifiuti scopriamo un’altra porta che dà sul corridoio dove iniziano le cantine.
Entriamo appoggiando lentamente un piede dopo l’altro, un passo dopo l’altro, un respiro dopo l’altro.
L’odore è quasi insopportabile, al puzzo dei rifiuti si è aggiunto qualcosa di diverso, qualcosa che ho già sentito in un altro luogo, sui moli dei pescatori di Sebastopoli dopo una notte particolarmente fortunata. Oltre a questo un rumore strano gonfia l’oscurità, come il contrarsi di una vela al riparo del labirinto dei corridoi.
Cose vive.
Arkady è fermo.
Tiene la mano guantata di nero chiusa a pugno, mi congelo e attendo senza respirare.
La causa dello stop è a circa un centinaio di metri da noi e brilla di una luce fioca e traballante, ancora una volta i visori scivolano sotto il mento, lasciamo qualche secondo ai nostri occhi per abituarsi all’oscurità e riprendiamo la strada.
Ora la luce è ben visibile, anche gli strani rumori sono più udibili, ci avviciniamo alla fonte di tutto questo con esasperata lentezza, con l’indice della mano destra sfioro per la millesima volta la sicura del Malysh e per la millesima volta scopro che il mitra è pronto a sparare in automatico. L’angolo è cieco, la mano del capitano apre tre dita, mi preparo allo sbalzo finale.
Due, uno.

Piccole ombre guizzano lungo le pareti, limpide schegge di luce che rimbalzano, scivolano, accarezzano gli angoli persi, dimenticati.
Intorno, tutto intorno a questo nulla polveroso, loro.
Le ossa.
Ammassate lungo le navate di cemento, incastonate come perfetti rubini, screziate dai residui di carne mummificata, lacerata.
L’ultima cattedrale è enorme, muovo passi incerti verso il chiarore che scorgo in fondo. Le ossa ci fanno compagnia, scrutano dalle nicchie, urlano mute dalle colonne altissime allineate lungo il perimetro squadrato, appaiono improvvisamente dagli angoli morti, dalle aperture cieche.
Ricoprono interamente ogni singolo spazio dell’androne.
Ossa, umane.
Lui è qui.
Jorg Federowskij ci sta spettando. Adesso quello strano odore di anguille appena pescate mi penetra le narici scavandosi una via fino al cervello. Lo spiazzo è illuminato da due bottiglie di Smirnoff sulle quali aderiscono candele nere. Le ossa formano due cataste biancastre, alcune hanno ancora brandelli di carne marrone che pendono dalle articolazioni.
Barriere.
Costruite nella mente, create dal cervello per impedire di precipitare in baratri senza fondo, semplici appigli per ancorarsi alla realtà di ogni giorno, cercare, frugare in ogni angolo per trovare qualcosa di simile, qualcosa di già visto.
Semplicemente non riesco a mettere in moto il mio pensiero. Siamo sul confine e Arkady sta già oltrepassandone la linea, senza possibilità di guardarsi alle spalle.
Il rumore di vela proviene da dietro la schiena del mostro, due larghe ali membranose hanno sfondato il leggero tessuto della canottiera e sporgono verso l’alto ciascuna di un paio di metri, grossi capillari spessi un dito le attraversano pompando sotto la superficie un liquido nerastro.
Dai lati del torace della creatura denudata si agitano nell’aria malsana due paia di arti ricoperti da una lucida pelle delicata e rosea, gli arti finiscono con quattro rostri simili a becchi di rapace, quando si flettono lentamente verso di noi le giunture provocano degli schiocchi secchi, un suono che capisco mi perseguiterà per tutta la vita.
Incredibilmente la testa della creatura è rimasta quella del siberiano, lentamente alza lo sguardo verso Arkady e mentre rivoli di bava giallastra gli scendono lungo il corpo madido ringhia deciso.
-COSE VIVEEEEEEEEE.
Il capitano si gira verso di me, non capisce, non riesce a capire cosa lo ha spinto oltre il confine della follia, ma i suoi occhi sono lontani, abbassa le braccia inerti e cade in ginocchio davanti al mostro, poi, letteralmente, va in pezzi.
Con un guizzo la creatura protende gli artigli e lo colpisce al petto sfondando il kevlar appena sotto le spalle. Arkady non urla neanche, rovescia la testa all’indietro cercando ancora una volta di sapere, ma viene sbattuto con forza distruttiva contro il cemento del corridoio.
Mi accorgo solo ora che ho alzato istintivamente il Malysh verso la scena ma prima che possa premere il grilletto la creatura ha disteso ancora una volta uno degli arti, con un violento colpo mi fa saltare di mano il mitra, poi gli occhi di Federowskij-mostro si aprono sulla mia mente.
Pervomaiskaia.
L’incubo assale violento, assoluto.
Pile di cadaveri dati alle fiamme, bambini fatti a pezzi con le baionette, elicotteri che smembrano corpi in mezzo alle strade vomitando torrenti di fuoco dai cannoni rotanti.
Un appiglio, una possibilità per non passare il confine. Cerco sulla schiena sudata, trovo l’impugnatura di cuoio rigido.
Kukri.
Machete rituale nepalese, l’attrezzo dimenticato di un popolo dimenticato nel tempo.
La pesante lama azzurrina fende l’aria con un sibilo malefico, il rito vuole che il Kukri sia estratto solo per essere bagnato di sangue, così è sempre stato, così deve avvenire.
L’urlo che mi scaturisce non ha più niente di umano.
Attacco frontalmente, devo fare in modo di non tornare più in Daghestan, non POSSO più tornare in quel villaggio. La creatura è sorpresa, non ha mai subito una reazione di questo tipo, ha un potere fortissimo ma questa volta non riesce a sfruttarlo al meglio.
Con un balzo penetro all’interno del suo spazio vitale prima che riesca a scattare, mi concentro sulle “braccia” tirando colpi terribili al corpo che si contorce con spasmi violentissimi.
Urla di dolore ma riesce lo stesso ad afferrarmi con gli arti umani la base del collo, dai lati del tronco le ferite sprizzano un liquido maleodorante che mi offusca la vista, il mostro mi solleva di mezzo metro dal terreno, il suo respiro fetido m’innonda il viso, sento distintamente il contrarsi delle vertebre cervicali, quando sto per perdere i sensi alzo il Kukri a due mani e colpisco, colpisco, colpisco.
La testa della creatura svanisce in una nuvola di liquido che sprizza da ogni parte.
Colpisco, colpisco, colpisco.
Non so esattamente per quanto dura, quando riesco a riprendere il ritmo del respiro sento una voce che mi chiama nell’oscurità, Boris ha sentito gli urli e si avvicina velocemente. Tengo ancora stretto in pugno il Kukri sollevato sulla creatura che giace scomposta ai miei piedi, orride ferite diagonali le solcano il cranio spaccato, due dei quattro artigli sono stati troncati di netto dalla pesante lama del machete.
Mi avvicino al viso della bestia, le ferite mostrano larghe sezioni della mascella perfettamente umane, gli occhi del siberiano sono congelati in un’espressione di furia assoluta. Un rantolo scuote la mia attenzione, Arkady cerca in tutti i modi di comunicare, mi avvicino a lui, le sue condizioni lasciano poco spazio ai dubbi, la cassa toracica è completamente sfondata, ogni respiro provoca un fiotto di sangue dalla bocca.
Appoggio l’orecchio alle sue labbra la voce mi giunge da un luogo lontano da ogni tempo e spazio.
-Jaak…Jaak ricorda, non esitare mai, io ho visto altri esseri come questo, LI HO VISTI in sogno. Promettimi che non esiterai, promettilo sergente.
Mi stringe il kevlar con le mani in un ultimo spasimo, non posso tradirlo, annuisco lentamente, il capitano Arkady Kalinichenko muore con un sorriso sereno sulle labbra insanguinate.

Oggi.

Rumore.
Come un leggero raschiare su una superficie ruvida.
Il bicchierino di vodka cristallina scorre verso di me, spinto dalla mano del caporale Fedoseyev.
Ivan ha lo sguardo stanco, la barba lunga assolutamente fuori ordinanza per qualsiasi altro militare della Rodina, non per noi che abbiamo visto in faccia cosa è cresciuto nel ventre molle della Russia, creature da incubo generate dall’odio e dalla povertà, nascoste tra le pieghe del cambiamento.
“Zio Vanja” non ha avuto il suo show, uno scarno comunicato ufficiale ha annunciato l’uccisione del mostro di Irkutsk in un palazzo moscovita, avvenuta grazie alle decisive indagini del ministero degli interni.
Il cantante è passato a un patetico medley di canzoni dei Beatles, gruppi di militari seduti ai tavoli ricoperti di formica verde mandano sbuffi di fumo grigiastro verso il soffitto. In mezzo a noi, posato sotto le bottiglie mezze vuote, un fascio di moduli per il rapporto ufficiale attende che qualcuno abbia il coraggio di riempirli. Alzo per l’ennesima volta lo sguardo verso i miei compagni, poi lentamente spengo la sigaretta sui fogli schiacciandola con forza.
Il team Alpha attende la visita di un nuovo capitano.

Drink loud drink proud

birrificio-lambrate-milan-(by-birrificio-lambrate)

C’erano:

  • Il Pinza e la borsa frigo
  • Il Granducato di Lambrate
  • Ragazze bionde, ragazze brune, insomma ragazze
  • Le Harley
  • Gli Harleysti brizzolati con i figli
  • Tanta birra
  • La fine del Barcellona
  • Quella testa di cazzo di CR7
  • I numeri 10 di una volta
  • I tifosi dell’Olimpia
  • La pallavolo femminile, tutta roba soda
  • I Tool e i concerti quelli di una volta
  • Il Poli sullo sfondo con tutti i ricordi appesi
  • L’accendino che manca
  • I cessi dove succedono robe strane
  • I buttasopra al marciapiede
  • L’Australia e i figli
  • La Lombardia e le mogli
  • Il cuore che si permette pessimi scherzi
  • Tutti i locali dove si mangiava, si ballava, si ascoltava buona musica.

Insomma tutto quello che serve per un’ottima serata.
Bella bro, lo rifacciamo.

E inoltre II (bloodshower)

 

 

 

 

 

 

Mangi male, dormi male e ci fosse una cazzo di volta in cui non anticipi la sveglia.
Una sola porcaputtana.
Due Voltaren per gli avambracci che al venerdì sembrano urlare di voce propria.
“Ma sei sicuro di non voler fare proprio niente, insomma è una data importante nella vita di chiunque”
“Sono sicuro”
“Sei triste dentro, non ti sopporto”
La persona che divide con te metà materasso dovrebbe capirti non insultarti a ogni pretesto, suppongo.
Tutto questo sole e la primavera che scoppietta e non riesco a farmene una ragione.
Quale cazzo è il motivo, cosa c’è di sbagliato dentro.
Insomma provi a fartene una ragione, cercate di capire, sono sempre stato un fottuto caterpillar, sempre.
I palazzi che intralciavano li ho sempre buttati giù, sono fatto così. Spostati fammi vedere che cazzo c’è oltre, spostati.
Il problema è che iniziano a mancarmi le cose da spostare, no è diverso, le cose da spostare sono sempre più pesanti e intravedo il fondo del vicolo.
Per cui gran parte del problema è sempre il solito, un cazzo di cul de sac in cui sei precipitato facendo finta di niente.
Insomma c’è un cecchino che mi cerca, regolarmente m’inquadra nella focale, poi però quando spara decide di farmi solo sentire il fischio del proiettile vicino alla tempia.
Io mi giro per lo spavento e lui ride.
Cristo santo.
Però tu sei quello alto, grosso e che si sposta se il mondo cade.
Ecco, questo è quello che dicono di me.
Non ho sbagliato tantissimo nella vita, ho sbagliato completamente tutto quello che riguardava il mio cuore.
Completamente.
Non male.
E adesso è tardi.
Come si convive con “è tardi”?
Vorrei saperlo.
Per l’imminente mezzo secolo vorrei regalarmi ancora almeno dieci anni di vita serena, non chiedo troppo.
Vorrei regalarmi il tempo e le forze mentali per scrivere un libro, il tempo e le forze mentali per mandare affanculo davvero, poi la grinta terminale di riderne senza badare alle conseguenze.
Mi spiego meglio, se tutto il fottuto universo ti considera una persona calma, ragionevole, che difficilmente perde il controllo; io inizio a essere davvero terrorizzato dalla bestia che sta raccattando forza dentro di me.
Perché la bestia prima o poi, la strada per sfondarti lo stomaco come Alien, la trova.
Ed esce.
Sempre.

E inoltre.

 

 

 

 

 

Joker

Le regole, quello che ci si aspetta che tu faccia, quello che ci si aspetta che tu voglia, quello che ci si aspetta che tu SIA.
Dov’è la chiave dell’armadio degli esplosivi?
Cosa sei disposto a fare per la libertà?
Scegli.

 

Cohiba Siglo Primero

È una fiammata azzurrina, ad ogni colpo d’ossigeno si alza creando l’immagine di una strana fenice danzante, profumata.
L’aroma acre del sigaro si fonde alle note librate nell’atmosfera rovente del locale, piccole gocce chiare, umide, rigano il bicchiere ricolmo fino all’orlo di Jack Daniel’s single barrel.
Ghiaccio, color miele di acacia scuro, fumo pieno, corposo.
E lei.
Depongo con calma il fiammifero nel portacenere di metallo sbeccato, attraverso le lenti scurissime trattate al solfato d’argento degli occhiali da roccia, un cielo viola scuro che esplode dall’ampio finestrone. Il cuore agganciato alla musica diffusa dagli altoparlanti che scricchiolano ad ogni accordo di chitarra.
Le dita di Steve Ray danzano sulle corde della Fender, Little Wing sale alta nel cielo, bussa alle dannate porte del paradiso, ci scommetto.
Lei ancora, nella mente, nel corpo, giù giù fino in fondo all’anima nera che mi strappa la carne ad ogni sussulto del cuore, ad ogni piccolo tocco delicato sul polso sinistro della mano allungata, morbida di un calore assoluto, animale.
Lei che mi osserva da dietro occhi d’ambra chiara, purissima, assaporando l’ennesima Camel, sfiorando con l’altra mano l’impugnatura della Walter PPK appoggiata con noncuranza sul tavolo di legno lercio, spaccato di fessure profonde.
Nessuno, proprio nessuno sembra notare la grossa automatica in bella vista o forse più semplicemente hanno deciso di non farci troppo caso, puzziamo di federales lontano un miglio e questo è un fatto.
Il violento temporale cubano scatena tutta la sua potenza all’orizzonte, riempie di saette azzurre la superficie del mar dei Caraibi, agita le onde impazzite di vento teso, pericoloso.
Dentro, ributtata in circolo dalle pale che ruotano lente sul soffitto, l’aria umida si appiccica addosso, strofina umori pesanti di curry e pesce fritto, mi costringe a fissare una microscopica goccia di sudore che le scivola lentissima dal profilo arcuato del labbro superiore, fino ad accarezzare la pelle levigata del collo.
Dentro siamo noi e l’attesa.
Lavoriamo per la DEA da otto anni, da tre facciamo coppia fissa, da uno andiamo a letto assieme dopo esserci spogliati di tutto.
Ricordo la prima volta, come se fosse ieri.
La presi in piedi da dietro, le sue mani appoggiate aperte come per una perquisizione alla parete del furgone di sorveglianza, un caldo torrido stantio di sigarette e hamburger, gli strumenti di controllo che gracchiavano onde corte nel buio azzurrino di led.
Osservo le dita curate, il piccolo tatuaggio sul polso, il Cartier d’oro bianco, la camicetta nera che la fascia come una seconda pelle, i jeans stinti, gli stivali pitonati. Rimbalzo sul suo sorriso bianco, pieno di promesse e sulla leggera tensione nervosa che le fa sfiorare ogni tanto il labbro inferiore con un’unghia arrotondata.
È un’operazione d’infiltrazione pura e semplice.
Due poliziotti, tanto, tanto denaro, qualcuno disposto a sborsarlo.
Prima di noi ci sono stati Frank Welsh, trovato aperto in due da una sega a catena Caterpillar, Loyd Ennis, che non potrà più nutrirsi se non attraverso un sondino nasogastrico e molti, troppi altri, durante tutti gli anni della lotta ai vari cartelli sudamericani.
Ma noi due siamo i migliori e ci hanno voluto con tutte le loro forze.
-Eccoli.
La voce come un sussurro sospirato, leggermente roca di troppo tabacco e molto sonno arretrato, disperatamente eccitante.
-Li ho visti.
Seguo con la coda dell’occhio il movimento all’ingresso del locale.
Sono in due, si sono piazzati ai lati della porta e scrutano come falchi la penombra schizzata di colore. Numero uno indossa un vestito di lino Armani crema chiaro molto ampio, a nascondere l’enorme corporatura e vari rigonfiamenti che si notano appena. Baffi impomatati e colorito olivastro completano il quadretto.
Numero due si sbatte una Polo Ralph Lauren rosa come il culo di un neonato e pantaloni di seta cruda verde, alla faccia del camuffamento impugna una Smith Magnum 44 con canna da otto pollici. Un’arma esagerata, sfrontata, chiassosa oltre ogni limite, soffoco un brivido, una vera e propria dimostrazione di potere assoluto.
Basta un’occhiata di puro mestiere al nostro tavolo, numero uno estrae un compatto talkie Bosch e mormora un paio di parole smozzicate, poi i due scagnozzi prendono posizione all’unisono e cominciano a tener d’occhio ogni singolo centimetro del bar.
-E sono quattro.
Indice sulla sicura della Walter, una carezza sinuosa, la Camel che si frantuma nel posacenere, rapida impercettibile danza della lingua sulle labbra.
Jorge Daniel Allende, colonnello dell’esercito di Fidel avanza sicuro facendo scricchiolare il pavimento di legno sotto i mocassini Gucci. Alle spalle l’ombra decisa del suo luogotenente, Samuel Reintz ex delta force, passato dalla parte dei cattivi dopo l’offerta di uno stipendio che si avvicina ai quattro milioni di dollari l’anno. Fonti del ministero del tesoro.
Allende afferra una sedia con aria schifata, un sorriso enorme stampato sulla faccia da pappone ripulito.
-Hola hombre…
Afferra con la mano grassoccia la destra di lei, si protende in un baciamano unto, l’anello d’oro ha inciso uno scorpione in una grossa giada. Sporgendosi le regala un’occhiata colma di desiderio, gli occhi guizzano come quelli di un crotalo pronto al balzo.
-Senora, è sssempre un piacere rivederla.
Lei ritrae la mano e l’appoggia con noncuranza sulla pistola, Allende nota il gesto e soffoca un sorriso divertito.
-Sempre pericolosi come serpenti voi due.
Si rialza di scatto ed estrae un enorme sigaro da una tasca interna, l’angelo custode ci osserva dal bancone, la mascella è tesa, scolpita di nervi pronti a scattare al minime segno di pericolo.
Qualcosa.
Impercettibile.
Sinistro.
-Vogliamo parlare d’affari?
Sorride ma il suo sorriso non raggiunge mai gli occhi nerissimi. Ancora quella sensazione, una brutta caverna al centro del petto, piccole gocce a scivolarmi lungo la schiena, frammenti di tempo che impercettibilmente cristallizzano la scena.
-Cos’hai da proporre colonnello?
Metto un disprezzo infinito sul “colonnello”, se ne accorge, il sorriso diventa ghigno.
-Pare che qui abbiamo due sbirri a cui la paga del ministero non basta più, domanda, offerta, le leggi del marcato sono sempre quelle, es correcto hombre?
Non mi piace, non mi piace, non mi piace.
Lei è immobile, lo fissa con noia studiata.
-Prima però un piccolo esperimento di fisica, se non vi dispiace.
Eccolo il fottuto campanello d’allarme, eccolo. Alza la mano destra, Reintz si materializza al mio fianco, la pressione di un’arma di grosso calibro alla base del cranio m’inchioda il respiro sul nascere, lentamente riesco a far scivolare la mano destra verso la tasca dei pantaloni militari.
La mia voce è comunque fredda, controllata.
-Colonnello non mi sembra un buon inizio per un rapporto d’affari, vero tesoro?
Ora gli scorpioni hanno decisamente trovato un punto preciso per infilare gli aculei, sento le zampette che si agitano a metà della colonna vertebrale.
Lei sorride.
Lontana.
Svanita chissà dove.
La mano che abbandona la Walter e ricomincia a tormentare il labbro.
Abbandona la Walter.
Allende ora ha in mano un curioso oggetto di plastica nera, grosso come un accendino, due piccoli led sul davanti, uno verde, uno rosso.
Rilevatore di onde radio Blaupunkt G-9, fottuta tecnologia made in Europe del cazzo.
Me lo punta contro, il led rosso vive all’istante.
Fregato.
Mi afferra la camicia di jeans in una morsa infuriata, i bottoni scattano uno dopo l’altro, agganciato al petto il microtrasmettitore è solo una conferma di cosa sta per succedere.
Poi, l’inferno è tra noi.
All’interno della tasca faccio scattare la sicura della flashbang, granata stordente dotazione esercito degli Stati Uniti.
L’impatto sul pavimento è dolce come la carezza di un amante, un semplice tack accompagnato da un leggero strisciare di plastica dura.
Prima viene il tuono, un fischio assordante ben oltre la soglia del dolore, con un movimento fluido faccio scivolare la testa all’indietro e afferro il polso dell’americano che barcolla portandosi una mano all’orecchio.
Subito dopo il lampo.
Luce.
Assoluta.
Gli occhiali ad alta protezione mi permettono di staccare dalla sedia e portare la mano sotto la camicia, intorno, tutto intorno, marionette impazzite.
Lei è piegata in due, gli occhi stretti stretti, le mani sottili a riparare le orecchie, la bocca spalancata in un urlo muto.
Estrarre, dieci, dodici secondi al massimo di possibile autonomia. La Beretta Cougar appare virata verso una tinta blu, scintillante di rapidi scatti assorbiti.
Appena un attimo tardi.
Reintz è teso in avanti, una tozza bocca da fuoco in metallo brunito abbaia nell’aria assordata, sette, otto colpi in rapidissima successione, una qualche strana mitraglietta a tiro ultrarapido.
Uno dei proiettili mi perfora il femorale sinistro, la gamba comincia a pulsare all’istante, inizio a perdere l’equilibrio mentre l’automatica mi sussulta tra le mani.
Numero uno cade avvitandosi attorno ad una colonna, lo spruzzo di sangue impatta su numero due che centra un cameriere impalato sulla linea del fuoco. Il ruggito della Magnum si spande ancora due volte, prima che i miei calibro nove la mettano a tacere per sempre.
Allende è crollato all’istante, non osa muoversi, non osa respirare, frigna un “no me mata por favor” ogni due o tre secondi, il suo mastino è ben diverso, carne da prima linea purissima.
Si muove flettendo le ginocchia per assorbire il rinculo dell’arma, ricarica svelto, senza abbassare lo sguardo neanche per un decimo di maledetto secondo.
La cerco, con gli occhi, con il corpo, con tutto me stesso.
Ha un ginocchio piantato per terra, al riparo del bancone, una presa decisa sull’impugnatura della pistola a due mani, da manuale.
È sbagliato, è sbagliato uomo, tutto sbagliato, la canna, la maledetta canna dell’automatica tedesca è puntata verso il pavimento e lei, ferma, immobile, impassibile.
Inserisco l’ultimo caricatore e urlando come un ossesso mi butto addosso al gorilla che non si aspetta una follia del genere, la gamba mi cede al secondo passo, più o meno nell’istante in cui lui riallinea la percezione sul mio baricentro.
Barcollo verso sinistra, lo vedo impreparato, cadendo sparo tre volte, l’ultimo tiro gli fa esplodere la gola.
È Cuba e gli sbirri di Fidel si avvicinano facendo urlare le sirene, le sento ancora in lontananza mentre i bossoli di ottone danzano sul pavimento.
E ora siamo noi.
M’inginocchio di fianco a te, hai il viso stanco, con la coda dell’occhio colgo il movimento strisciante del pappone ripulito.
Non me ne frega niente, non mi frega più un cazzo di niente.
Piccoli diamanti ti scintillano sulle guance.
-Dimmi che l’hai fatto per noi, dimmi che mi hai voluto tenere segreto tutto e ad un certo punto mi avresti semplicemente fatto capire che era tutto un bluff per fregarli, dimmelo…
Rimani zitta, le mani abbandonate sulle cosce, quel maledetto ambra chiaro inchiodato dentro di me. Ho uno scatto, ti afferro la mano destra con la Walter e me la punto in mezzo alla fronte, spingospingospingo.
-Spara ora, fallo ora…perché non c’è davvero più niente che tu possa dire, dopo…dopo…questo.
Comincio a singhiozzare anch’io, ogni respiro una coltellata nella gamba, ogni respiro una parte di me che svanisce, dentro.
-Ti scongiuro spara.
Un fiore rosso disegnato da un artista pazzo si apre al centro del petto. Ti abbandoni lentamente tra le mie braccia mentre un leggero sorriso nasce dalle tue labbra profumate di tradimento. Mi giro verso la vetrata, tutti i rumori ricominciano a scorrere paralleli al tempo.
Il mostro è sospeso a pochi metri dalla veranda del locale e urla di turbine infuocate.
Agganciato con una cinghia di sicurezza alla carlinga dell’UH-60 Blackhawk, lo sniper ricarica l’otturatore e con due dita mi fa segno di uscire sulla spiaggia.
Ti faccio sdraiare con calma, le tue mani si serrano attorno al mio collo, due piccoli rivoli di sangue mi scorrono tra le dita.
-Ho paura…
Sorridi ancora e con tutta la forza possibile mi parli per l’ultima volta.
-Non aver paura, sono qui, sono qui con te…
Piccolo contrarsi dei muscoli ai lati della bocca.
-Ho freddo…
Chiudi gli occhi.

Lame di luce scintillano sulla superficie del mare in tempesta, l’elicottero militare imbarda violentemente sospinto dal vento, lo sniper ha riposto il fucile nella custodia, l’espressione del viso stravolta dalla tinta mimetica. Un attimo prima che la polizia facesse irruzione nel locale abbiamo impacchettato e caricato a forza il colonnello.
Il marine mi osserva in silenzio, poi, estrae un cohiba siglo primero dalla giacca della BDU e me lo porge, la piccola fiamma azzurrina si perde tra le correnti d’aria che scivolano attraverso il portellone.