Drink loud drink proud

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C’erano:

  • Il Pinza e la borsa frigo
  • Il Granducato di Lambrate
  • Ragazze bionde, ragazze brune, insomma ragazze
  • Le Harley
  • Gli Harleysti brizzolati con i figli
  • Tanta birra
  • La fine del Barcellona
  • Quella testa di cazzo di CR7
  • I numeri 10 di una volta
  • I tifosi dell’Olimpia
  • La pallavolo femminile, tutta roba soda
  • I Tool e i concerti quelli di una volta
  • Il Poli sullo sfondo con tutti i ricordi appesi
  • L’accendino che manca
  • I cessi dove succedono robe strane
  • I buttasopra al marciapiede
  • L’Australia e i figli
  • La Lombardia e le mogli
  • Il cuore che si permette pessimi scherzi
  • Tutti i locali dove si mangiava, si ballava, si ascoltava buona musica.

Insomma tutto quello che serve per un’ottima serata.
Bella bro, lo rifacciamo.

E inoltre II (bloodshower)

 

 

 

 

 

 

Mangi male, dormi male e ci fosse una cazzo di volta in cui non anticipi la sveglia.
Una sola porcaputtana.
Due Voltaren per gli avambracci che al venerdì sembrano urlare di voce propria.
“Ma sei sicuro di non voler fare proprio niente, insomma è una data importante nella vita di chiunque”
“Sono sicuro”
“Sei triste dentro, non ti sopporto”
La persona che divide con te metà materasso dovrebbe capirti non insultarti a ogni pretesto, suppongo.
Tutto questo sole e la primavera che scoppietta e non riesco a farmene una ragione.
Quale cazzo è il motivo, cosa c’è di sbagliato dentro.
Insomma provi a fartene una ragione, cercate di capire, sono sempre stato un fottuto caterpillar, sempre.
I palazzi che intralciavano li ho sempre buttati giù, sono fatto così. Spostati fammi vedere che cazzo c’è oltre, spostati.
Il problema è che iniziano a mancarmi le cose da spostare, no è diverso, le cose da spostare sono sempre più pesanti e intravedo il fondo del vicolo.
Per cui gran parte del problema è sempre il solito, un cazzo di cul de sac in cui sei precipitato facendo finta di niente.
Insomma c’è un cecchino che mi cerca, regolarmente m’inquadra nella focale, poi però quando spara decide di farmi solo sentire il fischio del proiettile vicino alla tempia.
Io mi giro per lo spavento e lui ride.
Cristo santo.
Però tu sei quello alto, grosso e che si sposta se il mondo cade.
Ecco, questo è quello che dicono di me.
Non ho sbagliato tantissimo nella vita, ho sbagliato completamente tutto quello che riguardava il mio cuore.
Completamente.
Non male.
E adesso è tardi.
Come si convive con “è tardi”?
Vorrei saperlo.
Per l’imminente mezzo secolo vorrei regalarmi ancora almeno dieci anni di vita serena, non chiedo troppo.
Vorrei regalarmi il tempo e le forze mentali per scrivere un libro, il tempo e le forze mentali per mandare affanculo davvero, poi la grinta terminale di riderne senza badare alle conseguenze.
Mi spiego meglio, se tutto il fottuto universo ti considera una persona calma, ragionevole, che difficilmente perde il controllo; io inizio a essere davvero terrorizzato dalla bestia che sta raccattando forza dentro di me.
Perché la bestia prima o poi, la strada per sfondarti lo stomaco come Alien, la trova.
Ed esce.
Sempre.

E inoltre.

 

 

 

 

 

Joker

Le regole, quello che ci si aspetta che tu faccia, quello che ci si aspetta che tu voglia, quello che ci si aspetta che tu SIA.
Dov’è la chiave dell’armadio degli esplosivi?
Cosa sei disposto a fare per la libertà?
Scegli.

 

Cohiba Siglo Primero

È una fiammata azzurrina, ad ogni colpo d’ossigeno si alza creando l’immagine di una strana fenice danzante, profumata.
L’aroma acre del sigaro si fonde alle note librate nell’atmosfera rovente del locale, piccole gocce chiare, umide, rigano il bicchiere ricolmo fino all’orlo di Jack Daniel’s single barrel.
Ghiaccio, color miele di acacia scuro, fumo pieno, corposo.
E lei.
Depongo con calma il fiammifero nel portacenere di metallo sbeccato, attraverso le lenti scurissime trattate al solfato d’argento degli occhiali da roccia, un cielo viola scuro che esplode dall’ampio finestrone. Il cuore agganciato alla musica diffusa dagli altoparlanti che scricchiolano ad ogni accordo di chitarra.
Le dita di Steve Ray danzano sulle corde della Fender, Little Wing sale alta nel cielo, bussa alle dannate porte del paradiso, ci scommetto.
Lei ancora, nella mente, nel corpo, giù giù fino in fondo all’anima nera che mi strappa la carne ad ogni sussulto del cuore, ad ogni piccolo tocco delicato sul polso sinistro della mano allungata, morbida di un calore assoluto, animale.
Lei che mi osserva da dietro occhi d’ambra chiara, purissima, assaporando l’ennesima Camel, sfiorando con l’altra mano l’impugnatura della Walter PPK appoggiata con noncuranza sul tavolo di legno lercio, spaccato di fessure profonde.
Nessuno, proprio nessuno sembra notare la grossa automatica in bella vista o forse più semplicemente hanno deciso di non farci troppo caso, puzziamo di federales lontano un miglio e questo è un fatto.
Il violento temporale cubano scatena tutta la sua potenza all’orizzonte, riempie di saette azzurre la superficie del mar dei Caraibi, agita le onde impazzite di vento teso, pericoloso.
Dentro, ributtata in circolo dalle pale che ruotano lente sul soffitto, l’aria umida si appiccica addosso, strofina umori pesanti di curry e pesce fritto, mi costringe a fissare una microscopica goccia di sudore che le scivola lentissima dal profilo arcuato del labbro superiore, fino ad accarezzare la pelle levigata del collo.
Dentro siamo noi e l’attesa.
Lavoriamo per la DEA da otto anni, da tre facciamo coppia fissa, da uno andiamo a letto assieme dopo esserci spogliati di tutto.
Ricordo la prima volta, come se fosse ieri.
La presi in piedi da dietro, le sue mani appoggiate aperte come per una perquisizione alla parete del furgone di sorveglianza, un caldo torrido stantio di sigarette e hamburger, gli strumenti di controllo che gracchiavano onde corte nel buio azzurrino di led.
Osservo le dita curate, il piccolo tatuaggio sul polso, il Cartier d’oro bianco, la camicetta nera che la fascia come una seconda pelle, i jeans stinti, gli stivali pitonati. Rimbalzo sul suo sorriso bianco, pieno di promesse e sulla leggera tensione nervosa che le fa sfiorare ogni tanto il labbro inferiore con un’unghia arrotondata.
È un’operazione d’infiltrazione pura e semplice.
Due poliziotti, tanto, tanto denaro, qualcuno disposto a sborsarlo.
Prima di noi ci sono stati Frank Welsh, trovato aperto in due da una sega a catena Caterpillar, Loyd Ennis, che non potrà più nutrirsi se non attraverso un sondino nasogastrico e molti, troppi altri, durante tutti gli anni della lotta ai vari cartelli sudamericani.
Ma noi due siamo i migliori e ci hanno voluto con tutte le loro forze.
-Eccoli.
La voce come un sussurro sospirato, leggermente roca di troppo tabacco e molto sonno arretrato, disperatamente eccitante.
-Li ho visti.
Seguo con la coda dell’occhio il movimento all’ingresso del locale.
Sono in due, si sono piazzati ai lati della porta e scrutano come falchi la penombra schizzata di colore. Numero uno indossa un vestito di lino Armani crema chiaro molto ampio, a nascondere l’enorme corporatura e vari rigonfiamenti che si notano appena. Baffi impomatati e colorito olivastro completano il quadretto.
Numero due si sbatte una Polo Ralph Lauren rosa come il culo di un neonato e pantaloni di seta cruda verde, alla faccia del camuffamento impugna una Smith Magnum 44 con canna da otto pollici. Un’arma esagerata, sfrontata, chiassosa oltre ogni limite, soffoco un brivido, una vera e propria dimostrazione di potere assoluto.
Basta un’occhiata di puro mestiere al nostro tavolo, numero uno estrae un compatto talkie Bosch e mormora un paio di parole smozzicate, poi i due scagnozzi prendono posizione all’unisono e cominciano a tener d’occhio ogni singolo centimetro del bar.
-E sono quattro.
Indice sulla sicura della Walter, una carezza sinuosa, la Camel che si frantuma nel posacenere, rapida impercettibile danza della lingua sulle labbra.
Jorge Daniel Allende, colonnello dell’esercito di Fidel avanza sicuro facendo scricchiolare il pavimento di legno sotto i mocassini Gucci. Alle spalle l’ombra decisa del suo luogotenente, Samuel Reintz ex delta force, passato dalla parte dei cattivi dopo l’offerta di uno stipendio che si avvicina ai quattro milioni di dollari l’anno. Fonti del ministero del tesoro.
Allende afferra una sedia con aria schifata, un sorriso enorme stampato sulla faccia da pappone ripulito.
-Hola hombre…
Afferra con la mano grassoccia la destra di lei, si protende in un baciamano unto, l’anello d’oro ha inciso uno scorpione in una grossa giada. Sporgendosi le regala un’occhiata colma di desiderio, gli occhi guizzano come quelli di un crotalo pronto al balzo.
-Senora, è sssempre un piacere rivederla.
Lei ritrae la mano e l’appoggia con noncuranza sulla pistola, Allende nota il gesto e soffoca un sorriso divertito.
-Sempre pericolosi come serpenti voi due.
Si rialza di scatto ed estrae un enorme sigaro da una tasca interna, l’angelo custode ci osserva dal bancone, la mascella è tesa, scolpita di nervi pronti a scattare al minime segno di pericolo.
Qualcosa.
Impercettibile.
Sinistro.
-Vogliamo parlare d’affari?
Sorride ma il suo sorriso non raggiunge mai gli occhi nerissimi. Ancora quella sensazione, una brutta caverna al centro del petto, piccole gocce a scivolarmi lungo la schiena, frammenti di tempo che impercettibilmente cristallizzano la scena.
-Cos’hai da proporre colonnello?
Metto un disprezzo infinito sul “colonnello”, se ne accorge, il sorriso diventa ghigno.
-Pare che qui abbiamo due sbirri a cui la paga del ministero non basta più, domanda, offerta, le leggi del marcato sono sempre quelle, es correcto hombre?
Non mi piace, non mi piace, non mi piace.
Lei è immobile, lo fissa con noia studiata.
-Prima però un piccolo esperimento di fisica, se non vi dispiace.
Eccolo il fottuto campanello d’allarme, eccolo. Alza la mano destra, Reintz si materializza al mio fianco, la pressione di un’arma di grosso calibro alla base del cranio m’inchioda il respiro sul nascere, lentamente riesco a far scivolare la mano destra verso la tasca dei pantaloni militari.
La mia voce è comunque fredda, controllata.
-Colonnello non mi sembra un buon inizio per un rapporto d’affari, vero tesoro?
Ora gli scorpioni hanno decisamente trovato un punto preciso per infilare gli aculei, sento le zampette che si agitano a metà della colonna vertebrale.
Lei sorride.
Lontana.
Svanita chissà dove.
La mano che abbandona la Walter e ricomincia a tormentare il labbro.
Abbandona la Walter.
Allende ora ha in mano un curioso oggetto di plastica nera, grosso come un accendino, due piccoli led sul davanti, uno verde, uno rosso.
Rilevatore di onde radio Blaupunkt G-9, fottuta tecnologia made in Europe del cazzo.
Me lo punta contro, il led rosso vive all’istante.
Fregato.
Mi afferra la camicia di jeans in una morsa infuriata, i bottoni scattano uno dopo l’altro, agganciato al petto il microtrasmettitore è solo una conferma di cosa sta per succedere.
Poi, l’inferno è tra noi.
All’interno della tasca faccio scattare la sicura della flashbang, granata stordente dotazione esercito degli Stati Uniti.
L’impatto sul pavimento è dolce come la carezza di un amante, un semplice tack accompagnato da un leggero strisciare di plastica dura.
Prima viene il tuono, un fischio assordante ben oltre la soglia del dolore, con un movimento fluido faccio scivolare la testa all’indietro e afferro il polso dell’americano che barcolla portandosi una mano all’orecchio.
Subito dopo il lampo.
Luce.
Assoluta.
Gli occhiali ad alta protezione mi permettono di staccare dalla sedia e portare la mano sotto la camicia, intorno, tutto intorno, marionette impazzite.
Lei è piegata in due, gli occhi stretti stretti, le mani sottili a riparare le orecchie, la bocca spalancata in un urlo muto.
Estrarre, dieci, dodici secondi al massimo di possibile autonomia. La Beretta Cougar appare virata verso una tinta blu, scintillante di rapidi scatti assorbiti.
Appena un attimo tardi.
Reintz è teso in avanti, una tozza bocca da fuoco in metallo brunito abbaia nell’aria assordata, sette, otto colpi in rapidissima successione, una qualche strana mitraglietta a tiro ultrarapido.
Uno dei proiettili mi perfora il femorale sinistro, la gamba comincia a pulsare all’istante, inizio a perdere l’equilibrio mentre l’automatica mi sussulta tra le mani.
Numero uno cade avvitandosi attorno ad una colonna, lo spruzzo di sangue impatta su numero due che centra un cameriere impalato sulla linea del fuoco. Il ruggito della Magnum si spande ancora due volte, prima che i miei calibro nove la mettano a tacere per sempre.
Allende è crollato all’istante, non osa muoversi, non osa respirare, frigna un “no me mata por favor” ogni due o tre secondi, il suo mastino è ben diverso, carne da prima linea purissima.
Si muove flettendo le ginocchia per assorbire il rinculo dell’arma, ricarica svelto, senza abbassare lo sguardo neanche per un decimo di maledetto secondo.
La cerco, con gli occhi, con il corpo, con tutto me stesso.
Ha un ginocchio piantato per terra, al riparo del bancone, una presa decisa sull’impugnatura della pistola a due mani, da manuale.
È sbagliato, è sbagliato uomo, tutto sbagliato, la canna, la maledetta canna dell’automatica tedesca è puntata verso il pavimento e lei, ferma, immobile, impassibile.
Inserisco l’ultimo caricatore e urlando come un ossesso mi butto addosso al gorilla che non si aspetta una follia del genere, la gamba mi cede al secondo passo, più o meno nell’istante in cui lui riallinea la percezione sul mio baricentro.
Barcollo verso sinistra, lo vedo impreparato, cadendo sparo tre volte, l’ultimo tiro gli fa esplodere la gola.
È Cuba e gli sbirri di Fidel si avvicinano facendo urlare le sirene, le sento ancora in lontananza mentre i bossoli di ottone danzano sul pavimento.
E ora siamo noi.
M’inginocchio di fianco a te, hai il viso stanco, con la coda dell’occhio colgo il movimento strisciante del pappone ripulito.
Non me ne frega niente, non mi frega più un cazzo di niente.
Piccoli diamanti ti scintillano sulle guance.
-Dimmi che l’hai fatto per noi, dimmi che mi hai voluto tenere segreto tutto e ad un certo punto mi avresti semplicemente fatto capire che era tutto un bluff per fregarli, dimmelo…
Rimani zitta, le mani abbandonate sulle cosce, quel maledetto ambra chiaro inchiodato dentro di me. Ho uno scatto, ti afferro la mano destra con la Walter e me la punto in mezzo alla fronte, spingospingospingo.
-Spara ora, fallo ora…perché non c’è davvero più niente che tu possa dire, dopo…dopo…questo.
Comincio a singhiozzare anch’io, ogni respiro una coltellata nella gamba, ogni respiro una parte di me che svanisce, dentro.
-Ti scongiuro spara.
Un fiore rosso disegnato da un artista pazzo si apre al centro del petto. Ti abbandoni lentamente tra le mie braccia mentre un leggero sorriso nasce dalle tue labbra profumate di tradimento. Mi giro verso la vetrata, tutti i rumori ricominciano a scorrere paralleli al tempo.
Il mostro è sospeso a pochi metri dalla veranda del locale e urla di turbine infuocate.
Agganciato con una cinghia di sicurezza alla carlinga dell’UH-60 Blackhawk, lo sniper ricarica l’otturatore e con due dita mi fa segno di uscire sulla spiaggia.
Ti faccio sdraiare con calma, le tue mani si serrano attorno al mio collo, due piccoli rivoli di sangue mi scorrono tra le dita.
-Ho paura…
Sorridi ancora e con tutta la forza possibile mi parli per l’ultima volta.
-Non aver paura, sono qui, sono qui con te…
Piccolo contrarsi dei muscoli ai lati della bocca.
-Ho freddo…
Chiudi gli occhi.

Lame di luce scintillano sulla superficie del mare in tempesta, l’elicottero militare imbarda violentemente sospinto dal vento, lo sniper ha riposto il fucile nella custodia, l’espressione del viso stravolta dalla tinta mimetica. Un attimo prima che la polizia facesse irruzione nel locale abbiamo impacchettato e caricato a forza il colonnello.
Il marine mi osserva in silenzio, poi, estrae un cohiba siglo primero dalla giacca della BDU e me lo porge, la piccola fiamma azzurrina si perde tra le correnti d’aria che scivolano attraverso il portellone.