Cosa succede in città – summer ventitredici

Mi conoscete, avete sentito parlare di me.
Il nome è sempre lo stesso, Andrea, mi chiamo Andrea Conti e faccio lo sbirro alla mobile.
Qui, a Milano.
Insomma lo sapete, alla fine lo avete imparato e cazzo, era quasi ora.
Non lo è, non lo è mai stato un mestiere per stomaci deboli, un mestiere limpido.
Tutti noi, dal primo all’ultimo abbiamo mucchietti di cenere sotto al tappeto, tutti. I poliziotti di più.
Ma.
Se vostra moglie vi punta addosso il collo di una bottiglia rotta, se la ragazzina alle nove del mattino dopo non è ancora a casa, se vi sfondano con una mazza il cruscotto dell’auto, se il vicino organizza rave ogni stronzo week end.
Se, se, se.
Chiamate noi.
Provate il 112, vi ridono in faccia, minimo i signori hanno bisogno di uno scontro a fuoco per muoversi.
Noi no, noi sbirri no.

La BMW 320 nera fa un largo giro, osservo Milano dal finestrino, lungo Piazza Della Repubblica, le luci trasparenti dei lampioni lo skyline dei grattacieli giù in fondo.
Lo skyline.
Ho bisogno di una birra ghiacciata.
Al passaggio sui binari del tram le sospensioni sobbalzano, la Sig mi tormenta il fianco con l’impugnatura di resina polimerica.
Una pistola, arma d’ordinanza.

Tutti vogliono sapere, tutti prima o poi chiedono.
Hai mai ucciso.
Tolto una vita, avuto un tizio, magari una donna lungo il profilo dell’alzo, sulla canna rigata.
Rispondo che sì, poi in genere prendo fiato alzo lo sguardo e dico sempre la stessa cosa.
E’ lavoro.
E’ semplice, se arrivo a dover sparare a qualcuno, questo qualcuno avrà messo in pericolo me e quasi sempre qualcun’altro.
Mi pagano è il mio lavoro.
Questo in genere chiude la discussione.
Per Anna era diverso, ogni volta che aprivo la porta di casa lei cercava.
Lei cercava dentro di me.
E spesso trovava.

Downtown, la chiamano così ora la zona nuova tra Garibaldi e Gioia, dicono che somigli a Los Angeles, che il modello è quello.
Bel cazzo di modello.
Intanto i trans ci sono sempre.
I trans sanno tutto di tutti e poi è semplice, ti avvicini come decine di altri, tiri giù il finestrino come tutti gli altri.
Ma subito dopo lei ti riconosce, poi in genere impallidisce perchè sa che non te ne andrai senza le risposte giuste.

Siamo stati assieme parecchio, cinque anni.
Ero a Bologna, lei faceva l’assistente all’università e io cercavo ragazzini che tagliavano coca.
Ragazzini che in facoltà fregavano i reagenti che poi usavano in cantina, in mezzo alle bottiglie di Trebbiano del nonno.
La prima volta che vidi Anna pensai fosse greca o chessò mediorientale.
Capelli neri, riccioli fino alle spalle, gli occhi nerissimi, il sorriso bianco.
Invece era calabrese, invece aveva il sangue del sud, di tutte le donne del sud.
Quando mi tasferirono a Milano alla mobile venne con me, era in gamba e la presero al Poli, fecero carte false per averla lì.
Trovammo un appartamento e provammo con tutte le forze a incrociare le nostre vite.

Le risposte sono sempre quelle giuste, tutti vanno con i trans, anche chi si fotte mignotte da mille euro l’ora, va con i trans.
Anche tuo marito che ti scopa regolarmente al sabato sera, ha sognato e almeno una volta nella vita si è concesso di realizzare il sogno.
Perchè non siamo più contenti di niente, perchè non ci basta più niente.
Allora tiriamo bamba e andiamo con i trans.
E loro imparano tutto di noi.

L’auto prosegue lungo il viale, il collega mi vede ma sa che non deve chiedere, lui lo sa.
Questa sera sono due anni che Anna mi ha lasciato.

Non ci sono mezze misure se fai lo sbirro.
Mai.
Sei un poliziotto, non lo sei e timbri passaporti.
Semplice.
Lasciai fuori tutto per cinque anni, dietro la porta, sbarrato fuori come un mostro ghignante.
Lasciai fuori tutto e all’inizio lei sembrò apprezzarlo.
Non chiedeva e io non ne parlavo.
Poi cominciai a non parlarne troppo.
Lei ne soffrì e disse che così non si poteva continuare, che dovevo essere pronto a condividere.
Ricordo che la guardai come uno strano essere caduto da Venere.
Condividere?

Troviamo lo spaccia in una vietta laterale lungo Jenner, riconosce l’auto ma troppo tardi, scappa come una lepre ma lo inchiodiamo.
In fondo, tra i sacchi pronti per l’AMSA, domani mattina.
Mi pulsano le tempie per la corsa e questo cazzo di caldo di merda.
Anna mi manca da morire, ogni singolo secondo.

La implorai, letteralmente, in ginocchio.
Le giurai che avrei parlato con lo psicologo della questura.
Le promisi qualsiasi cosa.
Fu irremovibile, era troppo intelligente per non sapere che erano solo cazzate.
Ero troppo sbirro per lei.
Lei voleva qualcuno che avesse un lavoro.

Subito dopo iniziamo con le domande di rito.
Dove la prendi, chi te la dà, quanta.
Chi la taglia e dove.
Il bianco fiume sotterraneo che percorre la mia città.
Il problema sta nel fatto che probabilmente lo spaccia questa sera ne ha venduta meno.
E usata di più.
E ha questo guizzo col coltello, una stronzata visto che siamo sbirri e tutti e due armati.
Ma lui dentro ha una riga in più che lo fa sentire Superman del cazzo.
Quindi ci prova malamente, sbagliando.
Il collega gli torce la mano la lama cade e fa un tintinnio puro sul granito del marciapiede.
Io ho in mano il Tonfa e non so neanch’io perchè, poi inizio a pestarlo.
Sul ginocchio.
Lo pesto e penso ad Anna che mi manca e al buco che mi porto in fondo alla pancia.
Lo pesto ancora.
Ancora.
Ancora.
Finchè sotto al manganello percepisco solo roba molle.
Non sento neanche le urla, nemmeno le mani del collega.
Non sento più.
Niente.

So che è tornata a Bologna e si è sposata con un collega di facoltà.
Siamo sbirri le cose veniamo a saperle sempre.
Io amo la mia città, di notte lungo i viali tra la gente che ride, beve, si diverte.
Spesso un collega mi guarda dritto e mi chiede serio, come va.
Come va.
Allora si va alla macchinetta, giù al primo piano e gli offro il millesimo caffè orrendo.
Si parla di calcio, di lavoro, della sovrintendente con quelle tette.
Poi quando il silenzio si aggrappa alle nostre anime abbassiamo gli occhi.
E buttiamo la cenere sotto al tappeto.

Per L. che sorride.

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6 thoughts on “Cosa succede in città – summer ventitredici

  1. zoon ha detto:

    svolta intimista, uomo, e mi piace molto. credo sia la prima volta che non hai messo scene crude, e concedimelo, ci voleva questa prima volta 🙂

  2. metalupo ha detto:

    Sai com’è, s’invecchia.
    Grazie bro.
    🙂

  3. […] bel racconto di Umberto “Ubi” Bertani da leggere sul suo blog. Apprezzo il cambio di registro di Ubi, questo mostra maggiormente la sua vena narrativa […]

  4. meeva2013 ha detto:

    Sei una bella scoperta. Qualcuno di calato nel mondo.
    E io adoro il realismo.

  5. PIMPRA ha detto:

    letto tutto d’un fiato…. wow!

  6. Aspettando_Godot ha detto:

    Non è che io lo abbia letto adesso.
    Ho letto quando mi hai mandato il messaggio.
    E’ che perdo in continuazione gli attimi e non ti ho lasciato scritto niente qui.
    Che poi tutti stanno lì godersi l’attimo e a non volerselo perdere e blablabla.
    Io me ne fotto degli attimi, questa è la verità.
    Mica decidono loro.
    Comunque questo è un altro discorso.
    E no.
    Non ho bevuto a quest’ora.
    Solo non sono andata proprio a dormire.
    Come sempre, mi piace molto leggerti.

    L.

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