Ipermercato

Tu che ci vai abbastanza spesso non sei abituato a una scena del genere, tutti sdraiati e il silenzio assordante, solo la musica del cazzo che non smette.
Finalmente la noti, la musica che passano, e decidi che rapinarli è sacrosanto, allora riallinei la mente sugli altri.
Goran a sinistra ruota la testa veloce, si fa così, attento.
Ion smanetta sull’AK, butta la spalla indietro e fa partire il calcio di legno, spacca il labbro a un tizio, ma quello non urla.
Gregor è un serbo di Pale, per una cosa del genere ci vuole sempre un serbo, sono freddi e feroci, tutta Europa lo sa, ma non si può dirlo.
France è calabrese, basta quello, poi ne ha fatte altre, ha passato mesi a studiare la Mondialpol, il soprannome è Doc per la laurea, spinge lo scarpone un pò di più nella nuca del tizio in divisa, lui fa una specie di verso chiuso.
C’è sempre un capo, France è il capo.
Poi però viene giù il casino.
Il terzo, quello che non dovrebbe esserci ma c’è e li ha spiati dalla vetrata, entra urlando col 12 alla spalla.
Un attimo lento in cui tutti si guardano, Gregor storta la bocca sotto il Mefisto, si vede bene.
Bordata di pallettoni triplo zero, naturalmente a vuoto, non puoi urlare e sparare allo stesso tempo, ne viene fuori una stronzata.
L’automatismo si innesca.
L’altro fa il gesto di prendere la nove millimetri, Ion gli spara in faccia da due metri, poltiglia.
– Ma cazzo, no.
France riesce solo a dire una cosa così.
Gregor butta fuori tutti i venti blindati sulla vetrata, incidentalmente taglia in due il terzo.
Sono venuti per i soldi, vogliono i soldi non pezzi di corpo umano sparpagliati.
France sorride a uno sui cinquanta abbronzato che pare Clooney in tre bottoni grigio, poi spara con l’AR al tizio delle chiavi, in pancia.
Non si vedono i sacchi marroni, non si vedono.

Però le sirene urlano.

Francesca fa un mezzo giro con la testa, i capelli neri le scivolano sulle guance, un massaggio lento, liscio.
L’odore del sangue misto a cordite riempie le narici, inebriante, violento.
Quando sei il capo, la mente di un’organizzazione criminale devi saperlo quando le cose prendono una brutta piega.
Lei lo sa, sono le sirene che glielo dicono, sono le ombre nere che scivolano veloci, ombre vomitate dall’inferno degli assassini.
Francesca chiude gli occhi e si concede una frazione di secondo di mare, alza verso il soffitto la canna dell’AR ancora rovente, quel mare azzurro da mettere paura e il sale sulle labbra, sulle spalle bollenti.
Riapre le iridi ossidiana, il tizio rantola ancora, intestini esposti, lei gli toglie lo scarpone dalla nuca.
Sorride, un sorriso bianchissimo, le ombre si avvicinano e sono elmetti neri, mitragliette a tiro rapido, gli altri la osservano al centro dell’Ipermercato, attendono tutti un comando.
Attendono lei.
Francesca passa il fucile d’assalto in hi-ready, pianta il calcio alla spalla destra e attorciglia il nylon della cinghia al gomito sinistro, poi, attraverso la vetrata infranta inquadra la prima delle ombre indistinte.

Prima raffica.
Sarà una lunga giornata.

 

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